I misteriosi Giganti sardi di Mont’e Prama, dopo 40 anni riportati alla luce dai depositi della Soprintendenza

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Sardegna - Particolare di uno dei Giganti di Mont'e Prama - Museo Archeologico di Cagliari

Sardegna – Particolare di uno dei Giganti di Mont’e Prama, Cabras (Oristano) – Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

di Kasia Burney Gargiulo

Da sempre, quando si parla di civiltà nuragica in Sardegna si pensa subito a quella civiltà nata e sviluppatasi sull’isola dalla piena età del Bronzo (1700 a.C.) al II secolo a.C., in piena epoca romana; una realtà culturale del nostro remoto passato che nell’immaginario collettivo viene automaticamente ricollegato a quelle costruzioni che vanno sotto il nome di nuraghi, considerate le sue vestigia più significative e frutto dell’evoluzione di civiltà molto più antiche che a loro volta ci hanno lasciato specifiche e a volte enigmatiche tracce come dolmen, menhir e particolari tipi di sepolture dette domus de janas. E in effetti i nuraghi si impongono all’attenzione con la loro monumentalità e col mistero che ancora in parte ne circonda la effettiva funzione. Alla civiltà nuragica riportano poi anche i particolarissimi bronzetti ritrovati in pozzi sacri, nei villaggi, negli stessi nuraghi e raffiguranti in forma molto stilizzata i più disparati personaggi, in un arco di tempo che va dal XIII al VI sec. a.C. Tipici di questa civiltà sono anche i templi dell’acqua sacra, strutture ipogeiche destinate al culto delle acque, e le cosiddette tombe dei giganti, monumenti funerari megalitici per sepolture collettive, disseminati un po’ in tutta l’isola.

Collocazione geografica della penisola del Sinis

Collocazione geografica della penisola del Sinis – Image by Sémhur | CCBY-SA3.0

Ma ecco che 40 anni fa, a Mont’e Prama (Cabras, Oristano) nella Sardegna centro-occidentale, improvvisamente un evento fortuito avrebbe introdotto un elemento nuovo e inaspettato nel nucleo di conoscenze esistenti sulla civiltà nuragica. Nel marzo del 1974 l’aratro del contadino Battista Meli urtava contro un masso apparentemente inamovibile ma che in realtà era la testa gigante di un guerriero, eccezionale anteprima di una delle più importanti scoperte archeologiche del Mediterraneo che ha attirato in Sardegna studiosi da tutto il mondo. Affacciato sulla laguna dove si alleva la muggine e si produce la bottarga di Cabras, un tempo dovette sorgere un centro monumentale senza pari.

Quella testa ritrovata per caso fu solo l’inizio del rinvenimento di un vero e proprio ‘esercito’ di giganti di pietra, scolpiti a tutto tondo, oggi conosciuti come i Giganti di Mont’e Prama. Fu avviato un primo scavo dal quale emersero quasi trenta statue colossali in pietra d’arenaria, altri quattro scavi seguirono fra il 1975 e il 1979, campagne che hanno portato alla luce oltre 5000 frammenti in grado, con un paziente lavoro di restauro (10 tonnellate di arenaria da ricomporre), di dare vita alle più antiche statue del Mediterraneo occidentale (all’opera di ricomposizione è dedicato il sito www.monteprama.it). Lo stato frammentario dei colossi si ritiene sia stato dovuto all’azione devastatrice dei Fenici che fondarono la vicina città di Tharros.

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Lo scorso settembre 2014 altri due giganti sono stati ritrovati nello stesso sito, più integri e con diversa postura rispetto ai precedenti. Al tempo stesso, a dicembre, è stato annunciato che presto la ricerca potrebbe spostarsi a qualche chilometro di distanza da Cabras, mentre la Nasa si è mostrata intenzionata a partecipare alla caccia di reperti con un super satellite in grado di perlustrare il sottosuolo: si ipotizza infatti il ritrovamento di altri venti giganti e di un edificio nei terreni di Monte Trigu e Monte Palla, nel comune di Riola Sardo. Si arriverebbe così a cinquanta colossi, che potrebbero riscrivere la storia della Sardegna tra il Bronzo tardo e la prima Età del Ferro (X-VIII sec. a.C.), epoca in cui la grande statuaria greca era ancora molto di là da venire.

Gigante di Mont'e Prama con scudo sollevato

Gigante di Mont’e Prama con scudo sollevato

Ebbene, queste meraviglie sono rimaste inspiegabilmente sepolte per decenni nei depositi cagliaritani della Soprintendenza fra l’indifferenza generale (qualcuno azzarda l’ipotesi che ciò sia accaduto perché ‘’scomode’’ da inquadrare nella storia ufficiale del Mediterraneo occidentale) e solo di recente (nel 2007)  sono approdate nel Centro di Restauro Li Punti, alla periferia di Sassari, dove la società specializzata Centro di Conservazione Archeologica di Roberto Nardi li ha analizzati e restaurati. Si è trattato di ricostruire un complesso puzzle di frammenti di forme e dimensioni diverse che alla fine ha dato vita a 38 straordinarie statue di arcieri, pugilatori e guerrieri, probabili rappresentazioni dei defunti sepolti nella necropoli-santuario di Mont’e Prama o di misteriosi e idealizzati personaggi del passato (antenati-eroi, sacerdoti-guerrieri) volti a dare lustro a quei defunti. Certamente, secondo gli studiosi, esse appaiono espressione di una società dotata di risorse umane e materiali tali da indicare l’appartenenza a una classe sociale elitaria. Oltre alle statue, dai frammenti ritrovati sono stati ricomposti anche 13 modelli di nuraghe, rappresentazione in scala delle torri e dei castelli nuragici, a fini sacrali o politici.

Nel 2014 sono state inaugurate ben due mostre, al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e al Civico “Giovanni Marongiu” di Cabras, esposizioni in cui i giganti compaiono a volte accostati a bronzetti nuragici dotati di forme e posture con cui le grandi statue trovano corrispondenze, sebbene l’archeologo Alessandro Usai abbia precisato che i Giganti sono espressione di una fase di civiltà più evoluta rispetto a quella del tempo della costruzione dei nuraghi. La mostra cagliaritana rimane visitabile per tutto il 2015, poi una parte delle opere rimarrà in dotazione stabile del museo, mentre il resto andrà a quello di Cabras (in fase di ampliamento) dove sta proseguendo la locale mostra, prossima a diventare una esposizione permanente, accresciuta dei nuovi apporti. Le mostre intanto riservano al visitatore anche un sistema multimediale creato in collaborazione con il CRS4 che consente la visualizzazione particolareggiata e tridimensionale, a grandezza naturale, delle statue e dei modelli di nuraghe restaurati.

Sardegna - Testa di uno dei Giganti di Mont'e Prama, X-VIII sec. a.C.

Sardegna – Testa di uno dei Giganti di Mont’e Prama, X-VIII sec. a.C.

Ma che aspetto hanno questi colossi? A colpire è innanzitutto il loro sguardo enigmatico fatto di cerchi concentrici al posto degli occhi su un volto talora contornato da lunghe trecce scolpite, e poi la loro statura – tra i 2 e i 2,50 metri e le loro armature possenti; alcuni hanno sandali in pietra ai piedi, parastinchi intagliati, faretra in spalla o scudo al braccio sollevato sul capo, come a volersi proteggere da una minaccia proveniente dall’alto. Sono queste le tracce affascinanti di un popolo che non ha lasciato proprie memorie scritte, ma la cui fisionomia culturale possiamo intuire dai resoconti, spesso incerti, dei nemici o dalle rovine che emergono dal terreno. Sono vestigia di una civiltà, quella cosiddetta nuragica che, come sembrerebbe ormai fuor di dubbio, ad un certo punto della sua storia divenne una potenza commerciale e culturale tale da potersi permettere un “Heroon” (monumento sepolcrale legato al culto di uno o più eroi) come quello di Mont’e Prama, più imponente di qualsiasi altro noto in Italia o sulle coste della Grecia nello stesso periodo. Opere dello stesso fasto si sarebbero potute trovare allora in Oriente, in Siria, Iran o nel Caucaso. Oggi siamo però ancora agli albori di un percorso di comprensione che richiederà ancora molti studi e ricerche sebbene, come si diceva prima, il territorio del Sinis promette di riservare ancora molte sorprese.

IL CONTESTO E I PRIMI SCAVI

Il toponimo Monte ‘e Prama in lingua sarda significa “Monte delle Palme”, probabilmente per la folta presenza di palme nane, un tempo abbondanti nel Sinis. Situato in posizione strategica al centro della penisola del Sinis, è un’altura di appena 50 m s.l.m. Qui è stata ritrovata la necropoli che celava gli ormai celebri Giganti, di cui frammentari esempi sono stati ritrovati anche in altri punti della Sardegna. Nel Sinis sono presenti tracce di frequentazione umana fin dal Neolitico ma, nel tempo, vi appaiono testimoniate tutte le culture avvicendatesi sull’isola nel corso dei millenni. Fra le altre, la cosiddetta Cultura del vaso campaniforme che prelude alla Cultura di Bonnannaro a sua volta ritenuta all’origine della Civiltà nuragica. Il Sinis fu inoltre una importante testa di ponte per le rotte verso le Baleari e la penisola iberica, da sempre in rapporti con la Sardegna. In particolare nell’arcipelago delle Baleari sorse la Civiltà talaiotica, per molti versi simile a quella nuragica.

I frammenti di sculture ritrovate a Mont’e Prama furono presto posti in relazione con la necropoli sovrastata da un nuraghe ubicato sulla sommità dell’altura. Le tombe che la compongono sono del tipo a pozzetto e sono risultate per lo più prive di corredo funerario. All’interno di ciascuna tomba sono stati rinvenuti – in posizione seduta – resti umani maschili e femminili, appartenenti a individui di età compresa tra i tredici e i cinquanta anni.

I primi scavi a Mont’e Prama si devono ad Alessandro Bedini che nel 1975 ha indagato una zona a forma di parallelepipedo; Bedini ha riportato alla luce un’area con trentatré tombe a cista litica per lo più prive dei lastroni di copertura in quanto andati perduti a causa dei lavori agricoli qui succedutisi nel corso dei secoli. Si considera che quest’area sia stata edificata in tre diverse fasi: una prima fase arcaica con tombe a pozzetto circolare; una seconda fase con tombe rivestite con lastre di pietra e una terza fase a cui risalirebbe l’aggiunta delle statue colossali. Dopo Bedini, nel 1976 e nel 1979 è toccato rispettivamente a Maria Ferrarese Ceruti e a Carlo Tronchetti svolgere ulteriori indagini archeologiche col ritrovamento di altre sepolture di varia tipologia.

Secondo la ‘’lettura’’ dell’assetto del sito data da Bedini e Tronchetti, l’apposizione delle statue colossali corrisponderebbe ad un obiettivo di monumentalizzazione della nocropoli, come sembra suggerire anche il ritrovamento di frammenti di lavorazione scultorea che depongono per una realizzazione in loco delle statue. Allo stesso fine di ornamento sarebbero da ricondurre anche i betili (pietre simboleggianti la ‘casa del dio’) e i modelli in scala di nuraghe. Non è dato sapere con certezza quale fosse la disposizione originaria delle statue, se cioè a formare un viale monumentale fra le tombe o a delimitare in qualche forma il perimetro della necropoli. Inoltre, poiché gli scavi sono ancora incompleti, risulta ancora più difficile immaginare l’assetto reale e la estensione completa della necropoli. Intanto ricerche effettuate con georadar dall’Università di Cagliari hanno individuato la presenza di strutture artificiali su un’area di almeno sei ettari, il che fa sospettare l’esistenza, accanto alla necropoli, di un vero e proprio santuario nuragico, come sembrano rivelare anche tracce di attività di culto e di ritualità funeraria.

LO “STILE” E L’ETA’ DEI GIGANTI

Estremamente stilizzati e geometrici nelle loro forme, gli studiosi tendono a considerare i Giganti di Mont’e Prama quali opere improntate al cosiddetto ‘’stile dedalico’’ più comunemente riferito alla scultura cretese del VII° sec. a.C. I volti, che presentano molti punti in comune con i celebri bronzetti sardi, mostrano arcate sopracciliari e nasi molto marcati, mentre gli occhi appaiono resi con doppio cerchio concentrico quasi a ispirare un senso di magica potenza; la bocca è invece rappresentata con una incisione breve e rettilinea oppure angolare. Le figure si mostrano in tutta la loro imponenza nella posizione eretta con gambe leggermente divaricate e piedi ben delineati poggianti su basi quadrangolari. Diversi i particolari decorativi formati da linee parallele, cerchi concentrici, incisioni a spina di pesce. Tutti questi aspetti, insieme ad altri fattori, ha portato alcuni studiosi a ritenere che i bronzetti nuragici siano stati il principale modello di riferimento per queste statue, sebbene non manchi chi suppone che sia avvenuto il contrario o chi ritiene che il ‘dialogo’ fra le due forme d’arte sia stato biunivoco, almeno per un certo periodo. Sulle statue non mancano infine tracce di pigmenti di colore rosso e nero, il che ha fatto dedurre che in origine fossero dipinte.

Dibattuto è il tema delle possibili influenze esterne sulla realizzazione di tali statue per cui si invocano richiami alla scultura cosiddetta ‘orientalizzante’, alle sculture etrusche più arcaiche, a quella picena, dauna e lunigiana, a quella egea naturalistica; oppure viceversa si esclude tutto questo per ascriverle allo stile geometrico e ad una diretta ispirazione nei bronzetti sardi di stile “Abini-Teti”. C’è infatti chi li considera un vero e proprio unicum nato dall’incontro tra artigiani levantini e committenza nuragica.

Esemplare di bronzetto nuragico raffigurante un arciere, Museo Archeologico di Cagliari - Ph. Shardan

Esemplare di bronzetto nuragico raffigurante un arciere, Museo Archeologico di Cagliari – Ph. Shardan | CCBY-SA2.5

La correlazione messa prima in evidenza fra statue e bronzetti nuragici ha un suo peso in merito alla datazione delle statue di Mont’e Prama, questione tutt’altro che definita. E’ infatti molto acceso il dibattito tra quanti collocano l’inizio della produzione dei bronzetti nell’età del Ferro, ed in particolare dal IX secolo a.C., ed i sostenitori della loro produzione a partire dal 1100 a.C. al 1000 a.C. o anche a secoli anteriori come dimostrerebbe una serie di ritrovamenti in vari siti dell’isola. A questo dilemma si aggiunge però il già citato interrogativo su quale delle due categorie di opere abbia fatto da modello all’altra, rendendo difficile una risposta definitiva.

Se incerta è la data di realizzazione delle statue dei Giganti, più certa appare quella della loro distruzione perché determinata sulla base della presenza di vari frammenti di anfore puniche al di sotto di un busto di arciere nuragico, frammenti databili sicuramente alla fine del IV secolo a.C. o inizi del III secolo a.C.

Al di là delle ancora persistenti zone d’ombra, come già accennato prima, si ritiene che l’ambito culturale che portò all’ideazione dei Giganti di pietra debba essere situato in un ampio arco di tempo compreso tra il X secolo a.C. e l’VIII secolo a.C., ovvero il periodo tra il Bronzo finale e l’Età del Ferro. In ogni caso tali sculture sono ritenute espressione di un’età di trasformazione della civiltà nuragica riconducibile al tardo Bronzo o Bronzo Finale. Un periodo nel quale l’intero golfo di Oristano fu importante area economica e commerciale, come testimonia l’alta densità di monumenti nuragici esistenti e tenuto conto degli stretti collegamenti di questa zona con il vicino Montiferru ricco di risorse minerarie, tali da rendere il Sinis un importante centro di produzione metallurgica. Ampi, in questo periodo furono anche i contatti via mare con il resto del Mediterraneo.

IL MISTERIOSO POPOLO DEGLI SHARDANA

E proprio circa le relazioni marittime delle popolazioni sarde in questo periodo, un tema davvero affascinante è quello dei rapporti fra Sardegna e Vicino Oriente, argomento che va ad inquadrarsi nel più ampio dilemma circa la possibile identificazione dei Nuragici con il popolo degli Shardana (nome che nel suono sembra evocare quello dell’isola tirrenica). Con questo termine era definito uno dei cosiddetti Popoli del Mare che da mercenari parteciparono a numerosi conflitti contro l’antico Egitto e che sembrano rimandare alla Sardegna per via di certe similitudini tra le figure di guerrieri dei bronzetti nuragici e i guerrieri raffigurati nei templi egizi. L’altra possibilità contemplata da alcuni studiosi è che gli Shardana non fossero originari della Sardegna, bensì della terra di Canaan o del medio Egitto e che al contrario approdarono sull’isola dopo essere stati sconfitti dagli Egizi.

RESTAURO E MUSEALIZZAZIONE

I lavori di restauro delle oltre dieci tonnellate di materiali lapidei da riassemblare sono partiti nel 2007 ed hanno permesso – col sostegno di particolari strutture portanti – di ricomporre le gradi statue e i modelli di nuraghe. Il cantiere di restauro per tutta la sua durata è stato aperto al pubblico che ha potuto vedere come muovendo da una prima pulitura ed analisi approfondita di ciascun frammento si sia potuti arrivare alla ricostruzione di varie tipologie di ‘’giganti’’ e di modelli di nuraghe, ricomposti esattamente come si fa per i componenti di un puzzle; si è assistito ad una ulteriore pulizia con soluzioni speciali che hanno permesso anche di consolidare le superfici dei frammenti scultorei fatti di calcarenite locale con presenza all’interno di microfossili marini. Tutti i pezzi ritrovati hanno finito col combaciare tranne sei che non presentano attacchi e testimoniano la presenza di altre sei sculture purtroppo mancanti che avrebbero portato il numero complessivo dei Giganti a quarantaquattro. La musealizzazione, come già detto prima, ha coinvolto il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, il Museo Civico “Giovanni Marongiu” di Cabras, fra cui sono state distribuite le statue, mentre a Li Punti, centro del restauro, rimarrà in custodia la relativa documentazione.

I GIGANTI E LE MASCHERE SARDE: SUGGESTIVA IPOTESI DI LAVORO

Il raffronto effettuato dal fotografo Nicola Castangia

Il raffronto effettuato dal fotografo Nicola Castangia

Negli ultimi tempi, la potenza suggestiva di queste statue ha portato a formulare varie teorie sul loro conto: una delle più curiose e interessanti appare quella che vorrebbe l’esistenza di un filo rosso (tutt’altro che improbabile) fra i Giganti di Mont’e Prama ad alcune maschere tradizionali della Sardegna: più precisamente, il fotografo Nicola Castangia, di Nurnet, la Rete dei Nuraghi, ha ipotizzato che alcuni dei giganti indossassero della maschere simili a quelle del Componidori della Sartiglia di Oristano, degli Issohadores di Mamoiada e dei Boes di Ottana. Castangia si appella infatti al dato che alcune teste presentano solchi laterali sul volto che sembrano rimandare ad un’ipotetica maschera sovrapposta e, a parte le forti somiglianze nei tratti scolpiti con quelli di alcune maschere, più in generale – dice Castangia – si potrebbe pensare a una Sardegna mascherata fin da 3000 mila anni fa. L’idea è che quindi quei personaggi dai volti quasi ‘alieni’ possano essere stati delle figure mascherate legate a qualche culto ancestrale della terra, alla caccia, alla pastorizia, alla lotta fra l’uomo e le forze naturali, al ciclo della vita e della morte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Per approfondimenti:

– Bedini Alessandro, Tronchetti Carlo, Ugas Giovanni, Zucca Raimondo – Giganti di pietra. Mont’e Prama. L’Heroon che cambia la storia della Sardegna e del Mediterraneo, Fabula, Cagliari 2012, pp. 280
– Andreina Costanzi Cobau, Alessandro Usai, Marco Minoja, Antonietta Boninu, Luisanna Usai (a cura di) – Le sculture di Mont’e Prama, 3 voll. + CD-ROM, Gangemi, Roma 2014, pp. 1056
 
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