
Una parte delle monete confiscate dai Carabinieri del TPC – Ph. Alessandra Scriva
“La moneta antica è una storia scritta nel metallo”: ce lo ricorda il Conte Vito Capialbi, una delle figure più importanti della cultura calabrese dell’Ottocento, al quale è intitolato il Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia; una citazione quanto mai appropriata in questo 2025 decisamente proficuo per l’archeologia e la numismatica dell’Italia meridionale. Lo scorso 11 Giugno, nelle sale del museo archeologico di Vibo Valentia, si è infatti tenuta una conferenza stampa durante la quale sono state consegnate ben 479 monete di cui una in elettro, 64 in argento e 414 in bronzo, collocabili tra il periodo greco (VI a.C.) e il periodo moderno (fine XV – XVIII), in un arco di tempo quindi di oltre 20 secoli, per un valore complessivo stimato di circa 100.000,00 euro. Questa straordinaria restituzione è stata possibile grazie all’operato del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.

Visione d’insieme delle monete recuperate – Ph. Alessandra Scriva
Il notevole patrimonio numismatico, illegalmente detenuto da due collezionisti, uno di origine vibonese e uno di origine pugliese, è stato recuperato a seguito di indagini iniziate nel 2014, condotte dai Carabinieri del Nucleo TPC di Cosenza, coordinati dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia, attraverso attività di monitoraggio avvenute su siti e-commerce. Nonostante i reati siano ormai prescritti, l’indiscutibile provenienza illecita delle monete e quindi la loro appartenenza allo Stato, hanno fatto sì che si procedesse all’assegnazione delle stesse a un museo nazionale.

Alcune delle monete confiscate e tre statuette votive magnogreche – Ph. Alessandra Scriva
La sezione più antica della magnifica raccolta comprende monete coniate in diverse zecche e, per la maggior parte, provenienti dall’Italia meridionale magnogreca o, in qualche caso, anche dalla madrepatria greca e dall’Asia Minore. Proprio da quest’ultima regione proviene un pregevole esemplare coniato a Mileto con testa di leone e motivo floreale a stella, databile intorno al VI-V secolo a.C. Il materiale con cui è stato coniato è l’elettro, una lega tra oro e argento, tendenzialmente presente in natura in alcuni giacimenti minerari dell’area dell’Asia Minore. La patria della moneta è l’area anatolica, infatti le prime fra le più antiche monete scoperte furono rinvenute nei pressi dell’Artemision di Efeso e coniate nel regno di Lidia ed erano state realizzate in elettro.
Particolarmente ricca è la monetazione magnogreca, di cui diversi esemplari provengono dalla Penisola Apula, l’odierna Puglia. I più noti appartengono alla città di Taranto – l’unica colonia degli Spartani che, secondo la tradizione, fu fondata nel 706 a.C.- e per la maggior parte sono coniati in argento con raffigurata nel dritto l’immagine di Taras, eroe eponimo della città. Il figlio di Poseidone vi compare inciso sul dorso di un delfino, in quanto, come narra la celeberrima leggenda, il cetaceo lo avrebbe salvato dal naufragio portandolo sulle coste del luogo in cui la tradizione vuole sia sorta la città omonima, mentre sul rovescio è presente un cavaliere al galoppo con elmo e scudo.
Altre monete in bronzo, coniate da città pugliesi come ad es. Brindisi, imitano la stessa raffigurazione dell’eroe sul delfino. A un’area posta più a Sud sono riconducibile le monete di Metaponto, caratterizzate dalla presenza del simbolo della città, la spiga; non si tratta però di una spiga di grano, il cereale da noi comunemente più utilizzato ma di una spiga di orzo, la cui coltivazione era molto diffusa nell’antichità come cibo di uso quotidiano ed evidentemente molto coltivato nella chora di Metaponto, territorio che costituiva parte integrante della della polis magnogreca.
Databile al VI a.C., spicca inoltre una moneta di Sibari con il suo possente toro sul recto e una lettera “sigma” sul verso. Il toro nel mondo greco era la personificazione divina di un corso d’acqua, in questo caso appunto del fiume Sybaris, tipicamente raffigurato come toro con la testa rivolta all’indietro e pertanto detto retrospiciente; in altre raffigurazioni la divinità fluviale veniva rappresentata con le sembianze di un toro androprosopo (cioè con il volto di uomo), ma in entrambi i casi probabilmente prendeva la forma taurina per alludere in modo allegorico all’impetuoso e sonoro scorrere delle acque. Com’è noto, Sibari venne distrutta dai Crotoniati nel 510 a.C., dopo la celebre battaglia combattuta sul fiume Traente, così al suo posto nel 444 – 443 a.C. venne fondata la colonia di Thurii, di cui rimangono diverse monete con la testa di Athena elmata e il toro cozzante.
Prodotte ancora più a Sud vi sono invece le monete di Crotone (Kroton), realizzate in argento con il caratteristico tripode del santuario di Delfi, il cui oracolo aveva fortemente voluto con i suoi vaticini la fondazione della stessa Króton. Procedendo ancora ritroviamo un’altra colonia achea, Kaulonia, nota anch’essa per le splendide monete in argento raffiguranti il dio Apollo e il cervo. Mentre sul Tirreno è presente un’unica moneta coniata a Vibo Valentia, questa volta di età romana, un asse della colonia di Valentia, con Giove sul dritto e il fulmine alato insieme alla Vittoria, anch’essa alata, sul rovescio.
Dalla Sicilia provengono monete di Siracusa come quella con la testa di Artemide su un lato e il fulmine alato sull’altro con la legenda “BASILEOS AGATHOCLEOS” ovvero “del re AGATOCLE”, il famoso condottiero siracusano che con un poderoso esercito conquistò Hippónion (oggi Vibo Valentia) nel 294 a.C. Secondo Strabone, il sovrano rafforzò il porto della città e dai dati archeologici possiamo ipotizzare che rafforzò le mura di Hipponion e restaurò il tempio ionico situato nella località del Cofino. Anche altri pezzi sono originari della Sicilia, come ad es. quelli provenienti da Akrágas, l’attuale Agrigento: l’esemplare più interessante raffigura sul dritto un’aquila in volo con una lepre tra gli artigli, mentre sul rovescio vi è inciso un granchio di acqua dolce.
Da questo ricchissimo recupero sono inoltre emerse monete romane, sia di argento che di bronzo, di età Repubblicana fino ad arrivare al periodo tardo-antico. Molte altre invece sono state coniate in epoca più recente, ovvero in età medievale e all’inizio dell’età moderna, soprattutto durante il corso del viceregno spagnolo (1503-1707), la monetazione emessa è dunque quella dei Re di Spagna, in particolare della dinastia degli Asburgo.
Da questa grande varietà si comprende dunque la straordinaria importanza di questa restituzione. La collezione infatti andrà, senza ombra di dubbio, ad arricchire il monetiere del Museo vibonese che, com’è noto, già ospita diverse migliaia di monete. Tra queste circa 4.000 d’oro, d’argento e di bronzo appartenenti alla Collezione Capialbi acquistata dallo Stato nel 1987 e in parte già esposta nel cuore del Museo, ovvero nelle prime sale del piano superiore. La collezione del Conte Vito Capialbi, considerato tra i padri della numismatica calabrese, rappresenta uno dei patrimoni numismatici più significativi del Mezzogiorno; oltre ad avere un valore artistico e storico elevato, costituisce una pietra miliare per la conoscenza del passato calabrese e mediterraneo poiché è tra le più ricche dopo quella di Siracusa, fiore all’occhiello del Sud Italia.
Il Conte Capialbi fu uno dei tanti collezionisti italiani che si sono susseguiti nel corso del tempo; soprattutto dal Rinascimento in poi, nel corso dei secoli molte figure di rilievo, tra cui ricordiamo Francesco Petrarca, Lorenzo il Magnifico, Theodor Mommsen, si sono appassionati alle monete facendone oggetto di studio umanistico e riconoscendone il valore iconografico e storico. Non a caso questi beni culturali vengono considerati una tra le fonti primarie per la conoscenza di ritratti, simboli, miti e vicende politiche delle varie epoche; dunque il loro valore storico e la loro rarità hanno alimentato da sempre e continuano ad alimentare l’appetito di collezionisti disposti a pagare molto per ottenere un certo pezzo, e la ricerca a tutti i costi può avvenire in alcuni casi – come questo che vi abbiamo raccontato – anche tramite canali non ufficiali o illegali.
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*Questo articolo è stato redatto con il supporto dell’amico archeologo Manuel Zinnà, che ringrazio per il prezioso contributo.
Fame di Sud Il sud Italia come non lo avete mai visto
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