La poetica leggenda calabrese sulla nascita dell’uva

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A sin. grappoli di uva calabrese Gaglioppo - Ph. Fabio Ingrosso | CCBY2.0. A destra, un usignolo - Ph. J. Dietrich | CCBY-SA3.0

A sin. grappoli d’uva dell’antico vitigno calabrese Gaglioppo – Ph. Fabio Ingrosso | CCBY2.0. A destra, un usignolo – Ph. J. Dietrich | CCBY-SA3.0

di Kasia Burney Gargiulo

La coltivazione della vite e la produzione del vino risalgono in Calabria ad epoche immemorabili. Gli Enotri, una delle popolazioni che abitarono questa terra prima ancora che da oltremare giungessero i coloni greci, erano infatti detti ‘coltivatori della vite’ ed il nome stesso della loro patria, l’Enotria, è stato da molti inteso nel significato di ‘terra del vino’. Là dove la Storia sfuma nell’incertezza delle origini di popoli, luoghi, costumi e tradizioni, trova terreno fertile il seme della leggenda, quel gusto del racconto tipico della tradizione orale, in cui il reale e il meraviglioso si fondono per celare sotto il velo della fiaba verità riservate a pochi, per provare a rispondere a quesiti insoluti sulla natura e sugli uomini o, più semplicemente, per lenire con un po’ di poesia le durezze delle vita quotidiana. A quest’ultima schiera sembra appartenere la bella leggenda calabrese sulla nascita dell’uva tramandata da generazioni di cantastorie:

 

Si narra che in un tempo remotissimo, nelle assolate contrade del Sud, la vite fosse una semplice pianta ornamentale, rigogliosa nel suo fogliame d’un verde splendente, ma assolutamente incapace di produrre fiori e frutti. Una primavera di tanti secoli fa un contadino, accortosi di quanto quella pianta facesse ombra ai terreni seminati, decise di potarla drasticamente per ridurne il più possibile la chioma. Pochi rami, corti e nodosi, sopravvissero ad un trattamento così energico. La verde e frondosa pianta era ormai ridotta all’ombra di se stessa. Vistasi così orrendamente mutilata, la vite iniziò a piangere lacrime di amaro sconforto e sofferenza.

Un usignolo che al tramonto soleva rifugiarsi fra il suo verde fogliame la vide in quello stato, ebbe pietà di lei e le disse: «Non piangere…ora canterò per te e le stelle certamente si muoveranno a compassione». Svolazzò fra quei poveri rami monchi, si posò con le sue zampette su uno di essi e al calar della notte lasciò che il canto più soave sgorgasse dalla sua tenera ugola. Così fece per dieci notti di seguito. Quelle note vibranti di sentimento ebbero la forza di smuovere il cielo…e le stelle, commosse, fecero così discendere un po’ della loro forza sulla povera pianta mortificata dalla mano dell’uomo.

La vite si sentì fremere in ogni sua fibra e le parve come se una nuova linfa fosse giunta a darle vigore. I nodi dei suoi rami si gonfiarono, le gemme si dischiusero e verdi pampini si offrirono al lieve alito del vento, mentre teneri riccioli verdi, i viticci, si fletterono verso l’usignolo avvolgendogli le piccole zampe in una muta carezza. Le sue lacrime, belle come perle d’Oriente, si trasformarono un po’ alla volta in tanti piccoli succosi frutti e al sorgere del sole già pendevano dai rami i primi grappoli d’uva. Quando l’usignolo volò via, la prima luce dell’alba aveva impresso a quegli acini una lieve doratura.

Ritrovato il suo antico aspetto, la vite s’accorse però di non essere più una sterile pianta. Dai suoi rami spuntavano frutti che possedevano la forza delle stelle, la dolcezza del canto dell’usignolo, la luminosa grazia delle notti d’estate.

 
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