In memoria di Michele Liguori, il vigile di Acerra morto per la sua battaglia contro i veleni della camorra

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Michele Liguori (nella foto con la moglie Maria), il vigile di Acerra (Napoli) che ha lottato contro i veleni della camorra

di Kasia Burney Gargiulo

Sorrideva Michele quando sui giornali leggeva degli interventi a tutela dell’ambiente attribuiti ad un fantomatico “nucleo di polizia ambientale”, e sorrideva perchè quel “nucleo” era lui, unico vigile della sezione ambientale di Acerra…Aveva chiesto rinforzi ma non glieli avevano mai dati, per cui Luigi Liguori al massimo in alcune spedizioni portava con sè la moglie Maria e il figlio Emiliano, ingegnere informatico iscrittosi a medicina per seguire la malattia del padre. Sì perchè quegli stessi veleni che aveva combattuto col suo lavoro –  denunciando l’infame opera di intossicazione del territorio in cui viveva, ossia la famigerata Terra dei Fuochi – lo avevano fatto ammalare di ben due tumori, di quelli che non perdonano. Ora Luigi se n’è andato, portato via da quella stessa diossina PCB 118 e PCB 126 che aveva decimato le greggi già 12 anni fa e fatto ammalare migliaia di altri campani fra l’indifferenza delle istituzioni colpevolmente incapaci di reagire ad un vero genocidio, peraltro ancora in atto fra le provincie di Napoli e Caserta.

Uno fra i primi a parlare di quanto stava accadendo in quest’area fu Roberto Saviano nel suo libro Gomorra ma la supponenza, e soprattutto la mala fede, di chi doveva intervenire e non è intervenuto, tentò di farlo passare per visionario, fino a quando, dopo anni di lotte di oscura gente comune, di associazioni, di sacerdoti, di qualche raro giornalista, non è arrivata un’iniziativa mediatica lanciata da Selvaggia Lucarelli alla Radio e su una Pagina facebook che ha fatto esplodere il “caso” Terra dei Fuochi. In questo Paese paradossale, per non dire assurdo, ci sono voluti i vip del mondo dello spettacolo (molti di loro si sono fatti fotografare con un cartello che invocava il salvataggio di un comune della Terra dei Fuochi) per far conoscere alla nazione e al mondo il terribile dramma che si sta consumando in Campania, in un’area dove ogni giorno qualcuno si ammala di tumore, leucemia e di altre malattie, grazie alle tonnellate di rifiuti tossici che la camorra ha importato soprattutto dal nord Italia e interrato in Campania su richiesta di imprenditori senza scrupoli (più di 200 oggi  quelli indagati). Gente senza un’etica rispetto alla quale la camorra è quasi nient’altro che un’accolita di educandi. Sì, perchè indigna leggere sui giornali  aggettivi come “irresponsabili” riferiti a tali imprenditori che pur di non spendere il dovuto per lo smaltimento legale dei propri rifiuti si sono rivolti a quella stessa camorra che poi magari sono soliti stigmatizzare ipocritamente nei loro discorsi pubblici. “Criminali”, e doppiamente tali, è l’aggettivo che meglio si addice agli istigatori e fruitori di quello che non è eccessivo definire un crimine contro l’umanità.

Nel corso di anni, l’unica difesa di questa sciagurata terra è stata l’azione di tante persone incorrotte e incorruttibili come il vigile Luigi Liguori o il sacerdote don Maurizio Patriciello, quest’ultimo ancora attivo nella lotta, entrambi sprezzanti del pericolo personale a cui si sono esposti quotidianamente pur di perorare le ragioni di una parte d’Italia dimenticata da tutti, soprattutto da quei politici che si ricordano della sua esistenza solo quando devono passare ad elemosinare i loro sporchi voti, da miserabili accattoni senza una coscienza.

Luigi è stato talmente incorruttibile e inattaccabile nei suoi valori di uomo e di agente di pubblica sicurezza che in un articolo di cronaca locale si legge «Il pentito: rifiuti, i Pellini erano coperti. L’eccezione era il vigile Michele Liguori». Il riferimento è al pentito Pasquale Di Fiore e ai tre fratelli Pellini, titolari – riporta l’articolo – di impianti di smaltimento fanghi e di un’impresa edile con cemento avvelenato, condannati per traffico illecito di rifiuti tossici. «Essi erano capaci di corrompere tutti – si legge ancora - amministratori e carabinieri. Solo Liguori dava fastidio, faceva le foto, non offriva coperture».

Michele Liguori faceva sopralluoghi, scattava fotografie, intimava diffide invocando la legge, stendeva rapporti, esponendosi giorno dopo giorno a condizioni ambientali sempre più tossiche. La moglie Maria ricorda il giorno in cui tornò a casa con la suola delle scarpe che gli si liquefaceva ad ogni passo, oppure racconta di quella volta che rimase improvvisamente senza voce o dell’inquietante odore chimico che aveva cominciato a trasudare dopo i sopralluoghi eseguiti presso ogni fuoco abusivo o ogni sversamento di cui apprendeva notizia. Eppure qualcuno più in alto di lui, anzichè ringraziarlo,  lo considerò troppo zelante al punto da relegarlo per ben due anni nel ruolo di usciere del castello cittadino.

Michele Liguori, 59 anni, figlio di un poliziotto, è morto alle 6,43 AM di domenica scorsa. Il figlio Emiliano, nelle dichiarazioni rilasciate nelle ore del lutto più profondo, ha voluto ricordare gli insegnamenti più importanti da lui ricevuti e cioè di credere sempre nelle proprie idee e nel proprio lavoro senza lasciarsi corrompere, insegnamenti capitali di un “eroe senza medaglia” che ha resistito fino alla fine ad ogni genere di minaccia.

«E’ la mia terra – aveva dichiarato Luigi al giornalista della Stampa di Torino andato a intervistarlo poche ore prima che morisse – non potevo far finta di niente. Non mi sono mai piaciuti i vigliacchi. Non so dire se ne sia valsa la pena, però l’ho fatto». Una lezione di integrità, di etica personale e professionale, di sensibilità sociale e civile dalla quale abbiamo tutti da imparare. Grazie Luigi.

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