La Grotta Azzurra di Capri, 1826. Nascita di un Mito raccontata dalla viva voce dello scopritore – Undicesima parte

Capri

Albert Bierstadt, The Marina Piccola at Capri, 1859, Albright–Knox Art Gallery, Buffalo (NY)

Isola di Capri. Estate 1826. Nella decima puntata del racconto sulla scoperta della Grotta Azzurra di Capri, August Kopish e compagni, fra l’incanto per il paesaggio numinoso dell’isola e i timori per un mare che minaccia tempesta, procedono  suggestivi e a volte aspri della costa settentrionale dell’isola. Al rientro, la gente li scrutava in modo strano, con un’aria fra il disappunto e lo sconcerto, perchè avevano osato sfidare la sorte e le oscure voci che da generazioni circolavano sulla Grotta Azzurra. Ricordiamo ai nostri lettori che il racconto è in versione integrale, nella traduzione dal tedesco a cura di Ingrid F. Stern. Qui di seguito, la XIa Parte.

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Einfahrt in die Blaue Grotte, incisione di Adolf Closs su disegno di Ferdinand Keller, 1874

La scoperta della Grotta Azzurra a Capri | Entdeckung der Blauen Grotte auf der Insel Capri – Undicesima parte

di August Kopisch (leggi Prima parte; Seconda parte; Terza parte; Quarta parte; Quinta parte; Sesta parte; Settima parte; Ottava parte; Nona parte; Decima parte)

Dopo aver premiato con un dono l’abilità di Angelo, feci con Michele la lunga salita che porta a Capri. Appena arrivammo alla casa del notaio, tutta la famiglia mi venne incontro, e ognuno mi diede un fiore, manifestando la propria gioia di vederci in vita e con la pelle sana.

“Ma noi abbiamo anche pregato per voi!” E seppi allora che il buon canonico, mentre noi eravamo in quella dannata grotta, aveva detto espressamente una messa per la salute del suo scellerato fratello, alla presenza di tutti i familiari, raccolti in fervida preghiera. Non si può descrivere la gioia di quelle care persone perché le loro preghiere erano state esaudite. Parteciparono al nostro pranzo e furono molto sensibili a tutti i nostri scherzi.

Io dissi loro che Angelo aveva preso una sirena di meravigliosa bellezza e la teneva a mare in una rete, giacché fuor d’acqua sarebbe potuta morire. Già le ragazze volevano scendere alla marina per vederla, quando io risi ed esse si accorsero dello scherzo.

A fine pranzo il notaio esordì: “Ora, don Augusto, dobbiamo parlare un po’ seriamente. La nostra grotta è una tale meraviglia mondiale da poter attirare qui a Capri molta gente di fuori. Fatene una descrizione nel mio libro dei forestieri. Chissà che non possa derivarne un bene per me e per i miei figlioli?”

Fui pronto a soddisfare il suo desiderio e scrissi…ciò che ora già molti hanno letto e copiato. Quando a quel fine presi la penna, don Pagano mi arrestò la mano: “Una cosa, don Augusto. Come la chiameremo? Finora non ha nome”. Lessi nella sua espressione il desiderio che la battezzassi, dal suo nome, Grotta Pagano: io le avrei pur dato questa denominazione, ma poiché avevo dovuto portarlo dentro quasi con la forza, non lo ritenevo del tutto degno dell’onore, e gli risposi: “Non so proporre per questa grotta nessun nome migliore di Grotta Azzurra”.

“Azzurra?”, domandò il buon notaio.

“Sì”, dissi, “azzurra”.

“Azzurra? E che significa azzurra?”, disse lui scuotendo la testa.

Gli spiegai la parola il meglio che potevo. Dopo aver taciuto pensosamente per un po’, disse: “Mio caro don Augusto, azzurra non è una buona parola.”

“E perché no?”

“Perchè nessuno la capisce; suona così curiosa!”

“Ciò non guasta. Anche la grotta è qualche cosa di curioso!”

“Sì”, disse lui, “sta bene, ma…”, proseguì con amichevole cortesia, “perché non le date il vostro nome?”

Ora si aspettava che, come scambio di cortesia, io le dessi il suo, nondimeno risposi: “Il mio nome in tutta Italia nessuno potrebbe pronunziarlo; inoltre è stato Angelo, col fuoco, ad entrare per primo, e volendo chiamarla col nome di uno di noi, non le si dovrebbe dare se non il nome del primo. Tuttavia, preferisco darle il nome di azzurra: questo catturerà la curiosità deo forestieri molto più di qualsiasi nome d’uomo. Dagli uomini si intitolano tante grotte!”, conclusi.

“Sì, ma”, riprese don Pagano, “azzurra non è buon italiano”.

“Come? Devo mostrarvi dai libri che è un buon vocabolo?”

“Che bisogno c’è di libri? Io sono italiano nato, e so quello che non si dice né si scrive”.

“Signor notaio”, dissi io, “andiamo, dunque, a vedere un pochino nella vostra biblioteca! Voglio trovare la parola!”

Egli mi seguì malvolentieri, e ancor più malvolentieri vide che io, infatti, gli mostravo quella parola in moltissimi scritti. Eppure continuò a resistere dicendo: “Ma, caro don Augusto, qui a Capri non la capisce nessuno.”

“La capiranno bene gli stranieri! Essi leggono i vostri poeti, presso i quali la parola si incontra assai spesso. Perché non siete stato voi il primo a nuotare nella grotta? Allora sì, che l’avrei chiamata Grotta Pagano!”

“E’ vero”, disse il notaio, “fui un gran f… a restare indietro. Ma in quel momento mi ricordai dei miei figli e, non dico bugie, anche delle storie di mio fratello il canonico. Così, sta bene: non ho meritato l’onore ed essa si chiamerà Grotta Azzurra!”

Con questo si arrese del tutto e mi lasciò scrivere quel che volevo. (Fine XI P.Continua)
 
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