CAMPANIA | Salvator Rosa: il genio ”ribelle” napoletano compie 400 anni. Alcune opere custodite a Budapest

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Salvator Rosa - Porto con rovine, 1640 ca. - Szepmuveszeti Muséum, Budapest

Salvator Rosa – Porto con rovine, 1640 ca. – Szepmuveszeti Muzéum, Budapest

[il pittore] non dipinge sol quel ch’è visibile,
ma necessario è che talvolta additi
tutto quel ch’è incorporeo, e ch’è possibile”
Salvator Rosa, dalla satira La pittura

di Kasia Burney Gargiulo

Salvator Rosa - Part. da un autoritratto, 1640 ca.

Salvator Rosa – Part. da un autoritratto, 1640 ca.

Eclettico, ribelle, con fama di artista ‘maledetto’ – se non altro per certi soggetti di suoi quadri popolati di streghe e demoni e per una pittura in genere improntata ad una cruda espressività – appare come una delle figure più inconsuete del suo secolo, quel Seicento in cui nacque e morì. Ebbe una predilizione soprattutto per le tonalità scure ed i contrasti luministici, per una natura non di rado aspra e selvaggia resa con pennellata densa e materica: tratti che sarebbero diventati la sua cifra stilistica più caratterizzante. Nel Settecento i suoi paesaggi visionari e certi soggetti atipici furono letti in chiave anticlassica, mentre nell’Ottocento lo fecero considerare una sorta di pre-romantico ante litteram. Lavorò molto per collezionisti privati, circostanza che fece circolare le sue opere in tutto il mondo, ma che ebbe anche l’effetto di rendere a lungo sfuggente tanta parte della sua produzione. Come per molti artisti della sua epoca, ne è stata riscoperta la grandezza solo nel ‘900, grazie ad uno studio sistematico pubblicato da Luigi Salerno. Lui è Salvator Rosa, pittore, incisore, poeta e commediante (fu un bravissimo attore comico specializzato nella parte di Pascariello, popolano di lingua svelta che furoreggiò nella Commedia dell’Arte napoletana) di cui quest’anno ricorre il Quarto Centenario dalla nascita nella Napoli del 1615, al quartiere Arenella. Ricorrenza di cui tutti sembrano essersi dimenticati, fatta eccezione per una mostra in corso al Museo Correale di Sorrento, dedicata alle sue opere giovanili, e per l’uscita della monografia “Salvatore Rosa (1615-1673) pittore famoso”, firmata da Caterina Volpi (Ugo Bozzi editore), in cui ben 50 dipinti vanno a integrare l’ultimo catalogo ragionato risalente agli anni Settanta. Di lui l’autrice scrive: “era un carattere straripante, capace di gettarsi a capofitto in ogni cosa che faceva imprimendovi il sigillo inconfondibile della sua energia vitale. Molto più di Caravaggio e Bernini, è il Rosa che sembra incarnare alla perfezione, con tutta la genialità e l’intraprendenza necessarie, le mille sfaccettature dello spirito barocco”. Fu grande in tutte le arti con cui si cimentò, bandendo ogni dilettantismo: “il suo istinto fondamentale – nota la Volpi – sembra essere stato quello di imparare alla perfezione le regole dell’arte che praticava per poi infondervi il sigillo inconfondibile della sua personalità”.

Per l’occasione noi vi segnaliamo due dipinti ad olio su tela presenti al Museo di Belle Arti (Szepmuveszeti Muzéum) di Budapest, in Ungheria, che dell’artista napoletano custodisce anche sei incisioni (Diogene e Alessandro il Grande; Alessandro nello studio di Apelle; Democrito in meditazione; Diogene getta via la sua scodella; L’Accademia di Platone; Il Genio di Salvator Rosa) e due disegni (Prometeo; Il profeta Giona predica agli ignoranti abitanti di Ninive).

Dei due dipinti, il primo è un Paesaggio roccioso con cascata (temporaneamente esposto nella Galleria Nazionale presso il Castello di Buda, in attesa che si concludano i restauri al Museo di Belle Arti da cui proviene) risalente, come l’altro, agli inizi del periodo fiorentino, ma riecheggiante, sia pure nella trasfigurazione pittorica, probabili contesti del territorio partenopeo, con pastori che menano armenti al pascolo e una donna in abito popolare in groppa ad un cavallo (v. foto in basso).

Salvator Rosa - Particolare di Porto con rovine, 1640 ca. - Szepmuveszeti Muzéum, Budapest

Salvator Rosa – Particolare di Porto con rovine, 1640 ca. – Szepmuveszeti Muzéum, Budapest

Più particolare il secondo dipinto, Porto con rovine (v. immagine in alto e a sin.), oltre che per una maggiore ariosità e luminosità della scena, per il dinamismo conferitole dalla figura centrale, nella quale si cela un autoritratto dell’artista. L’opera è visibile fino al 7 febbraio 2016 al Palazzo Reale di Milano nell’ambito della mostra “Da Raffaello a Schiele – Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest”, che presenta straordinarie opere di artisti come Leonardo, Raffaello, Tiziano, Velasquez, Rubens, Tiepolo, Calaletto, Goya e tanti altri, fino al novecentesco Schiele, passando appunto per il nostro Salvator Rosa. Al centro di un suggestivo paesaggio marino di sicura ispirazione partenopea, come suggerisce il tipico colore della scogliera tufacea, vediamo la figura di un uomo scalzo su una roccia mentre tratta con alcuni marinai per un passaggio in barca. E’ lui, è il pittore, riconoscibile oltre che per le sembianze del volto, per la scatola di colori e pennelli che porta sotto il braccio. Vestito di una camicia bianca e di una casacca rossa, lo vediamo gesticolare indicando una qualche direzione verso cui vuole essere condotto. Firmato inequivocabilmente ROSA, il dipinto ci mostra un fiabesco tratto di litorale Flegreo con un porto circondato da antichi ruderi, velieri ancorati, barche di pescatori e persone in attesa di imbarcarsi, e al centro il genio napoletano ‘ribelle’ e anticonformista, ritrattosi con quel piglio spavaldo da avventuriero con cui la scrittrice irlandese Lady Sidney Morgan lo avrebbe consegnato alla leggenda nel libro Life and Times of Salvator Rosa (1823).

Salvator Rosa - Paesaggio roccioso con cascata, 1640 ca. - Szepmuveszeti Muzéum, Budapest

Salvator Rosa – Paesaggio roccioso con cascata, 1640 ca. – Szepmuveszeti Muzéum, Budapest

SALVATOR ROSA: PERCORSI D’ARTE E DI VITA

Persi entrambi i genitori in tenera età, crebbe col nonno materno che lo mandò a studiare in convento per farne un prete o un avvocato, ma il giovane Salvatore manifestò subito passione per l’arte, acquisendo i primi rudimenti di pittura da uno zio materno per poi proseguire l’apprendistato col cognato Francesco Fracanzano e quindi con Aniello Falcone e Jusepe de Ribera. A bottega divenne amico di Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, tanto da realizzare alcuni lavori in collaborazione con lui. La sua giovinezza trascorse così fra bottega e scorribande con gli amici, almeno fino a quando la sua maestria con i pennelli non gli aprì le porte di ambienti più elevati. Ammirato dal pittore Giovanni Lanfranco, si stabilì a Roma per due anni, durante i quali conobbe i pittori barocchi Pietro Testa e Claude Lorrain, poi tornò a Napoli dove si dedicò ad una pittura di paesaggio intessuta di ‘romantiche’ inquietudini. Nuovamente a Roma, fu ospite del cardinale Francesco Maria Brancaccio che insieme ad altre figure lo introdussero agli ambienti delle grandi committenze. Brancaccio lo portò a Viterbo dove dipinse l’Incredulità di Tommaso per l’altare della chiesa di San Tommaso, suo primo lavoro d’arte sacra. Nel soggiorno romano, l’approfondito scambio con i pittori Lorraine e Testa fecero sì che il suo stile evolvesse verso una visione più classica e monumentale.

Dal 1639 si stabilì invece a Firenze dove trascorse 8 anni e dove conobbe Lucrezia, la donna che avrebbe amato per tutta la vita. Agli anni fiorentini risalgono numerose rappresentazioni pittoriche di grandiose battaglie ma nello stesso periodo realizzò anche opere dal tono esoterico e magico e dai temi allegorici, letterari e filosofici (l’interesse per la filosofia lo avrebbe accompagnato per tutta la vita). Quanto alle prime, caratterizzate da una particolare attenzione per raffigurazioni diabolico-stegonesche, va detto che derivarono da influssi di origine nordeuropea già risalenti ai tempi di Napoli – città dove il gusto del macabro e del magico in pittura si affermò soprattutto con le opere degli olandesi Leonard Bramer e Jacob Swanenburgh – e a Firenze trovarono terreno fertile grazie al diffuso collezionismo di tale genere di soggetti. Nella città toscana Salvator Rosa riuscì quasi subito ad accedere all’ambiente letterario tramite l’Accademia dei Percossi, da lui fondata, la quale riuniva poeti, letterati e pittori. Poeta egli stesso, compose in quegli anni le Satire Musica, Poesia, Pittura e Guerra.

Dal 1650 ritornò a Roma, città che non avrebbe più lasciato fino alla morte. L’ultima fase della sua vita fu improntata al rifiuto di qualsiasi vincolo di corte che potesse condizionare la sua arte, arrivando così a rifiutare proposte allettanti come quelle di Cristina di Svezia, dell’imperatore d’Austria e del re di Francia. Si mantenne vendendo battaglie e paesaggi, soggetti che avevano più largo seguito, ed instaurò – cosa insolita per un pittore affermato della sua epoca – un rapporto diretto col pubblico partecipando a mostre con dipinti di cui a volte teneva celato il soggetto fino alla fine. Non volle più saperne di richieste, commissioni, caparre, decidendo lui volta per volta soggetti e prezzi. I quadri meno ‘commerciali’ glieli comprava il banchiere Carlo de Rossi, mentre fra le opere di più largo consumo introdusse anche le incisioni di cui ci restano testimonianze di grande bellezza e raffinatezza. Non volle instaurare alcuna scuola, avendo come unico allievo-aiutante il figlio Augusto che gli dette una mano per i tanti paesaggi destinati soprattutto ai viaggiatori inglesi. E fu proprio Augusto a volere il monumento sepolcrale che accolse l’artista in Santa Maria degli Angeli, a Roma, quando morì il 15 marzo 1673.

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