La Napoli di Alexandre Dumas, tra fermento politico e creazione letteraria

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Marinai e pescatori a Napoli, 1853, acquaforte di Filippo Palizzi | Ph. by The British Library

“Napoli…si compone di tre strade in cui si va sempre e di cinquecento strade in cui non si va mai. Le tre strade si chiamano Chiaia, Toledo e Forcella. Le altre cinquecento non hanno nome: sono l’opera di Dedalo, il labirinto di Creta, con il minotauro in meno e i lazzaroni in piú.”
Alexandre Dumas, Il Corricolo, 1841

di Carlo Picca

Il viaggio, nel secolo dei Lumi, è soprattutto occasione di formazione, ma nel corso dell’Ottocento con l’avvento del pensiero romantico esso si afferma quale mezzo di avvicinamento alle bellezze naturali e artistiche dei luoghi visiati così come al loro valore umano, privilegiandone quindi l’aspetto sensoriale e vitalistico. L’Italia ovviamente è una delle mete predilette dagli Europei. Molti sono quelli che inseriscono nel loro itinerario la città di Roma, e non pochi quelli che vogliono giungere fin sulle rive del Golfo di Napoli, città che in quel momento ha caratteristiche tali da potersi considerare una delle più importanti d’Europa. Così negli anni ‘30 dell’Ottocento Alexandre Dumas (1802-1870) conosce Napoli, città della quale si innamora fino a farne la sua musa ispiratrice e nel cui “ventre” torna con piacere ad immergersi più volte, fino a soggiornarvi per alcuni anni al seguito di Giuseppe Garibaldi.

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Lo scrittore francese Alexandre Dumas ritratto dal celebre fotografo Nadar, 1855

Al celebre scrittore e drammaturgo francese, maestro del romanzo storico e del teatro romantico, famoso soprattutto per capolavori come Il conte di Montecristo e I tre moschettieri, nel 1860 Garibaldi chiede infatti di comperare in Francia un carico di fucili per i suoi uomini, armi che lo scrittore riesce a procurarsi a Marsiglia per poi consegnarli nella rada di Napoli. Sempre più coinvolto dalle imprese dell’Eroe dei Due Mondi, Dumas decide così di fermarsi fino al 1864 in quella città dal fascino irresistibile. Garibaldi, a quel tempo in carica nell’ex regno borbonico di Napoli col titolo di Dittatore, lo nomina Conservatore dei Musei e Direttore – ruolo che svolge per quattro anni – del giornale L’Indipendente, il cui nome si deve allo stesso condottiero nizzardo. Dumas accetta gli incarichi con generoso entusiasmo ed anelito di rinnovamento sociale dedicandosi anima e corpo ai due ruoli affidatigli. Egli conosceva molto bene la città avendola, come già accennato, vissuta anni prima, ma adesso nella caotica e passionale Napoli garibaldina il romanziere scopre una città a sua misura e vi si cimenta come uomo di Stato godendo della piena fiducia di Garibaldi da lui visto come un eroe degno della propria immaginazione.

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Wenzel Franz, Ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860, Museo Civico di Castel Nuovo

In particolare il grande scrittore contribuisce attraverso le sue pubblicazioni a sensibilizzare l’opinione pubblica francese intorno alla questione dell’unità italiana. Inoltre segue passo passo le vicende biografiche di Garibaldi, al punto che, a detta di Indro Montanelli, L’Indipendente fu il solo giornale a dare notizia della sua partenza per Caprera, elencando il contenuto del suo bagaglio: un sacchetto di sementi, alcuni barattoli di caffè e zucchero, una balla di stoccafissi e una cassa di maccheroni.

Nel corso dei suoi numerosi soggiorni napoletani, Dumas ebbe modo di conoscere bene la città ed i suoi abitanti, che descrisse in modo mirabile in alcuni suoi libri. Il Corricolo, da cui è tratta la breve citazione che precede questo pezzo, è la prima di tre opere che Dumas ambientò a Napoli e l’ha dedicata alle 500 e più viuzze partenopee con la loro carica di umanità e di espressività popolare.

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Un corricolo napoletano, acquaforte di Filippo Palizzi. Napoli, 1853 | Ph. British Library

Al romanziere interessavano proprio le strade più vissute dove si ritrovava il vero spirito dei napoletani, strade che si potevano visitare con una specie di calessino, il corricolo appunto, in grado di passare ovunque. Al Corricolo seguirono poi Le confessioni d’una favorita, ispirato al personaggio storico di Emma Lyonna, eccentrica e spregiudicata consorte del plenipotenziario inglese alla corte di Napoli sir William Hamilton, e La Sanfelice, bellissimo romanzo storico che ha per protagonista la nobildonna napoletana Luisa Sanfelice finita sul patibolo per sospetto collaborazionismo con i rivoluzionari giacobini.

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Una prima pagina de L’Indipendente, giornale diretto da Alexandre Dumas, 1863

Nel Corricolo, celebre ed affascinante è il racconto che l’autore fa di Via Toledo. Una descrizione viva ed attualissima. La grande e centralissima via viene presentata come il primo passo fatto da Napoli verso la civiltà moderna, il legame che congiunge la città “poetica” alla città industriale. Una sorta di percorso lungo il quale si può osservare come il vecchio mondo vede sopraggiungere il nuovo. Toledo viene descritta come la via di tutti, la via vitale per eccellenza, dove pullulano ristoranti, caffè e botteghe. Imprescindibile per percorrere la città da capo a piedi, è descritta come l’arteria principale attraverso cui si incrociano tutti i quartieri della città, una sorta di fiume in cui vanno a confluire tutti i “torrenti” di folla provenienti dalle vie laterali. Dumas racconta dell’aristocrazia che vi passa in carrozza e dei commercianti che vi vendono le loro stoffe, ma soprattutto del popolo napoletano che ama sostarvi anche per farvi la siesta. Per il nobile è una passeggiata, per il mercante un bazar, per il lazzarone un domicilio. La strada di Toledo è una strada europea a tutto tondo, selciata di lava come Ercolano e Pompei ma illuminata a gas come Londra e Parigi.

In essa si mostrano rispettabili e sfarzosi negozi, come quelli, in particolare, di mercanti di antichità, di costruttori di fiammiferi chimici o di brillanti parrucchieri, ma non può non colpire l’autore francese anche la presenza del botteghino del gioco del lotto con tutta la vitalità del popolo che vi sosta per tentare la Fortuna. Senza dimenticare infine i tre importanti palazzi che incorniciano la via principale di Napoli. Ogni cosa è degna di esser veduta in via Toledo, ma siccome è impossibile scrivere di tutto, bisogna così limitarsi a tre soli palazzi, che sono fra quanto essa offre di più rilevante e notevole: il Palazzo Reale a un estremo, il Palazzo di Città all’altro estremo, e in mezzo il Palazzo Barbaja, appartenuto a Domenico Barbaja, celebre impresario di Gioacchino Rossini, e per breve tempo abitato dallo stesso musicista.

Nel 1864 a causa dei malumori di chi mal digeriva che uno straniero occupasse incarichi così prestigiosi, Dumas capì che era giunto il momento di dar le dimissioni e di andar via. In quell’ultimo periodo aveva trascorso a Napoli ben tre anni e mezzo, dal ’61 al ’64, ed erano stati anni intensi di avvenimenti. Così lasciò la Città del Golfo per tornare a Parigi, e quando si fermò a guardarla per l’ultima volta si racconta abbia detto commosso: “Lascio la più bella città del mondo”.

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Napoli, scena di tarantella davanti a un’osteria cittadina, acquaforte di Teodoro Duclère, 1853 | Ph. British Library

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