La Grotta Azzurra di Capri, 1826. Nascita di un Mito raccontata dalla viva voce dello scopritore – Seconda parte

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Jakob Alt – Die Blaue Grotte auf der Insel Capri, 1835-36

Nella prima Puntata avevamo lasciato gli artisti August Kopisch ed Ernst Fries a Capri sulla terrazza dell’Albergo Pagano, letteralmente rapiti dai racconti di don Giuseppe, il notaio del paese con l’hobby dell’ospitalità rivolta a viaggiatori in cerca di emozioni estetiche su un’isola ormai prossima a diventare un Mito universale. E’ l’estate del 1826 e i due giovani sono curiosi di sapere quante più informazioni possibili su quell’isola dal fascino ineguagliabile, frutto della mirabile fusione fra natura e storia. Vediamo quindi come prosegue il racconto che August Kopisch ci ha lasciato di un viaggio che presto avrebbe portato alla “scoperta” di un luogo unico al mondo, la Grotta Azzurra. Pubblicato postumo in Germania nel 1903 con il titolo di Entdeckung der Blauen Grotte auf der Insel Capri (foto seguente a sin.), il diario vide la prima traduzione in Italia, a Napoli,  solo nel 1930 per i tipi di Detken e Rocholl (foto seguente a dx). FDS vi propone quell’affascinante diario di viaggio nella nuova traduzione di Ingrid F. Stern, tedesca di Colonia trapiantata nella campagna pugliese. Di seguito la IIa Puntata del racconto…

grotte  Kopish - grotta azzurra-horz

La scoperta della Grotta Azzurra a Capri |  Entdeckung der Blauen Grotte auf der Insel Capri – Seconda parte

di August Kopisch (leggi la Prima parte)

…Raccontare come tenemmo fede ai propositi di quella prima romantica notte, come vagammo in stato di estasi fra le ville in rovina di Tiberio o giù verso lo Scoglio della Sirena o su verso Anacapri attraverso la scala rupestre, fino in cima al Monte Solaro, e quali giorni felici trascorremmo presso la famiglia del notaio, forse sarebbe un po’ troppo per il benevolo lettore.  Preferisco tracciare qui, quel tanto che possa risultargli gradito, un piccolo schizzo dell’aspetto e della storia dell’isola, per poi passare al racconto di un’avventura, che inaspettatamente  offrì occasione al fatto che l’isola e la casa di Pagano siano ora frequentate dagli stranieri molto più di prima.

Per farsi una chiara idea dell’aspetto di Capri, si immagini che una parte del fondo marino, fatto di calcare appenninico, si sia innalzata da est con inclinazione verso ovest, a formare un masso esteso per tre quarti di miglio e largo la metà, e questo si sia poi spaccato diagonalmente da sud a nord, in modo che nella frattura la parte occidentale sia rimasta la più alta, per circa 2000 piedi, mentre l’altra, che in origine la superava in altezza, sia sprofondata riducendosi in rovine alte appena la metà.

A sud-est si nota uno sconvolgimento così grande che ancora emergono dal mare, isolati e lontani dalla riva, alcune grandi schegge di roccia a mo’ di torri, detti Faraglioni. Uno di essi forma una sorta di enorme portale, attraverso il quale si può navigare.
Tutto il bordo roccioso dell’isola, ripido e più o meno caotico, è ricco, lungo il suo perimetro, di diverse grotte, formatesi in conseguenza del crollo e piene di stalattiti delle più svariate forme. In molte di queste penetra il mare con i suoi vibranti movimenti e i suoi giochi di colori.

Nei tempi più remoti l’isola era più frastagliata di adesso e coperta solo da prunaie: gli unici suoi abitanti erano le capre selvatiche, per cui ebbe il nome di Capreae. Un sasso piatto nell’insenatura meridionale si chiama La Sirena, ed è leggenda che lì Ulisse abbia ascoltato il pericoloso canto. Probabilmente i Teleboi [antica popolazione dell’Acarnania, regione della Grecia che si affaccia sul Mar Ionio – NdT] costruirono la prima città proprio nell’insenatura meridionale. L’isola per lungo tempo restò assoggettata alla colonia greca di Napoli: allora la vita vi fioriva in gran allegria, e secondo il costume greco i suoi giovani si esercitavano nella lotta, nel pugilato, nella corsa, nel lancio del giavellotto e in tutte le danze più leggiadre.

Quando vi giunse l’imperatore Augusto, l’isola e i suoi lieti abitanti gli piacquero così tanto da spingerlo a cedere ai napoletani quella, molto più grande, di Ischia. Si narra che al suo arrivo un vecchio e secco albero di leccio sia rinverdito e che questo prodigio lo abbia convinto ancor più della bontà della sua scelta. Egli si fece costruire, sulla sommità orientale, un palazzo magnifico, dove venne a sriporre spesso il fardello le sue imperiali fatiche e a rallegrarsi assistendo alle gare della gioventù locale. Più tardi Capri divenne il luogo d’esilio della bella Giulia: i ruderi del suo palazzo si trovano sulla pendice orientale del monte dove ora ha sede il Telegrafo.

Quando Tiberio salì al trono, si ricordò dei bei giorni trascorsi a Capri con Augusto e, lasciando le cure e i pericoli del governo sulle spalle di Seiano [prefetto del Pretorio – NdT], venne a ritirarsi su queste rocce sicure, dove si lasciò andare a piaceri abominevoli, mentre i suoi terribili decreti tormentavano il mondo. Trascorse qui molti anni, guardingo, sospettoso,  spiando dall’alto di quelle rupi che per stordirsi trasformò in un paradiso dei sensi, sebbene, a dire il vero, fosse già troppo decrepito per poterne godere davvero.

L’oscuro tiranno avvolse le impervie vette con strade percorribili e si spinse a cavallo su ogni cima. Mutò l’aspetto dell’isola, gettando file di giganteschi archi su valli profonde e creando pianure artificiali, ricche di lussureggianti giardini, nei cui antri, templi e cespugli si aggiravano in vesti di fauni e ninfe i lascivi valletti al servizio dei suoi vizi. Fece edificare dodici palazzi in diversi punti dell’isola, e li consacrò ai dodici dei maggiori. Quello a Giove sorgeva ad est, sull’estrema punta della rupe (ora S. Maria del Soccorso) : da lì il tiranno faceva precipitare giù nel mare e per gli aguzzi scogli gli schiavi da lui odiati, facendoli finire a colpi di remi. Un palazzo consacrato alla Mater Magna era più a sud, sul declivio di una conca, costruito attorno e dentro ad una grotta. Quello a Nettuno, collocato verso Nord, dal centro dell’isola digradava verso il mare con bei bagni; sul leggero pendio sovrastante si ergeva il palazzo di venere e, poco distante,  c’era un anfiteatro; sullo stesso lato c’era anche un altro palazzo, sacro a qualche altro dio. Ma sulla cima nei pressi della città sorgeva quello da dove inqueto, passeggiando su e giù e guardando verso il mare, Tiberio attendeva notizia dell’esecuzzione di Seiano, già da lui condannato.

Gli altri palazzi di Tiberio erano sparsi per l’isola, fin sulla costa meridionale dove, presso quelle fantastiche torri di roccia sorgenti dal mare [i Faraglioni – NdT], si era fatto costruire l’arsenale per la flotta che lo difendeva. Là, in un’enorme grotta sulla spiaggia, faceva costruire e porre al riparo le sue navi. Da ciascuno dei suoi palazzi, segrete vie sotterranee portavano giù verso il mare, di cui utilizzava le grotte in vario modo.

L’isola a quell’epoca doveva vantare una veduta veramente unica, perché la sua natura selvaggia e accidentata suggeriva all’architetto la più grande varietà di soluzioni,  e furono dissipati i tesori del mondo per dar subito corpo a ogni fantastico capriccio dell’imperatore. Ma, secondo, una leggenda, alla morte di Tiberio tutta quella magnificenza scomparve distrutta dall’odio e dall’abomino del popolo romano, e ovunque, dalle grotte fino al mare, giacciono le sue rovine maledette…(Fine P. 2 – Continua)

Villa_Jovis,_Reconstructed_by_C._Weichardt,_from_East

Il palazzo di Tiberio noto come Villa Jovis, nella ricostruzione di C. Weichardt, da est – 1900

 

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