CALABRIA | Due volte rapita: la dea contesa fra Locri e Taranto al centro del libro-rivelazione di Giuseppe F. Macrì

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Copertina del libro-rivelazione di Giuseppe F. Macrì, di imminente uscita per l'editore Laruffa

Copertina del libro-rivelazione di Giuseppe F. Macrì, in uscita il 4 dicembre per l’editore Laruffa. Nella foto il profilo della scultura in marmo pario del V° sec. a.C.

di Enzo Garofalo

Persefone, marmo pario, V sec. a.C., Altes Museum, Berlino -  Ph. Jean-Pierre D’Albéra | CCBY2.0

Persefone, marmo pario, V sec. a.C., Altes Museum, Berlino – Ph. Jean-Pierre D’Albéra | CCBY2.0

Circa un anno e mezzo fa ci siamo occupati per la prima volta del celebre “caso” della “Dea in trono”, capolavoro di arte greca del V° sec. a. C. proveniente dall’Italia meridionale e custodito dal 1915 presso i Musei Statali di Berlino (prima al Pergamon e oggi all’Altes Museum). L’argomento ha suscitato grande interesse presso i lettori anche perchè la scultura in questione è da oltre un secolo al centro di un vero e proprio giallo internazionale. Siamo poi tornati sul tema riferendo più recenti ossservazioni in merito a quest’opera e segnalando l’imminente realizzazione di una sua copia destinata alla città di Taranto e basata sulla scansione laser eseguita dallo stesso museo tedesco. Una scelta non casuale, quest’ultima, perchè proprio la città jonica pugliese – a dispetto di altri orientamenti che, nei primi anni successivi all’espatrio dell’opera, come anche in seguito, individuavano nella calabrese Locri Epizephiri il luogo di origine – è stata da ultimo indicata come la patria più probabile del prezioso reperto, sulla scorta di una serie di elementi apparentemente incontrovertibili. Senonché la vicenda risulta molto più sfaccettata di quanto non sembri a prima vista: a dimostrarlo è una nuova ricerca appena compiuta i cui esiti, da noi conosciuti in anteprima, confermano quanto già ci insegnano la ricerca storica e la cronaca giudiziaria, ossia che talora certe mancate risposte sono la diretta conseguenza di mancate domande, di trascuratezza, di pregiudizi, di superficiali o erronee interpretazioni o supposizioni. Per cercare di far maggior luce su questa intricata storia arriva il 4 dicembre prossimo sugli scaffali delle librerie un volume a firma di Giuseppe F. Macrì, ingegnere con la passione per gli studi storici (è socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e autore di numerose pubblicazioni): si tratta di “Sulle tracce di Persefone, due volte rapita” (ed. Laruffa,  257 pp.), libro-rivelazione nel quale l’autore affronta la vicenda della cosiddetta Persefone (più recentemente reinterpretata come Afrodite) con lo stesso rigore “logico-matematico” della sua specialità principale, ripercorrendo tutti gli “indizi” tarantini e locresi, evitando cautamente di sposare tesi aprioristiche, cercando di individuare punti forti e punti deboli delle informazioni già note, ma anche facendo emergere clamorosi elementi inediti che offrono nuovi stimoli alla ricerca in una vicenda ancora densa di punti oscuri e gettano nuova luce sul possibile ruolo svolto dalla città di Locri.

Ricordo, a quanti ancora non la conoscessero, come questa storia sia iniziata con la comparsa nella Parigi del 1914, presso l’atelier del notissimo antiquario bavarese Jacob Hirsch, di una straordinaria scultura greca in marmo dallo stile tardo-arcaico raffigurante una divinità femminile seduta in trono. L’assenza delle mani, e quindi degli attributi che sicuramente doveva reggere, ne impedirono una sicura identificazione, ma l’insieme delle caratteristiche e il raffronto con altri reperti, fecero propendere per una Persefone, regina degli Inferi e Signora di tutto ciò che vive, muore e rinasce. Dal clamoroso successo di pubblico e critica si arriva però presto al sequestro della statua a causa della frattura dei rapporti tra Francia e Germania (la guerra è ormai nell’aria) e della conseguente trasformazione del tedesco Hirsch in ”nemico”. Ma ecco improvvisamente comparire all’orizzonte un misterioso italiano che, carte alla mano, si dichiara proprietario della scultura ottenendone il rilascio dalle autorità francesi. Dopo una breve tappa in Svizzera, la statua ricompare in Germania, dove viene acquistata dal Museo di Berlino per la considerevole cifra di 1 milione di marchi, grazie ad una sottoscrizione indetta dallo stesso kaiser Guglielmo II. Il successo parigino si ripete nella città tedesca, rinnovando anche l’interesse degli studiosi di archeologia. Inevitabile la girandola di ipotesi sul luogo esatto di origine, fra Italia del Sud, Grecia e Medio Oriente, col prevalere della prima ipotesi e il nascere di una vera e propria diatriba, sostenuta ancora oggi con passione da tifo calcistico, tra le città di Locri e Taranto, già importantissimi centri dell’antica Magna Grecia.

Persefone, marmo pario, V sec. a.C., Altes Museum, Berlino -  Ph. Jean-Pierre D’Albéra | CCBY2.0

Persefone, marmo pario, V sec. a.C., Altes Museum, Berlino – Ph. Jean-Pierre D’Albéra | CCBY2.0

E’ su questo affascinante sfondo che si colloca il lavoro svolto da Giuseppe Macrì, un’idagine certosina che analizza ogni dato fra quelli a cui è stato possibile accedere, ricavando interessantissimi elementi di riflessione anche dalla ricostruzione delle figure di molti dei protagonisti della ingarbugliata vicenda. Antiquari, avventurieri, archeologi, tombaroli ed opache figure di magistrati, imprenditori e politici, sono i protagonisti e i comprimari (talora mere controfigure) che sfilano all’interno di un racconto agile ed appassionante come un romanzo, arricchito da un ampio apparato di note a pie’ di pagina, da una nutrita bibliografia e da un’imprescindibile appendice documentaria. Un lavoro che trova i suoi principali pregi nella chiarezza del discorso e nella capacità di collegare in modo logico e consequenziale tutti i fatti investigati. Fra gli elementi finora mai considerati, articoli di quotidiani e periodici stranieri dell’epoca, documenti inediti provenienti da archivi privati, una preziosa affermazione infilata en passant dall’autore (e probabile figura chiave) fra le righe di un rarissimo libello di storia locale pubblicato negli anni ’20, ma soprattutto la consultazione degli atti (tutt’altro che “introvabili”) dell’inchiesta giudiziaria svolta nel 1968-69 dalla magistratura di Locri sulla base delle dichiarazioni di un anziano testimone oculare del presunto ritrovamento calabrese della statua nel 1905 e conclusasi con un’archiviazione le cui reali motivazioni non coincidono con quelle divulgate fino ad oggi.

Qualunque possa essere lo sviluppo ulteriore di questa vicenda, uno degli aspetti rilevanti che al momento sembra emergere in modo chiaro dal volume di Macrì è la mancanza di una reale legittimità dell’acquisto dell’opera da parte del museo tedesco. Non sembra infatti esserci dubbio che nella vendita vi sia stata una oggettiva violazione delle norme italiane già allora vigenti in materia di espatrio di opere d’arte, così come non può tacersi dell’ambiguo comportamento tenuto dall’allora direttore Theodor Wiegand, dichiaratosi sempre ignaro del luogo di provenienza della statua, salvo poi recuperare nel 1925 altri frammenti della scultura senza curarsi di spiegare da dove provenissero. Se solo si volesse mettere la parola fine a questa storia basterebbe forse fare una ricognizione degli archivi del Museo berlinese in modo da ricostruire i fatti di un secolo fa, e ciò per rendere almeno omaggio alla Verità, quand’anche le norme internazionali escludessero ormai il ritorno a casa della Persefone dall’enigmatico sorriso.

CONVERSAZIONE CON L’AUTORE

Giuseppe F. Macrì

Giuseppe F. Macrì

L’imminente uscita del libro “Sulle tracce di Persefone, due volte rapita” (ed. Laruffa) è anche l’occasione per scambiare qualche battuta con l’Autore che, molto cortesemente, ha accettato di rispondere ad alcune domande:

Prof. Macrì, cosa l’ha spinta a riaprire il capitolo “Persefone”?

Certamente un pizzico di campanilismo, ma di quello sano, che poi altro non è se non lo sconfinato amore per la mia martoriata terra, che ha informato ed informa tutti i miei scritti.

E’ stato difficile riprendere il bandolo della matassa di una storia che va ormai avanti da almeno un secolo? Ha trovato resistenze nelle sue ricerche?

Sì, abbastanza, a causa del tempo trascorso dall’epoca dei fatti, ma soprattutto perché l’unico appiglio da cui ripartire era l’inchiesta del compianto Prof. Gaudio Incorpora, in verità non abbastanza solida da reggere, con prove più convincenti, l’opposizione concentrica del mondo accademico. Per fortuna, le fonti da cui poter attingere informazioni importanti si sono rivelate molto meno ostiche del previsto: avevo avuto già modo di scottarmi con lo scetticismo e l’aria di sufficienza di molta parte degli archeologi di professione, il cui pur lodevole sforzo di salvaguardare la mitica figura di Paolo Orsi [celebre archeologo roveretano attivo a Locri negli anni del presunto ritrovamento calabrese della Persefone – NdR] da possibili ”macchie” ha in realtà prodotto il risultato di rallentare qualsiasi ricerca alternativa alle verità ufficiali, ma, al contrario, ho riscontrato una disponibilità eccezionale presso tutti gli archivi che ho consultato, a partire, mi piace sottolinearlo, da quelli giudiziari, grazie alla squisita cortesia di tutti, Procuratore della Repubblica di Locri in testa.

Nei primi anni 20, come lei riporta nel suo libro, su alcuni periodici francesi compare l’indicazione di Locri come patria del reperto, sulla base del punto di vista di alcuni “addetti ai lavori”. Indicazione che per un certo periodo venne sostenuta anche dal Museo. Eppure a pochi anni di distanza dall’esposizione francese e dall’acquisizione tedesca, l’unico dato apparentemente “ufficiale” di provenienza sembravano essere alcuni documenti attestanti un’origine siciliana. Quale fu, a suo avviso, la ragione che spinse in quel momento ad indicare una provenienza locrese, successivamente smentita? Semplici valutazioni stilistiche…?

La storia della provenienza siciliana, in verità, è alquanto strana: se ne parla per pochissimo tempo, indicando Grammichele come possibile luogo d’origine, ma l’ipotesi viene subito abbandonata: il sospetto è che possano essere stati alcuni documenti esibiti a Parigi da Tom Virzì [l’uomo che riuscì a farsi consegnare dalle autorità francesi la Persefone già sequestrata – NdR] a fomentarla. Sull’attribuzione a Locri, invece, giocarono quasi esclusivamente motivazioni a carattere stilistico (le tesi invece circolanti in ordine ad un presunto utilizzo di Locri per sviare l’attenzione da Taranto sono del tutto prive di senso, oltre che di un qualsiasi riscontro probatorio). Tenga presente che, in quell’epoca, gli scavi condotti da Orsi avevano prodotto un gran fermento nella comunità internazionale, perché tutt’ad un tratto appare sulla scena questa località che, fino ad allora era un po’ relegata ad un rango di comprimaria, in rapporto all’importanza delle altre metropoli magnogreche, molto più studiate e note. L’avere, poi, dato indicazioni verso l’identificazione della Dea con Persefone, automaticamente spinse in quella direzione più che in altre, in quanto, checchè sostengano alcuni (fra cui la Zancani Montuoro, non a caso ”corretta” da Wuilleumiere) è proprio a Locri che deve essere associata la massima notorietà del culto di quella divinità presso gli antichi greci delle colonie.

Successivamente alcuni autorevoli studiosi si sono espressi a favore dell’origine tarantina della statua, attribuendo carattere di marginalità ad una serie di indizi provenienti da Locri. Lei nel suo libro dimostra, al contrario, come quegli elementi meritassero un pari, se non superiore, diritto di considerazione nell’ambito del dibattito sull’origine della Persefone, e che, sebbene ancora oggi sia impossibile affermare con certezza quale delle due città sia la sua vera patria, si è almeno riusciti a ricomporre in un quadro ordinato tutti gli elementi al momento disponibili. A quali sviluppi potrebbe portare un risultato del genere?

Per intanto, a porre in essere, finalmente, un campagna di scavi adeguata, che su Locri – ai fini della storia qui trattata, intendo – non è mai, dico mai, stata eseguita, al contrario di Taranto, dove, com’è noto, ben due campagne sono state fatte con esiti totalmente fallimentari (nel ’34 e nel ’57). Quanto, poi, agli autorevoli studiosi cui lei accenna, in realtà il campo può essere ristretto a solo due nomi: Zancani Montuoro e Langlotz, in quanto i soli ad aver basato le rispettive tesi sull’analisi di dati di fatto e non su comparazioni stilistiche, che non sempre sono le più esaustive e sicure. Di fatto, però, come ampiamente dimostrato nel mio scritto, le due tesi sono del tutto incompatibili fra loro, l’una escludendo categoricamente l’altra.

Come si conciliano, a suo avviso, gli accertamenti apparentemente “documentati” sui dichiarati spostamenti della statua da Taranto ad Eboli con quanto da lei accertato a favore della tesi di una sua origine locrese? Ritiene, a tal proposito, verosimile l’ipotesi che la statua, scavata a Locri, sia poi approdata a Taranto come tappa intermedia del viaggio verso il nord Europa?

Addirittura, al momento appare come l’unica ipotesi praticabile; l’unica che riesce a mettere insieme molte delle circostanze note con altre di cui si viene a conoscenza solo adesso. In particolare, alla luce della consistenza solo parziale delle cosiddette prove tarantine, che, a fianco di fatti che sembra poter classificare come certi, evidenzia invece circostanze in forte contraddizione con una lettura attenta ed approfondita già della stessa documentazione a suo tempo acquisita con la nota indagine del Capitano Tricoli [indagine condotta negli anni ’30 – NdR].

Dal suo libro sembra potersi dedurre che qualunque sia il definitivo processo di ricostruzione logico-documentale, alla fine persista un consistente ‘fumus’ di illegittimità dell’acquisto da parte della Germania. Le risulta ci siano oggi margini giuridici per una ‘revisione’ del caso, magari alla luce di elementi nuovi, oppure in base alle leggi vigenti un’ipotesi di restituzione della statua è rimessa solo alla graziosa e remota iniziativa del museo tedesco?

Sull’illegittimità dell’acquisizione del capolavoro da parte dei Musei berlinesi, personalmente ho pochissimi dubbi, specie proprio in rapporto al presunto acquisto da professionista autorizzato, che in molti danno per certo: almeno, in Italia, quando si acquista (anche in perfetta buona fede, e non mi pare che questo sia il caso) un oggetto di provenienza illecita, si incorre quanto meno nel reato di incauto acquisto. Ma, in verità, io non sono un uomo di legge, e non saprei dire se tale reato è o era contemplato anche in Germania. Altrettanto dicasi per l’ipotesi di restituzione: amici esperti di diritto mi assicurano che non esistono margini, a causa del tempo trascorso e della susseguente prescrizione. Piuttosto, colpisce il mancato intervento delle autorità italiane a seguito dell’acquisto dei frammenti del 1925 [acquisto fatto dal museo berlinese da venditore mai reso noto – NdR]: allora c’erano i presupposti per riprendere il discorso, ma i responsabili del tempo, evidentemente, preferirono incredibilmente sorvolare. Anzi, quei pochi che si opposero, furono in qualche misura costretti al silenzio.

Al di là dunque della remota ipotesi di restituzione, pensa ci sia ancora spazio per l’emergere di nuovi elementi capaci di contribuire almeno al raggiungimento definitivo della verità?

Proprio il mancato intervento del ’25 meriterebbe un esame approfondito negli archivi del Parlamento, che potrebbe portare, almeno, all’individuazione di responsabilità molto precise, e forse anche piuttosto altolocate. Nondimeno, anche in tempi recenti ci sono state responsabilità quantomeno omissive che sarebbe il caso di individuare. Per esempio: chi, all’interno del personale afferente al Ministero della P.I., nel 1966, ad indagine della magistratura locrese in corso, si arrogò l’onere di definire ”inattendibile” la testimonianza di Giovinazzo, scavalcando una esclusiva prerogativa della Magistratura? E perché lo fece?

Nel libro lei riferisce che non le è stato consentito di accedere ad una parte del fascicolo giudiziario di Locri…Che idea si è fatto di questo diniego? Il caso non era stato archiviato?

Anche su questo punto le posso rispondere solo da non esperto di diritto: l’impossibilità di accedere ad una parte del fascicolo mi è stata comunicata da funzionari del Tribunale, che hanno peraltro consentito la copia degli atti, ma non la loro pubblicazione in facsimile, né la dissigillatura della parte contenente le registrazioni dell’interrogatorio a Giovinazzo, di cui, quindi, ho potuto prendere visione solo della trascrizione cartacea. Si può supporre che ci siano ragioni di tutela della privacy di qualcuno non direttamente coinvolto nella vicenda.

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