La Grotta Azzurra di Capri, 1826. Nascita di un Mito raccontata dalla viva voce dello scopritore – Terza parte

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Carl-Friedrich Seiffert, Die Blaue Grotte von Capri, 1860, Berlin Alte Nationalgalerie

Nella seconda puntata dell’affascinante racconto della ‘scoperta’ di uno dei luoghi più suggestivi e celebri del mondo, la Grotta Azzurra di Capri, avevamo lasciato il pittore tedesco August Kopisch, intento a descrivere morfologia e storia di un’isola che nell’estate del 1826 aveva riservato a lui e al suo amico e collega Ernst Fries la più grande sorpresa della loro vita, ossia quella di essere i primi estranei a vedere con i propri occhi uno dei più bei gioielli della Natura del Sud Italia, nonché i primi a raccontarlo al resto del mondo. Kopisch divulgò infatti la scoperta con un resoconto pubblicato postumo nel 1903 con il titolo di Entdeckung der Blauen Grotte auf der Insel Capri che FAME DI SUD vi sta proponendo a puntate, in versione integrale, nella traduzione dal tedesco a cura di Ingrid F. Stern. Qui di seguito, nella IIIa Puntata, l’autore continua a ripercorrere la storia dell’isola prima di arrivare alle vicende a lui contemporanee:

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Giorgio Sommer (1834-1914) – Una delle prime immagini fotografiche dell’ingresso della Grotta Azzurra di Capri, tardo XIX sec.

La scoperta della Grotta Azzurra a Capri |  Entdeckung der Blauen Grotte auf der Insel Capri – Terza parte

di August Kopisch (leggi la Prima Parte e Seconda Parte)

…Dopo Tiberio, Caligola visitò l’isola, ma non vi si fermò a lungo. In gioventù vi approdò anche Vitellio, mentre l’imperatore Commodo vi esiliò le sorelle Lucilla e Crispina. Con queste notizie confutiamo la leggenda cui abbiamo accennato sopra mentre tutti i guasti vennero più tardi imputati ai barbari e ai saraceni che davvero imperversarono con furia in questi luoghi.

Il terribile pirata Barbarossa, distrutta la città costiera, dovette costruirsi una rocca su una punta molto scoscesa. Le rovine di essa si mostrano al di sopra della scala che con 554 gradini conduce alla parte occidentale, la più alta dell’isola. Gli abitanti di epoca successiva edificarono la nuova città sul giogo dell’isola, vicino al Monte Madonna della Libera. Una grotta lì posta, alta parecchie centinaia di piedi, era in grado di accogliere tutti i duemila abitanti riuniti, quando un’incursione di pirati di abbatteva sull’isola. Quella grotta si trova nel lato meridionale del monte e sta sospesa, del tutto imprendibile, al di sopra del mare; cosicchè i rifugiati non potevano raggiungerla se non con un sistema di scale sovrapposte. Spesso i giovani fronteggiavano il nemico, mentre ammalati e vecchi, messi in panieri con lunghe corde, venivano fatti soffermare in basso in certi luoghi da cui venivano poi issati su nella grotta, a più di cento piedi d’altezza. In essa, oltremodo imponente e ornata di stalattiti, sono ancora visibili focolari e resti di un muro fabbricato a scopo di difesa. Forse a quei tempi inquieti risale anche la costruzione della seconda città di Anacapri, sul monte Solaro, dove porta la già menzionata scala, in alto munita di un ponte levatoio.

Quando, in tempi più recenti, i francesi avevano già preso Napoli, gli inglesi, sotto Church, tenevano ancora occupata l’isola e costruivano ovunque trincee e fortificazioni. Tuttavia i francesi, di notte, scalarono il lato occidentale. dove l’isola si inchina verso il mare, anch’essi con scale legate le une sulle altre; e scacciarono gli inglesi da Anacapri verso il basso dell’infinita scala e lungo le alture dell’altra città fino alle rovine dell’Arsenale di Tiberio, lì da dove si imbarcarono e presero il largo. Il presidio del forte, posto sulla cima più alta dell’isola, non s’accorse neppure dell’accaduto, e alcuni giorni dopo inviò in basso alcuni uomini a fare approvigionamenti. Così i francesi s’accorsero che in alto c’erano ancora nemici, salirono, e senza incontrare molta resistenza, s’impadronirono anche di quella postazione più elevata. Essi distrussero le fortificazioni del luogo che si rivelarono del tutto inutili.

Ma nulla è paragonabile alla veduta che si gode da quella cima estrema. La vetta, alta duemila piedi, precipita tanto scoscesa verso sud, che con una pietra si può colpire il mare; ad ovest si abbassa sempre ripida, ma non così a strapiombo; dalla parte del paese di Anacapri forma all’indietro una spalliera dolcemente digradante, larga e ben coltivata, che scende verso il mare con innumerevoli scogliere incavate e scabre. A settentrione si domina con la vista il castello di Barbarossa, ma a levante si nota la bella e feconda conca che divide l’isola: nel mezzo la città di Capri; a destra e a sinistra l’una e l’altra baia; il già citato monte con l’enorme caverna, coronato da un castello; al di sotto, nel mare, i torrioni di roccia [cioè i Faraglioni – NdT]; a sinistra, di rimpetto, il monte del Telegrafo e tutte le dentate alture dei vigneti. fino al limite orientale, dove sull’estrema punta si ergono i ruderi dell’augusto-tiberiano palazzo di Giove e la chiesetta di S. Maria del Soccorso.

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Tutto ciò forma il più svariato assetto di una prospettiva che si estende sul mare azzurro con le isola Pontine, Ischia, Procida, i golfi di Gaeta, Baia, Napoli e Salerno, e dietro, gli azzurri Appennini; in mezzo, il fumante Vesuvio; più vicino, il magnifico promontorio della Minerva che forma lo Stretto di Capri; più in là le isole Sirenuse; più in fondo la pianura di Paestum; e più a sud il ben formato Capo di Licosa, che s’immerge nel mare in una visione di sogno. Se torno con la mente a questa bella veduta, ho come la sensazione di essere ancora avvolto dalla celeste atmosfera che respiravo lassù; ma allora l’inerpicarmi su quelle alture fu il coronamento delle escursioni che feci nel mio primo soggiorno, per la conoscenza dell’isola; e oramai a raggiungere il mio prossimo scopo non mi restava da compiere che la circumnavigazione e l’esplorazione di tutto il litorale.  A tal fine, poichè il mare intorno all’isola era stato molto agitato, avevamo fissato di impiegare la prima mattina tran quilla che si fosse presentata. Finalmente una dolce sera sembrò annunciarcela: riferimmo la decisione al nostro oste, il notaio, il quale la trovò opportuna e promise di  procurarci un esperto barcaiolo che, com’egli disse, avrebbe potuto riportare i morti dall’Averno, tanto era abile ai remi. – E’ vecchio – ci disse – ma ha l’occhio di falco, il cuore di pietra e il braccio di ferro. L’uomo mi piacque in anticipo, e poi, ancor più il giorno dopo: infatti ci salvò due volte la vita. Si mandò qualcuno a cercarlo, e nell’attesa che l’inviato tornasse, io misi a profitto il tempo a disposizione interrogando minutamente il notaio su quella esplorazione e prendendo nota di tutto ciò che potesse interessarmi per il giorno dopo. Lui, da vecchio caprese, mi dette ragguagli molto particolareggiati su tutti i bei posti della costa e sulle loro denominazioni, che le sue scadenti carte riportavano molto approssimativamente. Appena ebbi finito di annotare, gli passai il foglio affinché lo esaminasse. Ad un certo punto strinse le labbra, scosse la testa più volte e bofonchiò qualcosa fra sè e sè. Gli domandai se gli fosse venuta in mente qualche altra cosa ancora. – Sì – disse, dopo una lunga pausa. – Certo mi viene in  mente una cosa ma…è una faccenda del tutto speciale. Ora ho già cinquantasei anni e nella vita non sono mai riuscito a persuadere nessuno su una certa questione…ma forse è meglio che di nuovo io la pianti lì… (Fine P. III – Continua)
 

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