“Muoia Bisanzio”. Il materano Nicola Festa tra Risorgimento e Fascismo

Il poeta e scrittore Gabriele D'Annunzio (a destra) con Benito Mussolini

Il poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio (a destra) con Benito Mussolini

di Carmelo Nicolò Benvenuto

Nicola Festa

Nicola Festa

Centocinquant’anni fa, il 17 novembre 1866, nasceva a Matera Nicola Festa, filologo e bizantinista dimenticato. A scorrere oggi i titoli del regesto che la vedova Hilda Montesi s’affrettò a pubblicare all’indomani della morte, si resta colpiti dall’impegno da lui profuso sopra un granaio di testi di letteratura e di poesia bizantina ardui, esoterici, arabescati, spesso quasi intraducibili, comunque irrevocabilmente distanti dal gusto dei moderni e soprattutto dall’imperante estetica crociana. Perché fu soprattutto l’estetica di Croce, col suo radicale rifiuto della “pedanteria”, a giocare un ruolo nell’enorme ritardo – rispetto alle tendenze europee – con cui sono venute affacciandosi in Italia, nel panorama culturale e accademico, sul finire del secolo diciannovesimo e con enormi difficoltà, le istanze di una moderna bizantinistica scientifica, specie in ambito filologico.

È vero, certamente, che un radicato pregiudizio della storiografia italiana verso tutto ciò che è bizantino trovava un vizio per così dire genetico nella lettura che dell’Italia bizantina avevano fornito dapprima, per secoli, la storiografia papista e poi anche la storiografia italiana del Risorgimento, laddove la fortissima analogia tra la frammentazione geopolitica dell’Italia alto-medievale nelle sue varie fasi e la frammentazione geopolitica dell’Italia pre-unitaria diede adito alla identificazione storica e ideologica, a una sorta di transfert storiografico tra il tentativo di unificazione nazionale compiuto a metà Ottocento sotto l’egida sabauda e quello operato tra VIII e IX secolo dai vari Reges Langobardorum di creazione e mantenimento di un Regnum totius Italiae.

Nelle vicende italiane tra Depretis e Giolitti, poi, “bizantino” divenne, nell’Italia post-unitaria e fascista, sinonimo di decadente, di corrotto, di debosciato. Il dissenso nei confronti del trasformismo nella vita parlamentare del nuovo stato unitario, nei suoi primi decenni di vita, si espresse proprio contro queste forme di presunto “bizantinismo”, ovvero di decadenza, in opposizione ovviamente alla ideale grandezza di Roma. È il mondo descritto da Giuseppe Squarciapino nel suo “Roma bizantina”, affresco decadente dei primi vent’anni di Unità, nei modi che sarebbero propri di un Michele Psello o di un Niceta Coniata.

L’ultimo Carducci, segnato da un più marcato ideologismo massonico, il primo D’Annunzio, già estetizzante, gli scapigliati e i veristi, Carlo Dossi, Luigi Capuana, Giovanni Verga, Grazia Deledda, Matilde Serao, Emanuele Navarro della Miraglia, Nicola Misasi e, tra i tanti altri, lo stesso Giovanni Pascoli, fecero comunella intorno alla prima vera e propria rivista letteraria italiana che fu la Cronaca bizantina dell’editore milanese Angelo Sommaruga, in cui, oltre agli aspetti più squisitamente letterari, trovavano spazio, appunto, il dissenso politico e il notiziario scandalistico. “Noi ci diciamo bizantini quasi a rammentarci quanto si discosti dalla realtà il nostro ideale; perché tra questo rumoreggiamento noioso di piccoli sdegni, di piccoli amori, di piccole ambizioni, tra questo ronzare di menzogne e di vanti, tra i flotti della volgarità che ci stringe, ci sentiamo fedeli all’antico ideale di Roma” scriveva Sommaruga nel primo numero della Cronaca, idea ripresa poi dallo stesso Carducci, nel secondo libro dei suoi giambi ed epodi (del 1906), quando scriveva a Vincenzo Caldesi: “impronta Italia domandava Roma: Bisanzio essi le han dato”.

Questo legame indissolubile Bisanzio-decadenza passò recta via dall’Italia giolittiana all’Italia fascista, per tramite tanto di un D’Annunzio col suo decadentismo in linea con le mode europee, quanto per via di un Filippo Tommaso Marinetti e di tutto il mondo degli intellettuali futuristi, col disprezzo del passato e l’elogio della velocità e della guerra, come fucina del rinnovamento. Tra prima e seconda guerra, nelle vive polemiche sull’interventismo, “bizantino” è per i futuristi sinonimo di debosciato, di attendista, di negoziatore, se lo stesso Filippo Tommaso Marinetti scrisse, nel 1930: “Muoia Bisanzio e viva l’Italia che vivrà con noi. Non concepiamo pace di rammolliti. Nel perpetuo divenire, i pavidi vanno eliminati. Da guerra nasce guerra”.

A Roma, non a Bisanzio, guardava del resto con naturalezza il bagaglio ideologico e culturale dell’Impero fascista e del Duce, come testimoniano l’interesse vivissimo per l’antichità italica prima ancora che romana, le architetture e le opere di propaganda del regime, i fasci littori, le stesse iscrizioni latine che ancora oggi istoriano di nero le facciate di alcuni palazzi della Città Eterna, che pretendevano di riesumare almeno a parole la grandezza e la forza dell’impero dei Cesari. E a questo si univa, a partire almeno dai Patti Lateranensi e dal ricongiungimento tra le due sponde del Tevere, un elemento per così dire clerico-fascista, per cui si pretendevano indissolubili, secondo la propaganda dei primi apologeti cristiani, la gloria dell’imperium Romanum e la fortuna di Santa Romana Chiesa.

Esiste, però, una duplicità negli studi bizantini e nella stessa percezione di Bisanzio nell’Italia pre-fascista e fascista. Perché se è innegabile che quest’epoca vide il radicalizzarsi di alcuni pregiudizi sul mondo bizantino, fu proprio in questo torno di anni che dovette essere fondata come scienza, con enorme ritardo rispetto alle tendenze europee, la moderna bizantinistica italiana. Timidi accenni di studi di filologia bizantina si ebbero con Domenico Comparetti con gli studi su Procopio di Cesarea, con Paolo Emilio Pavolini e gli studi della poesia in greco demotico, il Digenis Akritas e l’Erotokritos, con Enea Piccolomini e le incursioni nei manoscritti bizantini nella Laurenziana di Firenze. Infine, con Nicola Festa, cattolico, peraltro tesserato, seppure tardivamente e forse opportunisticamente al Partito Fascista, allievo negli anni ’80 dell’Ottocento di Giovanni Pascoli al Liceo Classico “Emanuele Duni” di Matera, di Girolamo Vitelli a Firenze, e infine succeduto al Piccolomini sulla cattedra di greco alla Università “La Sapienza” di Roma, come primo docente incaricato di un insegnamento di filologia bizantina.

Egli anzi fu, come ha scritto Giuseppe Schirò, il vero ideatore della cattedra di bizantinistica della Sapienza. La passione per Bisanzio fece giungere Festa anche alla letteratura russa, divenire traduttore di Gogol’ e di Majkov, farsi promotore di contatti, soprattutto culturali, tra l’Italia e il mondo est-europeo (russo, slavo, balcanico) per tramite dell’Istituto per l’Europa Orientale, fondato a Roma nel 1921 insieme a Prezzolini, Zanotti, Lo Gatto, presieduto dal senatore Francesco Ruffini, con vicepresidente Giovanni Gentile e direttore lo stesso Festa. Da sempre, infatti, sin almeno dagli anni fiorentini, Festa aveva mostrato quella predilezione verso la grecità cosiddetta tardiva che lo portò a diventare bizantinista e editore teubneriano del De communi mathematica scientia del “divino” Giamblico nel 1891 e del De incredibilibus di Palefato nel 1897 e a fare di quello bizantinistico interesse largamente prevalente nel suo intero percorso di studi.

Al Giamblico e al Palefato si accompagnarono nel 1894 una edizione di alcune epistole in greco bizantino di Federico II di Svevia all’imperatore Giovanni III Duca Vatatza, nel 1898  l’edizione degli epistolari del basileus Teodoro II Lascaris e del dotto Niceforo Blemmida, nel 1912 l’edizione dei dialoghi teologici di Niceta di Maronea sulla processione dello Spirito Santo, nel 1931 l’edizione del trattato grammaticale del Longibardos ed infine una traduzione della Terapia dei morbi pagani di Teodoreto di Ciro, la cui edizione rimase poi, tuttavia, interrotta a metà.

Molto dovette essere, in ciò, debitore alla sua Matera, che chiamava “mezza greca”. Ed è qui, nella vicenda di Nicola Festa, che sentiamo, come uno stigma, il pensiero di Benedetto Croce. Nel mondo accademico, nel campo degli studi letterari ma anche artistici, il millennio bizantino dovette soprattutto pagare il fio della polemica che opponeva filologi e antifilologi (poiché declassata dai secondi a non-arte), cioè la disputa insorta tra chi, come Nicola Festa, guardava alla filologia formale di scuola tedesca e di matrice positivista, come a un metodo capace di restituire criticamente la verità di un testo, e chi, come tutta la galassia gravitante intorno al neoidealismo di Benedetto Croce, pretendeva, in senso anti-positivista e soprattutto anti-tedesco, che la pienezza dell’opera d’arte non dovesse essere soffocata dalla pletora di minuzie critiche e antiquarie; tra chi come Festa, guardava ai pregi artistici e all’intrinseco valore storico della letteratura bizantina e chi, come il suo allievo Giorgio Pasquali, riteneva che quella stessa letteratura fosse, come scrisse nel ’33 per la Enciclopedia Italiana, “la più noiosa del mondo”, e avesse in sé, necessariamente, “qualcosa di stantio”.

Bisogna saper guardare a questa duplicità, quando si guarda agli studi bizantini nell’Italia fascista. Nicola Festa fu, quasi al sorgere dell’impero fascista, il primo docente a tenere una cattedra di filologia bizantina in una università italiana. Ed è appunto indagandone la vicenda, ancora in gran parte incognita, a partire dal suo discusso Bacchilide, dalle tormentate sue vicende concorsuali e dalle polemiche col Fraccaroli e col Romagnoli, per arrivare, soprattutto, alla distanza abissale che lo separò dal suo stesso allievo Giorgio Pasquali sulla valutazione del pregio della letteratura bizantina, che si capisce che fu soprattutto l’estetica del Croce, innestata su una lunga serie di retaggi, ad avere un suo peso nella svalutazione di Bisanzio nell’Italia del primo Novecento.

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