Quando i templi greci erano a colori…Le splendide protomi leonine di Kaulonia

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Calabria – Una delle protomi leonine dal tempio della Passoliera, Kaulonia, Monasterace (Reggio Calabria) – Disegno di Rosario Carta, 1923 – FdS: courtesy of Antonio Vescio

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di Redazione FdS

In tempi recenti si è parlato molto dell’antica città magno-greca di Kaulonia, la cui area archeologica si trova a Monasterace Marina (Reggio Calabria), e se ne è parlato per i gravissimi danni riportati a causa delle mareggiate invernali che fra l’indifferenza delle istituzioni, a lungo omissive di una adeguata messa in sicurezza dell’area, hanno eroso il tratto di costa su cui sorgono i preziosi resti causando non pochi danni.

Per rendere omaggio a questa antichissima città, le cui tracce più arcaiche vengono fatte risalire all’VIII sec. a.C. ma la cui origine si perde fra le nebbie del mito (c’è chi la vuole fondata da Klete, la nutrice di Pentesilea, regina delle Amazzoni uccisa da Achille, chi da suo figlio Kaulon, chi invece la considera solo una subcolonia di Crotone) ci piace proporvi uno stralcio del testo pubblicato da Paolo Orsi, il grande archeologo di Rovereto (Trento), nel volume Notizie degli scavi di antichità  (1922) appartenente agli  Atti della Regia Accademia dei Lincei, insieme a tre disegni di Rosario Carta tratti invece dal “Caulonia. IIa Memoria”, che Paolo Orsi pubblicò nella serie Monumenti Antichi dei Lincei n. XXIX del 1923, una vera chicca d’epoca (ringraziamo Antonio Vescio per aver messo a disposizione le immagini). Queste tavole ci raccontano di un tempo in cui i templi greci non avevano il pallore del marmo e la scabra superficie della terracotta a cui ci ha abituati l’azione abrasiva dei millenni, ma gli sgargianti colori ottenuti col cinabro, l’ocra o il solfuro di mercurio, solo per citare alcuni dei pigmenti utilizzati. Di questi colori abbiamo poche e preziose testimonianze.

Quelli qui rappresentati sono reperti provenienti dall’area sacra extraurbana sulla collina della Passoliera (attuale Terzinale), a Monasterace, dove Paolo Orsi nel 1916 rinvenne una fosse di scarico ricolma principalmente di terrecotte architettoniche pertinenti a diversi edifici sacri . Sono stati riconosciuti i rivestimenti fittili di almeno cinque diversi tetti, che si collocano fra il 550-525 a.C. e il 475-450 a.C. Nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, dove i reperti sono oggi sono custoditi, è stato ricostruito parte del lato lungo di un tetto, in prossimità dell’angolo col rampante del lato breve: lungo il cornicione sono disposte in sequenza le “cassette”, sormontate da “sime” con gocciolatoi a testa di leone. Le terrecotte, databili intorno alla metà del V sec. a.C., erano state realizzate in serie, ma la presenza di ordini sovrapposti di diversi motivi decorativi e di una vivace policromia in rosso e nero le rendeva adeguate ad un tempio di una certa rilevanza.

IL RACCONTO DI PAOLO ORSI*:

“Dopo la mia grande pubblicazione su Caulonia, la quale ha definita la controversia sull’ubicazione della città, nella primavera del 1916 l’ispettore onor. marchese A. Lucifero richiamava la mia attenzione sopra una casuale scoperta avvenuta a mezzodì della città sul colle denominato Tersenale o Passoliera, piantando un vigneto. È merito del sullodato ispettore di aver messo in salvo, col tempestivo intervento suo e della Soprintendenza, un Complesso di terrecotte architettoniche, che io non esito a proclamare il più bello e sontuoso di quanti ci ha dato la Calabria e che rivaleggia colle superbe sime fittili di Metaponto, illustrate dal De Petra ed ora al Museo di Potenza.

Sulla collina di Tersenale, dove avvennero le prime scoperte, si condusse nel maggio 1916 una breve campagna, diretta a stabilire se vi fossero colà le tracce del tempietto o santuario, a cui le terrecotte dovettero appartenere ; ma quel colle da circa due secoli era stato messo sottosopra da lavori agricoli, ed ogni avanzo lapideo venne smantellato ed asportato, dato che nel sottostante villaggio di Monasterace Marina manca assolutamente la pietra, avidamente cercata ovunque. Per due settimane la cresta della collina venne sondata in tutti i sensi ma invano. Si segnalarono soltanto debolissime tracce di rozze fondazioni e qualche rara pietra modanata.

Le terrecotte vennero tutte raccolte in un’area assai ristretta di metri 6.00 x m. 7.00, ed in un cavo espressamente aperto nell’alluvione geologica vergine del colle. Le terrecotte vi erano state scaricate senza un ordine speciale, e si ebbe l’impressione, qui vi fosse una specie di deposito di materiale messo fuori uso, e deliberatamente celato in una specie di favissa, derivante da un tempietto suburbano di poco anteriore alla metà del sec. V, con scarsi elementi più arcaici, del VI sec. Si dedusse da ciò che già nell’antichità il piccolo santuario avesse subita una prima parziale rifazione e più tardi una seconda generale, cosa di cui in molti altri luoghi si ha riscontro. La serie più cospicua, così per bellezza come per numero, delle placche ripetute, è data dalla sima grondaja dei lati lunghi con grandi maschere leonine a mezzotondo, e dalla corrispondente sima rampante dei frontoni senza maschere, ma come la prima adorna di palmette e fior di loto a colore; sotto una cornice a meandro, foglie ed astragali. Dimensione dei pezzi a gronde cm. 53 x 30. Di una seconda cimasa molto più bassa con palmette e fior di loto a rilievi colorati e con fori per lo scorrimento delle acque del tetto si ebbero pure campioni numerosi e bellissimi.

Accanto a questi due tipi prevalenti furono scarsi i frammenti di una cassetta con meandro e treccia, ed altri di forme rare od uniche. Bellissimi frammenti di palmette acroteriali angolari non si pervenne ancora a stabilire a quale parte precisa dell’antico edificio spettassero. Il terreno circostante al deposito venne sondato in lungo ed in largo da trincee, senza raccogliere una bricciola né di vasellami, né di terrecotte figurate di una stipe sacra. Così il santuario rimane adespoto ed avvolto nell’oscurità. Ma la superba bellezza delle terrecotte ricuperate ci compensa in qualche guisa della completa distru- zione di esso. Tale materiale è ben meritevole di una speciale pubblicazione nei Monumenti Antichi dei Lincei, ampiamente corredata di tavole.”

L'archeologo Paolo Orsi* Paolo Orsi (Rovereto, 17 ottobre 1859 – 8 novembre 1935), archeologo, nel 1907 si ebbe l’incarico di organizzare la Soprintendenza della Calabria con sede a Reggio Calabria, e contribuì alla nascita del grande Museo Nazionale della Magna Grecia, lavorò in particolare a Reggio, a Locri a Crotone a Sibari, a Rosarno dove continuò lo studio sulla Magna Grecia. Scoprì città, un tempio ionico, antiche mura e i siti di Medma, Krimisa e Kaulonia. Scavò per diversi anni a Monteleone di Calabria (attuale Vibo Valentia). Mantenne sempre il doppio incarico fino alla nomina di un Soprintendente per la Calabria nel 1924 e si concentrò nell’attività in Sicilia rifiutando la nomina alla cattedra universitaria. Restò anche dopo il pensionamento a lavorare a Siracusa per l’ordinamento del Museo di Siracusa che oggi porta il suo nome. Sempre nel 1924 fu nominato senatore del Regno d’Italia. Scrisse oltre 300 lavori di fondamentale importanza, che lo portarono a vincere il Gran Premio di Archeologia dell’Accademia dei Lincei. La sua bibliografia fu ricca di opere e di temi, dalla Preistoria all’età medievale con grande attenzione alla Sicilia Orientale e alla Calabria, oltre che al territorio di Rovereto, delle Alpi e dell’Alto Adige. Fu tra i fondatori della Società Italiana di Archeologia nel 1909 e, per quanto riguarda il Trentino, i suoi lavori furono spesso realizzati in collaborazione con Federico Halbherr, già suo collega per qualche anno all’università di Vienna. Fu membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei.

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