Parco Nazionale del Pollino: uno scrigno di biodiversità faunistica

Scorcio del Parco Nazionale del Pollino  – Ph. © Stefano Contin

Scorcio del Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

di Domenico Puntillo e Michele Puntillo

Il Parco Nazionale del Pollino con i suoi 192.565 ettari è l’area protetta più estesa d’Italia e una delle più estese d’Europa. La sua vastità, l’elevata variabilità geologica, la variegata morfologia e orografia e quindi l’altrettanto elevata varietà di habitat ospitano una grande biodiversità animale di elevato valore scientifico e naturalistico. Una esaustiva trattazione della fauna del Parco Nazionale del Pollino richiederebbe una corposa monografia, ma in questa sede ci limiteremo a un breve excursus sulle entità più rare e meritevoli di tutela, così come su quelle che si distinguono per la loro bellezza o rilevanza ecologica, e non ce ne vogliate se ci siamo lasciati guidare dalle nostre personali preferenze.

Un posto di tutto rispetto nella trattazione della fauna del Parco merita il super predatore per antonomasia: il lupo (Canis lupus italicus Altobello, 1921), specie che ha rischiato l’estinzione per le lunghe rappresaglie inferte dall’uomo, ma che ora popola l’area del parco con un cospicuo numero di individui.
 

Esemplare di lupo, Parco Nazionale del Pollino - Ph. © Antonio Contin

Esemplare di lupo (Canis lupus italicus Altobello, 1921), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Antonio Contin

Animale elusivo, con abitudini prevalentemente notturne e/o crepuscolari, durante il giorno frequenta zone difficilmente accessibili all’uomo anche se abbiamo notizia di un lupo, munito di un radiocollare che ha sostato per diversi giorni in zone antropizzate vicino al mare Jonio. Con diversi progetti degli ultimi 20 anni, attraverso avvistamenti, tracciature su neve (snow-tracking), ululato indotto (wolf howling) e reperimento di deiezioni, è stato possibile stabilire il numero di lupi che frequenta il territorio del parco. Sono stati individuati 7 branchi di lupi tra i confini e le aree limitrofe. La popolazione è stata stimata in ca. 50 individui. Negli ultimi anni c’è stato un ulteriore incremento della popolazione per la maggiore disponibilità di prede, per lo più cinghiali. Purtuttavia non mancano di tanto in tanto casi bracconaggio. Recentemente è stato ritrovato un esemplare privo di vita in località Libonati del comune di Mormanno dagli agenti del Comando Stazione Forestale di Mormanno (Cosenza). Il lupo è stato ucciso da una trappola costruita con un cavo d’acciaio. Nelle vicinanze della carcassa sono state trovate altre trappole rudimentali e una gabbia di metallo per la cattura di ungulati. È necessaria un’ulteriore opera di sensibilizzazione per dissipare la credenza che questo animale sia un “nocivo”. Al contrario è un animale che opera un controllo selettivo sulle sovrabbondanti popolazioni di cinghiali che tanto danno stanno recando all’ambiente.
 

Primo piano di lupo, Parco Nazionale del Pollino - Ph. Stefano Contin

Primo piano di lupo, Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Un altro canide presente nel Parco Nazionale del Pollino è la Volpe rossa (Vulpes vulpes Linnaeus, 1758) che sicuramente è l’animale a meno rischio di rarefazione essendo comunissimo dal piano basale a quello altomontano. Il suo corpo è snello, la coda lunga e folta, il muso appuntino e le orecchie erette. É provvisto di pelo morbido, folto, di un colore che solitamente va dal fulvo al rossiccio mentre il petto, l’addome e la gola sono ricoperti da peli biancastri. É un animale di grande plasticità capace di adattarsi a qualsiasi ambiente fino a spingersi in città anche se preferisce i boschi e le macchie dove può nascondersi facilmente. La volpe rossa è cacciatrice solitaria ed ha una variegata dieta: roditori e altra piccola selvaggina ma non disdegna pesce, rane, vermi, frutta e verdura.
 

Esemplare di volpe rossa, Parco Nazionale del Pollino - Ph. Stefano Contin

Esemplare di volpe rossa (Vulpes vulpes Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Un altro mammifero che ha rischiato l’estinzione è il capriolo. Sopravvissuto con un piccolo nucleo nelle valli impervie e difficilmente raggiungibili dei monti di Orsomarso, negli ultimi decenni ha avuto anch’esso un forte incremento ed espansione. I suoi avvistamenti si fanno sempre più frequenti oltre che nel territorio del parco anche sul crinale della Catena Costiera. Questo piccolo ungulato esile e delicato che nell’immaginario collettivo suscita tanta tenerezza per la sua leggiadria, per la sua gracilità, per i suoi gioiosi salti e il suo tenero sguardo, è prezioso perché fa parte di un nucleo relitto di quella che è una rara sottospecie autoctona (Capreolus capreolus italicus Festa, 1925) presente in tutto il territorio italiano in sole tre località (Castelporziano, Gargano e appunto il Parco del Pollino). Nel resto della Calabria (per esempio in Sila) è stato soppiantato da esemplari introdotti alcuni decenni orsono da altre aree europee. Non siamo sicuri, pertanto, se siano sopravvissuti individui del ceppo autoctono.
 

Esemplare di capriolo (Capreolus capreolus, Linnaeus, 1758)

Esemplare di capriolo (Capreolus capreolus italicus Festa. 1925), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Non possiamo non citare il simpatico riccio (Erinaceus europaeus Linnaeus, 1758) ch’è l’unico insettivoro ad andare in letargo e l’istrice o porcospino (Hystrix cristata Linnaeus, 1758) che è il più grande roditore italiano. Accomuna le due specie solo il possesso degli aculei che nel primo sono molto più corti. L’alimentazione è diversa perché il riccio si nutre per lo più di insetti e il secondo di vegetali (tuberi, radici, ecc.).
 

Esemplare di Riccio (Erinaceus europaeus Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino - Ph. Stefano Contin

Esemplare di Riccio (Erinaceus europaeus Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

L’istrice è presente nelle fasce altitudinali meno elevate anche se sue tracce ben evidenti sono state osservate alla base del Monte Manfriana a 1.400 metri di quota. Di difficile osservazione perché ha abitudini notturne lascia tracce inconfondibili: i suoi lunghi aculei ad anelli bianchi e neri che ogni tanto perde testimoniano le sue scorribande. Quando l’animale si sente minacciato o braccato si lancia all’indietro contro il nemico che infilza con questi aculei provocandogli gravi ferite. Contrariamente alle credenze popolari non li scaglia a distanza.
 

Esemplare di istrice (Hystrix cristata Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino

Esemplare di istrice (Hystrix cristata Linnaeus, 1758)

Un altro mammifero, il più elusivo di tutti, presente nel parco è la lontra (Lutra lutra Linnaeus, 1758) che viene segnalata per i bacini fluviali più importanti: il fiume Lao con il suo splendido affluente l’Argentino, il Sarmento e il bacino del Sinni e nella parte meridionale occidentale del parco, quello dell’Esaro. È l’unico mustelide adattato a fare vita acquatica e il suo corpo allungato e provvisto di arti corti con dita palmate e una robusta coda ne sono la testimonianza. Inoltre possiede delle narici ed occhi posizionati verso la parte alta del muso consentendo all’animale di osservare l’ambiente pur rimanendo immerso nell’acqua. La presenza di questo splendido mustelide è legata alla sua fonte di nutrimento principale: i pesci e qualche crostaceo. É raramente osservabile e la sua presenza viene palesata dalle “fatte” o dai resti alimentari nonché dalle impronte lasciate sul fango o sulla sabbia umida. Si tratta di un animale solitario e l’unico periodo dell’anno in cui i due sessi si incontrano è la stagione degli amori.
 

Esemplare di lontra europea (Lutra lutra Linnaeus, 1758) - Image source

Esemplare di lontra europea (Lutra lutra Linnaeus, 1758) – Image source

La specie che più di tutte sta ponendo problemi seri alle popolazioni locali del parco è il cinghiale (Sus scrofa Linnaeus, 1758). Questo ungulato negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale sconvolgendo l’equilibrio di alcuni habitat e causando problemi agli agricoltori. La politica di ripopolamenti a scopi venatori con esemplari provenienti dall’est Europa ha causato questa espansione incontrollata. Si tratta di esemplari di taglia maggiore e più prolifici rispetto a quelli del nucleo autoctono.
 

Branco di cinghiali (Sus scrofa Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino - Ph. Stefano Contin

Branco di cinghiali (Sus scrofa Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

È probabile che queste popolazioni locali siano scomparse del tutto. Nel versante occidentale del parco (Orsomarso, Cozzo del Pellegrino, Mula, ecc.) sono stati osservati spesso grossi branchi composti dai 30 ai 40 individui costituiti da femmine con i loro cuccioli. Gli imponenti maschi dominanti vivono solitari e solo nel periodo riproduttivo si uniscono al branco per accoppiarsi con le femmine riproduttive. Sono state condotte campagne di abbattimento selettivo per diminuirne il numero, ma probabilmente i metodi di intervento per arginare il fenomeno dovranno essere altri in quanto tali campagne non hanno sortito effetti significativi.
 

Cucciolo di cinghiale (Sus scrofa Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino - Ph. Stefano Contin

Cucciolo di cinghiale (Sus scrofa Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Il Parco Nazionale del Pollino ospita anche l’unico rappresentante autoctono della famiglia dei felidi: il gatto selvatico (Felis silvestris silvestris Schreber, 1775). É talmente elusivo e solitario che non se ne conosce la consistenza. Carnivoro come il lupo è al vertice della catena alimentare svolgendo un ruolo importante negli ecosistemi forestali. È protetto dalla legge ed inserito tra le specie minacciate. Ama le aree boscose estese dalla macchia mediterranea fino alle faggete di alta quota. È provvisto di un corpo robusto con zampe lunghe, soprattutto le posteriori; coda con pelo fitto che reca degli estesi anelli neri con la parte terminale ingrossata ma tronca all’estremità che lo fanno distinguere dal classico gatto domestico nella sua varietà tigrata europea. La presenza nel territorio del parco è certa poiché un individuo morente è stato trovato sulla S.P. nr. 4 del Pollino da un ragazzo di Viggianello. Inoltre, di recente, nell’ambito del progetto “Monitoraggio della Mesofauna nelle Aree Protette”, finanziato dal Ministero dell’Ambiente, è stato catturato un esemplare di due anni del peso di 4.6 chilogrammi e sottoposto a misure biometriche oltre che ad un controllo sanitario e munito di un radiocollare GPS-GSM è stato successivamente rilasciato per seguirne gli spostamenti.
 

Esemplare di gatto selvatico (Felis silvestris silvestris Schreber, 1775), Parco Nazionale del Pollino

Esemplare di gatto selvatico (Felis silvestris silvestris Schreber, 1775)

Facciamo un cenno ad un altro felino ormai estinto: la lince. Un tempo era presente in tutta la Calabria dove veniva chiamata Lupo Cervino (1). Gabriele Barrio nel Cinquecento scrive che ad Orsomarso erano presenti tra l’altro sia questo animale che l’orso (2) entrambi ormai estinti. Altro predatore tipico di aree boscose è la martora (Martes martes Linnaeus, 1758), cugina della più comune faina (Martes foina Erxleben, 1777), ma dalle abitudini decisamente arboricole. La martora si distingue dalla faina per la presenza di una macchia pettorale di colore giallastro e meno estesa che nella faina è invece bianca e dal trofismo diverso. Si nutre infatti principalmente di scoiattoli e nidiacei che preda sugli alberi, mentre la seconda caccia al suolo ha e la si incontra comunemente anche in ambienti fortemente antropizzati.
 

Esemplare di martora (Martes martes Linnaeus, 1758) - Image source

Esemplare di martora (Martes martes Linnaeus, 1758) – Image source

Nelle praterie montane non è raro incontrare la lepre (Lepus corsicanus de Winton, 1898). É impresa ardua ormai poter assegnare le popolazioni del parco alla specie autoctona poiché sono stati fatte continui “lanci” a scopo venatorio con individui provenienti anche dall’estero. Questo lagomorfo erbivoro ama le radure erbose con presenza di cespugli nei quali può rifugiarsi. Al contrario del coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus, non presente nel parco), non scava tane dove nascondersi e allevare i propri piccoli i quali nascono con gli occhi aperti e ricoperti di pelo e presto capaci di rapidi movimenti per fuggire ad eventuali predatori. É’ facile osservare le “fatte” di lepre nei pascoli di alta/media montagna e nelle praterie steppose alle pendici orientali del massiccio (Petrosa).
 

Esemplare di lepre (Lepus corsicanus de Winton, 1898), Parco Nazionale del Pollino - Ph. © Stefano Contin

Esemplare di lepre (Lepus corsicanus de Winton, 1898), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Il parco si pregia della presenza di un altro rarissimo mammifero: il driomio (Dryomys nitedula Pallas, 1778), piccolo roditore piuttosto raro e molto simile al ben più comune topo quercino (Eliomys quercinus Linnaeus, 1766). Questo piccolo gliride presenta una caratteristica maschera facciale costituita da una striscia nera che si estende dalle vibrisse (in gergo mustacchi) sino alla base delle orecchie. In Italia ha un areale disgiunto: raro sulle Alpi orientali è presente in Calabria sulla catena montuosa del Parco del Pollino, in Sila e in Aspromonte dove però sono sporadici gli avvistamenti per le sue abitudini arboricole e notturne. Pare che le popolazioni calabresi e lucane siano da attribuire alla sottospecie aspromontis von Lehmann, 1964.
 

Esemplare di driomio (Dryomys nitedula Pallas, 1778), Parco Nazionale del Pollino

Esemplare di driomio (Dryomys nitedula Pallas, 1778) – Image source

Un mammifero, invece, che non passa inosservato per le sue abitudini decisamente diurne è lo scoiattolo che in questa parte dell’Italia ha una livrea nera con una macchia bianca sul petto. Recentemente questa roditore nostrano a cui il grande zoologo calabrese Armando Lucifero ha attribuito l’epiteto Sciurus meridionalis (Lucifero, 1907) è stato elevato a rango di specie per la sua diversità morfologica e genetica con lo Sciurus vulgaris Linnaeus, 1758 distribuito nelle rimanenti regioni d’Italia.
 

Esemplare di scoiattolo meridionale, Parco Nazionale del Pollino - Ph. © Stefano Contin

Esemplare di scoiattolo meridionale (Sciurus meridionalis, Lucifero, 1907), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Studi sul DNA hanno permesso, infatti, di confermare che l’intuizione di Lucifero era giusta. Purtroppo un pericolo incombe su questa specie. È stato recentemente introdotto nell’area di Maratea lo scoiattolo variabile (Callosciurus finlaysonii), specie aliena, che sta colonizzando tutta la Basilicata venendo in contatto con popolazioni dello scoiattolo meridionale che, un tempo presente solo sul massiccio del Pollino, si sta espandendo anche in quelle aree.
 

Esemplare di scoiattolo meridionale (Sciurus meridionalis, Lucifero, 1907), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Esemplare di scoiattolo meridionale (Sciurus meridionalis, Lucifero, 1907), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Un altro grazioso roditore frequenta i boschi del parco: il ghiro (Glis glis Linnaeus, 1766). Possiede una morbida pelliccia di colore grigia sul dorso e bianca sul ventre e una grande e pelosa coda come lo scoiattolo ma che tiene sempre lunga e distesa. Proverbiale il suo letargo che dura fino a sei mesi. Lo si incontra dalla fascia mediterranea a quella oromediterranea fino a 1500 metri di altitudine, occupando ambienti forestali molto diversi fra loro (dalla macchia alta fino alle faggete, passando dai querceti e castagneti delle fasce altitudinali intermedie) ovunque ci siano alberi che producano frutti da sgranocchiare (castagne, faggiole, ghiande, noci, noccioline ecc.).
 

Esemplare di ghiro (Glis glis Linnaeus, 1766), Parco Nazionale del Pollino

Esemplare di ghiro (Glis glis Linnaeus, 1766)

Chiudiamo questa rassegna dii micro-mammiferi con il toporagno acquatico (Sorex minutus Linnaeus, 1766). Frequenta piccoli corsi fluviali, laghi e stagni montani dove si immerge da ottimo nuotatore. Si tratta di una specie elusiva con abitudini crepuscolari o notturni. Ha un metabolismo talmente veloce che ha bisogno di consumare una quantità di cibo pari all’80-90% del suo peso corporeo che va da 2,5 a 7,2 grammi. Quindi deve mangiare ogni due o tre ore. La sua dieta carnivora è costituita da insetti, ragni, vermi e lumache. É un animale che non va in letargo poiché il suo peso esiguo non gli permette di immagazzinare abbastanza grasso che lo possa proteggere.
 

Esemplare di toporagno (Sorex minutus), Parco Nazionale del Pollino

Esemplare di toporagno (Sorex minutus Linnaeus, 1766)

La fauna ornitologica del Parco Nazionale del Pollino è anch’essa costituita da un gran numero di specie interessanti dal punto di vista naturalistico e conservazionistico. L’orografia del parco con la presenza di pareti rocciose verticali o sub-verticali favoriscono la presenza, nonché la nidificazione, di una grande quantità di rapaci diurni e notturni. Tra i primi la specie più rappresentativa è la regina dei cieli: l’aquila reale (Aquila chrysaetos Linnaeus, 1758) anche se i profani spesso la confondono con la più comune poiana (Buteo buteo Linnaeus, 1758) che è presente nel parco con una cospicua popolazione.
 

Esemplare di poiana (Buteo buteo Linnaeus, 1758) in volo – Courtesy of Domenico Margarese ©

Esemplare di poiana (Buteo buteo Linnaeus, 1758) in volo – Courtesy of Domenico Margarese ©

L’aquila, invece, è abbastanza rara ma è presente nell’area con almeno 4 coppie nidificanti e due coppie di cui non è stata accertata la nidificazione. Questo maestoso e splendido uccello nidifica in luoghi remoti difficilmente accessibili. Con i suoi 2,30 metri di apertura alare ed il peso di 3-6 chilogrammi è uno degli uccelli più grandi e maestosi che si possono osservare sull’Appennino. La femmina è più grande del maschio di un 25%. L’accoppiamento, che avviene a terra, viene preceduto dal rito nuziale che è veramente spettacolare e avviene in volo (danza del cielo) e potrebbe essere scambiato come una aggressione fra i due partner invece si tratta di una danza elaborata di corteggiamento dove la femmina partecipa in volo rovesciato con il maschio che le piomba addosso. L’aquila reale, insieme al lupo, è al vertice della piramide alimentare come super-predatore ed ha la necessità di un territorio di caccia piuttosto ampio. Le sue prede più comuni sono animali di piccola e media taglia tra cui topi, lepri, scoiattoli, rettili ed altri uccelli; occasionalmente caccia prede di dimensioni maggiori come volpi o cuccioli di ungulati come quelli del capriolo. Talvolta si ciba di carogne.
 

Esemplare di aquila reale (Aquila chrysaetos Linnaeus, 1758) in volo - Courtesy of Domenico Margarese ©

Esemplare di aquila reale (Aquila chrysaetos Linnaeus, 1758) in volo – Courtesy of Domenico Margarese ©

Un’altra specie che veleggia sulle alte rupi è il grifone (Gyps fulvus Linnaeus, 1758). La specie è stata reintrodotta negli ultimi anni con degli esemplari provenienti dalla Spagna e liberati lungo le Gole del fiume Raganello nel comune di Civita. Presente un tempo sul massiccio del Pollino era scomparso a causa della forte riduzione della pastorizia e forse anche per la caccia indiscriminata. L’opera di reintroduzione sembra aver avuto buon esito, infatti pare che negli ultimi anni si sia anche riprodotto con successo.
 

Coppia di grifoni (Gyps fulvus Linnaeus, 1758) sulle rocce delle Gole del Raganello, Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Coppia di grifoni (Gyps fulvus Linnaeus, 1758) sulle rocce delle Gole del Raganello, Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Il grifone è un grande avvoltoio che grazie a diversi progetti di reintroduzione è presente in varie regioni del territorio Italiano, tra cui Sicilia, Abruzzo, Friuli Lazio e Friuli Venezia-Giulia. La specie si è diffusa e riprodotta ed è stata osservata anche sulle Alpi ed in altre regioni italiane. La Sardegna è l’unica regione dove è segnalata una popolazione autoctona di 15 coppie. Questo avvoltoio raggiunge notevoli dimensioni (2.10-220 cm di apertura alare per 7-12 chilogrammi di peso) e, come i suoi congeneri, si nutre principalmente di carcasse di animali morti per cause accidentali o naturali. Recentemente nell’ambito del progetto di “Monitoraggio del Grifone mediante Telemetria Satellitare” sono stati catturati e inanellati 8 esemplari per seguirne “in remoto” gli spostamenti.
 

Esemplare di grifone (Gyps fulvus Linnaeus, 1758) sulle rocce delle Gole del Raganello, Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Domenico Puntillo

Esemplare di grifone (Gyps fulvus Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Domenico Puntillo

Nel periodo delle feste pasquali un piccolo avvoltoio veleggia il territorio del parco: il capovaccaio (Neophron percnopterus Linnaeus, 1758) che, non a caso, in dialetto viene chiamato “Pasqualino” per il suo arrivo proprio in questo periodo. Si tratta di un piccolo avvoltoio (160 cm di apertura alare per 2 chilogrammi di peso) sempre più in rarefazione sul territorio Italiano. Un tempo comune in diverse regioni ha subito un forte decremento negli ultimi anni a causa della riduzione della pastorizia un tempo molto diffusa lungo tutto l’Appennino. La specie è di piccole dimensioni soprattutto rispetto ad altre specie di avvoltoio ben più grandi (gipeto, grifone e avvoltoio monaco) ed è legata ad ambienti mediterranei. Il capovaccaio nel 2015 era presente in Italia con 8 coppie nidificanti distribuite nel sud Italia (Sicilia, Calabria e Basilicata) che confrontate con le circa 71 coppie presenti negli anni 70 (distribuite anche in Toscana e Lazio nonché le regioni prettamente meridionali italiane), fa capire il forte calo delle popolazioni stanziali. Bella la storia di Tobia, un capovaccaio a cui è stato attribuito questo nomignolo, allevato presso il Cerm (Centro Rapaci Minacciati) nella provincia di Grosseto. All’età di circa tre mesi fu traferito in Calabria dove fu liberato con la collaborazione della associazione StOrCal (Stazione Ornitologica Calabrese), il 7 settembre 2015. Dopo appena dieci giorni Tobia partì per l’Africa guadagnando l’Isola di Malta e, dopo una breve sosta nell’isola approdò in Libia per raggiungere poi il Mali percorrendo 3.500 chilometri in 17 giorni. Il 19 maggio del 2019 Tobia è tornato in Italia e, dopo una breve sosta in Sicilia, ha raggiunto la Calabria ricordando il luogo della sua liberazione (3).
 

Esemplare di capovaccaio  (Neophron percnopterus Linnaeus, 1758) - Image source

Esemplare di capovaccaio (Neophron percnopterus Linnaeus, 1758) – Image source

Tra i rapaci si deve citare il falcone per eccellenza, il falco pellegrino (Falco peregrinus Tunstall, 1771), considerato l’animale più veloce in natura. Può raggiungere in picchiata l’incredibile velocità di 300 km orari predando altri uccelli in volo, soprattutto Columbidi. Sul Pollino lo si può osservare spesso volare in prossimità delle pareti rocciose dove trova il luogo idoneo per la nidificazione e riproduzione. Nell’area del parco la popolazione nidificante è costante e sicuramente non a rischio.
 

Esemplare di falco pellegrino (Falco peregrinus Tunstall, 1771) in volo - Courtesy of Domenico Margarese ©

Esemplare di falco pellegrino (Falco peregrinus Tunstall, 1771) in volo – Courtesy of Domenico Margarese ©

Parente stretto del falco Pellegrino è il lanario (Falco biarmicus, Temminck 1825), specie ben più rara e difficile da osservare. Questo uccello ad un occhio non attento può essere confuso con il precedente per la notevole somiglianza, ma da un’osservazione più accurata lo si distinguerà per il colore del ventre e del capo più chiari (rossicci). La specie si può considerare minacciata anche per la pressione antropica, infatti questa specie ama luoghi aperti con praterie dove ama cacciare. Nidifica su piccole pareti e formazioni rocciose in ambienti xerici.
 

Esemplare di falco lanario (Falco biarmicus, Temminck 1825) - Image source

Esemplare di falco lanario (Falco biarmicus, Temminck 1825) – Image source

Altri due rapaci di abitudini completamente diverse sono presenti nel parco: lo sparviere (Accipiter nisus Linnaeus, 1758) e l’astore (Accipiter gentilis Linnaeus, 1758). A differenza dei precedenti questi rapaci amano cacciare all’interno delle fitte foreste dove volano sia tra le chiome che rasoterra con improvvise accelerazioni. Le due specie sono simili anche se la prima può essere considerata la versione “leggera” della seconda.
 

 Esemplare di sparviere (Accipiter nisus Linnaeus, 1758) - Courtesy of Domenico Bevacqua ©

Esemplare di sparviere (Accipiter nisus Linnaeus, 1758) – Courtesy of Domenico Bevacqua ©

L’astore presenta un grande dimorfismo sessuale. Il maschio pesa circa 500 grammi e raggiunge un’apertura alare dai 45 ai 65 cm mentre la femmina può raggiungere e superare il metro di apertura alare e raggiungere i 2 kg di peso. Le ali corte e larghe e le lunghe code che fungono da timone, permettono loro di volare tra gli alberi e inseguire e catturare così le prede (cince, ghiandaie ecc.) compiendo circonvoluzioni, contorsioni e giravolte acrobatiche.
 

Esemplare di astore (Accipiter gentilis Linnaeus, 1758) - Image source

Esemplare di astore (Accipiter gentilis Linnaeus, 1758) – Image source

Una specie in forte declino è un galliforme abbastanza frequente un tempo sulle parti cacuminali di ripidi costoni rocciosi da dove si può facilmente involare (Mula, Cozzo del Pellegrino, Montea, Monte Pollino ecc.). Si tratta della coturnice (Alectoris graeca Meisner, 1804).
 

Esemplare di coturnice (Alectoris graeca Meisner, 1804)

Esemplare di coturnice (Alectoris graeca Meisner, 1804)

Nelle spaccature o cenge delle pareti rocciose inaccessibili nidifica il gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax Linnaeus, 1758), un corvide provvisto di un bel piumaggio lucido e splendente, con riflessi bluastri. Riconoscibile anche per il suo becco ricurvo di colore rosso corallo (da cui il nome) e per il suo volo in stormi numerosi e vocianti (6). La sua alimentazione è costituita soprattutto da insetti o da altri invertebrati che cerca anche negli escrementi animali e talora da granaglie non disdegnando anche i nidiacei. In Calabria è presente con la sottospecie erythrorhamphus Vieillot, 1817. Un tempo questa specie si poteva osservare anche nelle alte Gole del Raganello. Negli anni è stata osservata saltuariamente nelle cime più alte del massiccio (Monte Pollino e Dolcedorme).
 

Esemplare di gracchio corallino Gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax Linnaeus, 1758)

Esemplare di gracchio corallino gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax Linnaeus, 1758) – Image source

I Piciformi del parco contano 5 delle 6 specie di picchi nidificanti sull’Appennino italiano. Il picchio nero (Dryocopus martius Linnaeus, 1758) è il più grande picchio europeo con una apertura alare di 70-75 cm. Molto diffidente è difficile da osservare ma risponde ai richiami artificiali prodotti ai fini di studio; i suoi canti sono udibili a lunghissime distanze. Si nutre di larve e insetti xilofagi nonché di formiche per cui frequenta boschi vetusti dove è presente una buona necromassa costituita soprattutto da alberi morti o da tronchi caduti al suolo.
 

Esemplari di picchio nero Picchio nero (Dryocopus martius Linnaeus, 1758)

Esemplari di picchio nero Picchio nero (Dryocopus martius Linnaeus, 1758) – Image source

Il picchio nero è un relitto glaciale e la Calabria rappresenta il limite meridionale della specie. Nel parco sono presenti anche il picchio rosso mezzano (Dendrocopus medius L., 1758), il picchio verde (Picus viridis Linnaeus, 1758), il picchio rosso maggiore (Dendrocopus major Linnaeus, 1758) e il picchio rosso minore (Dendorcopus minor Linnaeus, 1758).
 

Esemplari di Picchio rosso mezzano (Dendrocopus medius L., 1758), il Picchio verde (Picus viridis Linnaeus, 1758), il Picchio rosso maggiore (Dendrocopus major Linnaeus, 1758) e i Picchio rosso minore (Dendorcopus minor Linnaeus, 1758)

Esemplari di Picchio rosso mezzano (Dendrocopus medius L., 1758), il Picchio verde (Picus viridis Linnaeus, 1758), il Picchio rosso maggiore (Dendrocopus major Linnaeus, 1758) e i Picchio rosso minore (Dendorcopus minor Linnaeus, 1758)

Una menzione merita anche l’upupa (Upupa epops Linnaeus, 1758) non fosse altro che per la sua bellezza. É, infatti, uno degli uccelli più appariscenti del territorio del parco. Il lungo becco appena ricurvo, la cresta erettile sulla testa e la vistosa colorazione rosso-arancio con ali e coda a bande bianche e nere lo rendono inconfondibile tra i nostri uccelli anche se i suoi avvistamenti sono sporadici per la sua frequentazione di ambienti poco urbanizzati.
 

Esemplare di upupa (Upupa epops Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Esemplare di upupa (Upupa epops Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Recentemente è stato avviato un “Progetto di monitoraggio della Rete Natura 2000” nell’ambito del “Progetto AVES II annualità”. Sono state condotte delle ricerche faunistiche a cura dello Studio Naturalistico Hyla e coordinate dall’Ufficio “Conservazione, Biodiversità e Rete Natura 2000” dell’Ente Parco Nazionale del Pollino. In particolare sono state avviate indagini sugli uccelli nidificanti sul versante calabrese del parco per aggiornare la distribuzione di uccelli di maggiore interesse conservazionistico (aquila, lanario, gufo reale, picchio nero, picchio rosso mezzano e ciuffolotto). Nella sua fase preliminare è stata confermata anche la presenza di una coppia di Gufo reale (Bubo bubo Linnaeus, 1758).
 

Esemplare di gufo reale (Bubo bubo Linnaeus, 1758)

Esemplare di gufo reale (Bubo bubo Linnaeus, 1758)

Nei fiumi e torrenti del massiccio del Pollino si possono osservare dei crostacei tra cui il gambero di fiume (Austropotamobius pallipes Lereboullet, 1858) e granchio di fiume (Potamon fluviatile Herbst, 1785) entrambi esigenti di acque prive di inquinamento. Il primo è specie stenoica cioè ha una stretta valenza ecologica (temperatura dell’acqua non superiore a 25°, acque basiche ad elevata concentrazioni di ossigeno disciolto) per cui è estremamente localizzato in acque sorgive o in torrenti montani. Nel parco la sua presenza è nota solo per due siti che omettiamo per prudenza.
 

Esemplare di gambero di fiume (Austropotamobius pallipes Lereboullet, 1858)

Esemplare di gambero di fiume (Austropotamobius pallipes Lereboullet, 1858) – Image source

Il secondo è più diffuso in tutto il parco e vive lungo le sponde di fossi, fiumi con sufficiente vegetazione ripariale dove scava lunghe gallerie che di tanto in tanto lascia per addentrarsi sulla terraferma. Si nutre prevalentemente di insetti, vermi, anfibi, larve e piccoli pesci ma anche di muschi ed alghe. I maschi rilasciano una sacca spermatica che la femmina custodisce in attesa della fecondazione.
 

Esemplare di granchio di fiume (Potamon fluviatile Herbst, 1785) - Ph. © Michele Puntillo

Esemplare di granchio di fiume (Potamon fluviatile Herbst, 1785), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Michele Puntillo

Recentemente è stato trovato un piccolo crostaceo che vive negli stagni temporanei che si formano nei pascoli d’altitudine e descritto come specie nuova: il Chirocephalus ruffoi Cottarelli e Mura, 1984. Ritenuto endemico solo del Pollino ne è stata trovata una popolazione disgiunta anche sull’Appennino tosco-emiliano. É un crostaceo con un interessante adattamento a questi ambienti sottoposti a forti stress stagionali poiché vive in stagni temporanei che in estate si prosciugano completamente e che in pieno inverno sono ghiacciati. Per sopperire a questa grande difficoltà producono delle “cisti” all’interno delle quali l’embrione si arresta allo stadio di “gastrula” permettendo loro di conservare la vitalità fino a quando la pozza non ritorna nelle sue condizioni idonee e quindi assicurare una nuova generazione.
 

Esemplare di Chirocephalus ruffoi Cottarelli e Mura, 1984 Ph. © Michele Puntillo

Esemplare di Chirocephalus ruffoi Cottarelli e Mura, 1984, Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Michele Puntillo

Anche gli anfibi sono ben rappresentati nel parco. Questo gruppo annovera specie oltremodo interessanti. Per la sua bellezza e rarità una menzione la merita la salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata Bonnaterre, 1789). A dispetto dell’epiteto (terdigitata = tre dita) non ha tre ma quattro zampette. La specie possiede un mimetismo criptico particolare per cui la sua livrea della parte superiore ha colori smorti per mimetizzarsi nell’ambiente mentre nella parte ventrale presenta un bellissimo colore vermiglio. Il nome italiano di salamandrina dagli occhiali è dovuto alla presenza di due macchie biancastre sulla parte superiore del capo che simulano degli occhiali.
 

Esemplare di Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata Bonnaterre, 1789), Parco Nazionale del Pollino - Ph. © Michele Puntillo

Esemplare di salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata Bonnaterre, 1789), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Michele Puntillo

Segnaliamo per la sua bellezza più che per la sua rarità, la salamandra pezzata appenninica che nel Sud Italia è rappresentata da una sottospecie con colorazione giallo-arancio con macchie nere (Salamandra salamandra giglioli Eiselt & Lanza, 1956) o con colorazione nera con macchie giallo-arancio. Questa specie frequenta boschi freschi e umidi attraversati da corsi d’acqua non inquinati che sono indispensabili per la sua riproduzione e dove trova la sua alimentazione costituita da crostacei, larve di insetti di cui la larva della specie si nutre. Ha abitudini notturne ma non è difficile incontrarla dopo forti piogge anche di giorno oppure nell’atto riproduttivo durante i corteggiamenti nei torrenti di montagna. Ne consigliamo solo l’osservazione perché, anche se innocua, se la si prende in mano e successivamente ci si tocca gli occhi il suo muco potrebbe causare forti irritazioni.
 

Esemplare di salamandra pezzata appenninica della sottospecie Salamandra salamandra giglioli Eiselt & Lanza, 1956

Esemplare di salamandra pezzata appenninica della sottospecie Salamandra salamandra giglioli Eiselt & Lanza, 1956, Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Negli stagni montani, negli abbeveratoi si possono incontrare due specie di tritoni. Il tritone italico (Lissotriton italicus Peracca, 1898) è il più comune e sinantropico, si rinviene, infatti, in pozze, abbeveratoi, torrenti ma soprattutto nelle “cibbie” (4) dove trascorre parte della sua vita. Il tritone crestato (Triturus carnifex Laurenti, 1768) è più elusivo e si rinviene ad altitudini maggiori in stagni spesso ricchi di vegetazione acquatica. La prima specie, endemica del Sud Italia, è piccola, con una colorazione della parte superiore smorta mentre la parte ventrale è di colore giallo-arancio con macchie nere.
 

Esemplare di tritone italiano (Lissotriton italicus Peracca, 1898) - Ph. © Michele Puntillo

Esemplare di tritone italiano (Lissotriton italicus Peracca, 1898) – Ph. © Michele Puntillo

La seconda è riconoscibile per una cresta particolarmente evidente nel maschio e quasi assente nella femmina con dimensioni abbastanza accentuate rispetto alla prima specie. Entrambi sono inclusi nella lista rossa delle specie a rischio di estinzione in Italia.
 
Esemplare di tritone crestato (Triturus carnifex Laurenti, 1768)

Esemplare di tritone crestato (Triturus carnifex Laurenti, 1768) – Image source

Tra gli anuri (anfibi privi di coda nello stadio adulto) oltre al rospo (Bufo bufo Linnaeus, 1758) sono abbastanza comuni tre rane: la rana dalmatina (Rana dalmatina Fitzinger, 1839), la rana italica (Rana italica Dubois, 1987) e la comune rana verde (Pelophylax esculentus Linnaeus, 1758).
 

Esemplare di rospo (Bufo bufo Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Esemplare di rospo (Bufo bufo Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Un altro anfibio che merita la nostra attenzione è l’ululone dal ventre giallo (Bombina pachipus Bonaparte, 1838). É una specie che in natura è difficilmente osservabile per il color terra del dorso che gli permette una mimetizzazione con gli ambienti che frequenta: pantani, acque ferme temporanee lungo i sentieri forestali o anche rivoli a lento decorso e di limitata estensione e profondità. La colorazione sgargiante, giallo-arancio, sul ventre è, invece, un colore di ammonimento per eventuali predatori. La specie è infatti velenosa. Se minacciata e la fuga non è possibile assume una bislacca posizione: si copre gli occhi con gli arti anteriori, si arrotola sulla schiena per mostrare l’intera superfice ventrale vivacemente colorata ed incomincia a secernere dalle sue ghiandole che ricoprono la sua pelle un liquido bianco fortemente irritante che scoraggia gli eventuali predatori.
 

Esemplare di ululone dal ventre giallo (Bombina variegata Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino - Ph. © Michele Puntillo

Esemplare di ululone dal ventre giallo (Bombina variegata Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Michele Puntillo

Numerosi sono i rettili presenti nell’area del parco. Tra i sauri sono ben diffuse la lucertola campestre (Podarcis siculus Rafinesque, 1810), il ramarro (Lacerta bilineata Daudin, 1802), la luscengola (Chalcides chalcides Linnaeus, 1758) e l’orbettino (Anguis fragilis Linnaeus, 1758). Di abitudini piuttosto notturne sono i gechi: La tarantola (Tarentola mauritanica Linnaeus, 1758) che vive sulle rocce ma anche sui muri dove si nutre di insetti e un altro piccolo geco (Hemidactylus turcicus Linnaeus, 1758) che si differenzia dal primo perché possiede un artiglio al termine di ogni dito e con abitudini di caccia abbastanza simili.
 

Coppia di ramarri (Lacerta bilineata Daudin, 1802), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Coppia di ramarri (Lacerta bilineata Daudin, 1802), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Spicca su di tutti la vipera con una sottospecie endemica (Vipera aspis subs. Hugy). Tanto temuta per la sua velenosità riteniamo che il suo morso raramente sia realmente mortale. Strane dicerie alimentate dal passaparola farebbero credere che spesso vengono lanciate in appositi sacchetti dagli elicotteri a scopo di ripopolamento. Niente di più falso. Sicuramente non c’è questa supposta necessità poiché gli esemplari presenti in natura si stabilizzano in un rapporto costante con le loro prede. Le loro popolazioni sono infatti fluttuanti: esse aumentano con l’aumentare delle prede e diminuiscono quando la disponibilità delle prede regredisce. Sono degli ottimi indicatori di ambienti sani dal punto di vista ecologico.
 

Esemplare di vipera (Vipera aspis subs. Hugy), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Esemplare di vipera (Vipera aspis subs. Hugy), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Stefano Contin

Il più lungo e grande rettile del parco è però il cervone (Elaphe quatuorlineata Bonnaterre) tanto temuto quanto innocuo. Le sue dimensioni sono davvero ragguardevoli raggiungendo talora anche i 240 cm. Oltre che per le sue dimensioni si riconosce per le due fasce scure presenti sui lati. Questo bel serpente è stato a lungo braccato per le sue supposte strane abitudini. Il nome dialettale “mbasturavacche” si riferisce infatti a bislacche credenze popolari secondo le quali il serpente avvinghierebbe le gambe delle mucche per suggerne latte dalle mammelle. Il fenomeno è stato esteso anche alle donne in allattamento dove l’animale darebbe la coda da succhiare al neonato mentre si nutrirebbe del latte materno. Invero questo colubride ancorché essere dannoso è oltremodo utile all’uomo perché frequentando le stalle si nutre di piccoli roditori svolgendo un’importante ruolo di regolatore delle popolazioni di questi piccoli animali.
 

Esemplare di cervone (Elaphe quatuorlineata Bonnaterre), Parco Nazionale del Pollino - Ph. © Michele Puntillo

Esemplare di cervone (Elaphe quatuorlineata Bonnaterre), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Michele Puntillo

Altri due serpenti congeneri con il precedente sono presenti nel parco: il colubro di Eusculapio (Elaphe longissima Laurenti, 1768) e il saettone occhi rossi (Elaphe lineata Camerano, 1891= Zamenis lineatus).
 

Esemplare di colubro di Esculapio (Elaphe longissima Laurenti, 1768) - Image source

Esemplare di colubro di Esculapio (Elaphe longissima Laurenti, 1768) – Image source

Sono due serpenti lunghi e snelli di colore giallo-marrone sul dorso e giallo chiaro sul ventre chiamati saettoni per la loro velocità di movimento. Agili nell’arrampicarsi sugli alberi, predano uova e nidiacei ma sono anche cacciatori di roditori. Simbolo della medicina e dei farmacisti possiedono una testa stretta e una pupilla rotonda con l’iride di colore giallastro nel primo e rossa nel secondo.
 

Esemplare di saettone occhi rossi (Elaphe lineata Camerano, 1891= Zamenis lineatus) - Image source

Esemplare di saettone occhi rossi (Elaphe lineata Camerano, 1891= Zamenis lineatus) – Image source

Il più comune dei serpenti però è il biacco (Hierophis carbonarius Lacépède, 1789) che da adulto manifesta una livrea nera. Anche questo serpente è innocuo tuttavia se infastidito soprattutto in fase di accoppiamento può reagire inseguendo l’aggressore.
 

Esemplare di biacco (Hierophis carbonarius Lacèpede, 1789) - Image source

Esemplare di biacco (Hierophis carbonarius Lacépède, 1789) – Image source

Negli stagni, nei luoghi umidi si può incontrare un altro bel serpente: la biscia dal collare (Natrix natrix Linnaeus, 1758) che può raggiungere anche i due metri di lunghezza. Recentemente è apparsa su alcuni giornali locali la notizia che a Verzino (Crotone) è stato catturato e poi messo in libertà un esemplare che ha raggiunto l’incredibile misura di 23 kg. di peso e più di tre metri di lunghezza, avvalorando la leggenda delle “bisce secolari” diffusa in molti luoghi del Sud.
 

Esemplare di biscia dal collare (Natrix natrix Linnaeus, 1758) – Ph. © Michele Puntillo

Esemplare di biscia dal collare (Natrix natrix Linnaeus, 1758) – Ph. © Michele Puntillo

Abbastanza localizzata nel parco è la testuggine palustre (Emys orbicularis Linnaeus, 1758). Questa tartaruga, con abitudini prettamente acquatiche, è abbastanza frequente in piccoli laghetti del versante orientale dove si spinge anche a quote abbastanza elevate nelle pozze che lambiscono Timpa la Falconara. Per poterla osservare basta appostarsi e aspettare che emerga per respirare.
 

Esemplare di testuggine palustre (Emys orbicularis Linnaeus, 1758) – Image source

Esemplare di testuggine palustre (Emys orbicularis Linnaeus, 1758) – Image source

Tra gli insetti rivestono particolare interesse i coleotteri. Prima di tutto c’è da citare, non fosse altro che per la sua bellezza e rarità, la rosalia alpina (Rosalia alpina Linnaeus, 1758). Allo stato adulto esibisce una livrea con colorazione di fondo azzurro cenere con un disegno a macchie nere vellutate sul protorace e sulle elitre. Questo cerambicide è un ottimo indicatore di boschi vetusti con lunga continuità (boschi polifitici, disetanei con la presenza di alberi morti o morenti). Nella sua fase larvale la specie vive si nutre di legno morto (saproxilobionte).
 

Esemplare di rosalia alpina (Rosalia alpina Linnaeus, 1758) – Ph. © Antonio Contin

Esemplare di rosalia alpina (Rosalia alpina Linnaeus, 1758) – Ph. © Antonio Contin

Un altro coleottero che non passa inosservato per la sua livrea dai riflessi metallici che vanno dal verde al giallo, all’azzurro, al rosso è un buprestide definito coleottero-gioiello: il Buprestis splendens Fabricius 1775, uno dei coleotteri più belli e rari del continente. Ricordiamo anche un altro buprestide endemico di Calabria e Lucania: Anthaxia (Melanthaxia) kochi Obenberg, 1938, ritrovato anche nelle abetine aspromontane. La colorazione blu vivace lo distingue dalle specie affini, di solito bruno-nerastre.
 

Esemplare di Buprestis splendens su tronco di Pino loricato (Pinus heldreichii leucodermis)

Esemplare di Buprestis splendens su tronco di Pino loricato (Pinus heldreichii leucodermis), Parco Nazionale del Pollino

Per la loro leggiadria, per la loro colorazione variopinta spiccano le farfalle (Lepidotteri). Talora anche i loro bruchi esibiscono colori e forme ammalianti. Così il bruco della sfinge dell’euphorbia (Hyles euphorbiae Linnaeus, 1756) sicuramente il più bello e colorato delle farfalle europee. Si nutre delle piante di varie Euforbie (Euphorbia biglandulosa, E. characias, ecc.) che secernono un latice velenoso innocuo all’animale. Gli individui spiccano sulla pianta per il loro colore variopinto attraversato da bande nere punteggiate di bianco. Anche l’insetto adulto (la farfalla) ad ali dispiegate esibisce bei colori che vanno dal giallo-oliva, al bianco, al rosso e al nero.
 

Bruco di sfinge dell’Euphorbia (Hyles euphorbiae Linnaeus, 1756) - Image source

Bruco di sfinge dell’euphorbia (Hyles euphorbiae Linnaeus, 1756) - Image source

Per rarità e bellezza vanno citate anche l’alexanor (Papilio alexanor Esper, 1799), papilionide di grandi dimensioni sovente confuso con il congenere macaone (Papilio machaon Linnaeus, 1758) più comune nel territorio del parco, la ninfa del corbezzolo (Charaxes jasius Linnaeus, 1756) che è l’unico rappresentante europeo del genere e la vanessa io (Inaxis io Linnaeus, 1758) dalla bella livrea rosso-mattone con quattro grandi ocelli.
 

Farfalle delle specie alexanor (Papilio alexanor Esper, 1799), macaone (Papilio machaon Linnaeus, 1758), ninfa del corbezzolo (Charaxes jasius Linnaeus, 1756) e vanessa Io (Inaxis io L., 1758)

Farfalle delle specie alexanor (Papilio alexanor Esper, 1799), macaone (Papilio machaon Linnaeus, 1758), ninfa del corbezzolo (Charaxes jasius Linnaeus, 1756) e Vanessa Io (Inaxis io L., 1758)

Per rarità bisogna citare alcuni endemismi del Massiccio del Pollino o dei monti limitrofi come la Heterogynis eremita Zilli, Cianchi, Racheli & Bullini, 1988. Un altro probabile endemismo, perché c’è l’incertezza da parte di alcuni studiosi se sia una “buona” specie, è un piccolo rappresentante dei Lycaenide dalla elegante livrea bluastra: Polyommatus galloi Balletto & Toso, 1979 la cui larva si nutre della pianta di Onobrychis. Ancora un altro endemismo rarissimo è il Coenotephria antonii Hausmann, 2011 descritto per Trecchina in Basilicata e recentemente ritrovato anche sui monti di Saracena. Al momento di questa specie se conoscono due esemplari femminili e un solo maschio attero (privo di ali) ma rimane sconosciuta la sua larva. Per importanza bisogna poi citare la Erebia cassioides Reiner & Hohenwarth 1792, relitto glaciale con disgiunzione di areale (5). Infatti è presente solo sulle Alpi e parte dell’Appennino centrale per poi ricomparire sul Pollino.
 

Esemplare di Polyommatus galloi Balletto & Toso, 1979 - Image source

Esemplare di Polyommatus – Image source

Né si può sottacere la sfinge colibri (Macroglossum stellatarum Linnaeus, 1758) che è presente anche sul Pollino. Si tratta di una falena (farfalle notturne) che stranamente vola di giorno. Il suo volo è paragonabile appunto a quello del colibrì poiché agita le ali con battiti ad altissima frequenza librandosi nell’aria e allungando la sua lunghissima spiritromba per introdurla nella corolla de fiori che visita in cerca di nettare. Sovente lo si ritrova sulle infiorescenze della valeriana rossa (Centranthus ruber).
 

Accoppiamento tra due sfingi colibrì (Macroglossum stellatarum Linnaeus, 1758) - Ph. © Michele Puntillo

Accoppiamento tra due sfingi colibrì (Macroglossum stellatarum Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Michele Puntillo

Tra gli aracnidi rivestono particolare interesse alcune specie di ragni. Prima di tutti la Malmignatta o Vedova Nera Mediterranea, il rappresentante più velenoso della fauna aracnologica del Mediterraneo. Il suo morso può provocare danni notevoli anche se raramente risulta letale. La livrea della femmina è inconfondibile: esibisce 13 macchie circolari rosse su un fondo nero da cui il nome scientifico (Latrodectus tredecimguttatus Rossi, 1790).
 

Esemplare di malmignatta o vedova nera mediterranea (Latrodectus tredecimguttatus Rossi, 1790), Parco Nazionale del Pollino - Ph. © Domenico Puntillo

Esemplare di malmignatta o vedova nera mediterranea (Latrodectus tredecimguttatus Rossi, 1790) con ovisacco, Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Domenico Puntillo

Il maschio ha invece delle macchie bianche ed è più piccolo della metà. La specie è molto rara nel territorio del parco. Se ne conoscono tre siti tutti nel territorio calabrese nella fascia mediterranea in ambienti aridi e rocciosi. Le tele, molto resistenti ma dalla forma irregolare, vengono costruite tra i massi a livello del suolo e le prede sono costituite soprattutto da coleotteri di passaggio. Il nome di vedova nera deriva dall’abitudine che ha la femmina di mangiare il maschio dopo l’accoppiamento.
 

Esemplare maschio di malmignatta o vedova nera mediterranea (Latrodectus tredecimguttatus Rossi, 1790), Parco Nazionale del Pollino - Ph. © Domenico Puntillo

Esemplare maschio di vedova nera mediterranea (Latrodectus tredecimguttatus Rossi, 1790), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Domenico Puntillo

Altro rappresentante molto affascinante della fauna aracnologica è la famosa tarantola (Lycosa tarentula Linnaeus, 1758) detto anche ragno lupo. É un ragno dalle abitudini terrestri che vive nei pascoli montani sassosi e in declivio dove utilizza gallerie sotterranee lunghe anche 30 cm che riveste con una ragnatela bianca e sottile rimanendo in attesa delle prede che passano nei dintorni dell’imboccatura. I maschi sono erratici e nel periodo dell’accoppiamento si aggirano intorno alle tane. Come altri ragni affini la cura parentale si manifesta con la protezione dei cuccioli per lungo tempo che protegge trasportandoli sul proprio addome.
 

Esemplare di tarantola (Lycosa tarentula Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino  - Ph. © Domenico Puntillo

Esemplare di tarantola (Lycosa tarentula Linnaeus, 1758), Parco Nazionale del Pollino – Ph. © Domenico Puntillo

Ne possiamo trascurare di citare altri due ragni del genere Eresus particolarmente interessanti per abitudini e bellezza (Eresus kollari Rossi, 1846 e Eresus walckenaeri Brullé, 1832). In entrambe le specie i maschi, molto piccoli rispetto alle femmine, sono morfologicamente identici e si presentano con un addome nero con 4 macchie circolari nere. Solo un esame degli organi genitali permette di stabilire a quale specie appartengano. Le femmine al contrario sono dimorfiche, quella dell’Eresus kollari, presenta una colorazione nerastra eccetto la parte anteriore del capo, la quale si presenta con una fitta peluria rossiccia. La femmina dell’Eresus walckenaeri, ha il corpo nero con una fascia a forma di mezzaluna arancione sulla parte anteriore dell’addome con una fitta puntinatura biancastra ad ornare tutto l’addome.
 

A sx femmina di Eresus kollari (Ph. Michele Puntillo) a dx femmina di Eresus walckenaeri (Ph. Domenico Puntillo)

A sx femmina di Eresus kollari (Ph. Michele Puntillo), a dx femmina di Eresus walckenaeri (Ph. Domenico Puntillo)

Chiudiamo questa rassegna con altre due specie molto appariscenti e che non passeranno inosservate. Appartengono al genere Argiope ragno vespa (Argiope bruennichi Scopoli, 1772 e Argiope lobata Pallas, 1772). Le loro robuste ragnatele circolari sono un piccolo capolavoro di ingegneria. Una caratteristica peculiare è la struttura a zig-zag, detta stabilimentum, che si vede nella foto di sinistra, e posta al centro della ragnatela che serve da sostegno e rinforzo all’intera struttura. Le due specie hanno ecologie completamente diverse. La prima si incontra in ambienti prativi abbastanza umidi in prossimità di fossi, torrenti o fiumi, mentre l’altra vive in ambienti aridi e molto ventosi. Spesso nelle tele del primo convivono dei piccolissimi ragni cleptoparassiti del genere Argyrodes (per es.: A. argyrodes Walckenaer, 1834) che rubano parti di prede catturate dal ragno ospite.
 

A sx femmina di Argiope bruennichi e a dx femmina di Argiope lobata (Ph. Domenico Puntillo)

A sx femmina di Argiope bruennichi e a dx femmina di Argiope lobata – Ph. © Domenico Puntillo

Questa breve e non esaustiva carrellata degli animali presenti nel Parco Nazionale del Pollino si spera possa introdurre alla conoscenza della biodiversità animale del suo territorio che è ben lungi dall’essere completamente esplorata soprattutto per quanto riguarda la microfauna del suolo, delle acque ma anche di quella fito-xilofaga notoriamente più criptica. Noi concludiamo consigliando a chi legge (il visitatore, l’escursionista) a percorrere lentamente il territorio del Parco ammirando non solo il paesaggio che tanta meraviglia desta per la sua bellezza e maestosità ma a godersi con attenzione tutto il percorso fermandosi di tanto in tanto ad osservare il cielo alla ricerca del volo di un uccello o a sostare davanti ad un albero morto per scoprire quanta vita vi alberga, a sostare davanti ad un ruscello per sorprendere un anfibio, un pesce. La vita prospera davanti a noi e spesso rimane nascosta perché non abbiamo abituato i nostri occhi e la nostra mente alla loro osservazione.

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Scorcio del Parco Nazionale del Pollino con esemplare di Pino loricato e coppia di cavalli al pascolo – Ph. © Stefano Contin

Scorcio del Parco Nazionale del Pollino con esemplare di Pino loricato e coppia di cavalli al pascolo – Ph. © Stefano Contin

FAME DI BIODIVERSITA’ Blog

NOTE:
1) Giovanni Fiore. Della Calabria Illustrata, 1691, vol. I. p. 144.
2) Gabriele Barrio. De antiquitate et situ Calabriae. Romae, apud Iosephum de Angelis, 1571 p. 94
3) Comunicato stampa del Cerm, 2 giugno 2019
4) Vasche in cemento usate come serbatoi per irrigare gli orti
5) Il Massiccio del Pollino ospita una fauna decisamente interessante ospitando popolazioni di specie tipicamente alpine come Erebia cassioides ed E. gorge, oltre che numerose specie di interesse conservazionistico (Melanargia arge, Parnassius mnemosyne, Maculinea arion, ecc.). Le popolazioni di Polyommatus ripartii sono talmente differenziate che secondo alcuni autori sono da attribuire ad una specie a sé, Polyommatus galloi (Balletto & Toso, 1979). Le segnalazioni di alcune specie come Chazara briseis ed Erebia gorge non hanno conferma da alcuni decenni lasciando ipotizzare una loro estinzione locale. Numerose altre sono le specie che hanno qui il limite meridionale di diffusione in Italia.
6) Sulla presenza del gracchio corallino nell’area del Parco cfr. l’Osservatorio Regionale per la Biodiversità della Calabria (fonte disponibile on line)

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