Il “Capriolo di Sibari”: si trova al Louvre un delizioso bronzetto ritenuto proveniente dalla Calabria

Il Capriolo di Sibari, bronzo, IV-III sec. a.C. tra gli oggetti della Collezione Pourtàles, 1863

Il Capriolo di Sibari, bronzo, IV sec. a.C. tra gli oggetti della Collezione Pourtàles, 1863

di Redazione FdS

Tra la marea di reperti archeologici trafugati nel Sud Italia e venduti all’estero negli ultimi due secoli e mezzo – accanto a opere di cospicue dimensioni, come tali maggiormente suscettibili di attirare l’attenzione dell’osservatore profano – troviamo oggetti legati alla vita quotidiana degli antichi o ai loro culti; sono manufatti che si distinguono per le loro qualità estetiche e per ciò che, pur nella loro semplicità, riescono a suggerirci delle civiltà che li hanno prodotti, per quanto la loro abusiva decontestualizzazione ne renda spesso difficile se non impossibile una corretta lettura. Numerosi nei musei esteri sono ad esempio i reperti indicati come provenienti dai territori che a partire dall’VIII sec. a.C. furono colonizzati dai Greci, tra Campania, Puglia, Lucania, Calabria e Sicilia. Tra questi ne abbiamo individuato uno che ci ha colpito per la sua delicata bellezza e per la dichiarata provenienza da un’area – quella calabrese in cui sorse e prosperò l’antica città magno-greca di Sibari -, area che a oltre 50 anni dai primi scavi sistematici è ancora ben lungi dall’aver rivelato tutti i suoi ”segreti”, e ciò sia a causa delle peculiarità geologiche di parte del territorio sia degli scarsi investimenti pubblici. Poche sono le notizie disponibili intorno all’oggetto in questione, per cui non ci resta che procedere sul terreno delle suggestioni: si tratta di un bronzetto datato al IV secolo a.C., alto 32 cm. e raffigurante un capriolo in piedi e a riposo, finito tra fine ‘700 e inizi ‘800 nella collezione del conte francese James-Alexandre de Pourtalès-Gorgier e oggi custodito al museo del Louvre. Certamente noto a molti degli addetti ai lavori, risulta pressoché sconosciuto al grande pubblico: da qui la scelta di prenderlo in considerazione raccogliendo le poche informazioni disponibili al riguardo.
 

Incisione raffigurante il capriolo in bronzo tratto dal volume di Theodore Panofka, 1832

Incisione raffigurante il capriolo greco in bronzo tratto dal volume Antiques du cabinet du comte de Portualès-Gorgier dé crites par Théodore Panofka, 1832

Appresane l’esistenza e la collocazione grazie allo storico locale Vincenzo Saletta – che nel suo volume “Storia di Cassano”, edito nel 1966, ne pubblicava un’immagine fotografica in bianco e nero indicando erroneamente l’animale come raffigurato a grandezza naturale – ne abbiamo cercato invano notizia sul sito web del Louvre, che pur dovrebbe contenere tutte le opere del museo, incluse quelle in deposito. L’enigma si è alla fine risolto grazie al ritrovamento sul sito del parigino Institut National d’Histoire de l’Art di una scheda individuata usando la parola-chiave cerf (cervo) sul presupposto che i catalogatori del reperto potessero averlo scambiato per un giovane cervo per via dei palchi sulla testa. In realtà si tratta con tutta evidenza di un capriolo, sia per l’esile struttura corporea sia per la forma delle ”corna”, le quali consentono anche di identificarne il genere maschile (i palchi sono infatti assenti nelle femmine sia dei caprioli sia dei cervi) con buona pace di quanti finora lo hanno ritenuto un ”cervo” o una ”cerva” (fa eccezione la collezionista greca Heleni A. Stathatou, che in una sua pubblicazione in francese del 1963, menzionando il reperto del Louvre, definisce l’animale ”chevreuil”, cioè capriolo). Oltre alla scheda del museo, abbiamo ritrovato anche la prima raffigurazione del reperto, una bella incisione tratta dal volume Antiques du cabinet du comte de Pourtalès-Gorgier décrites par Théodore Panofka, una sorta di catalogo illustrato del 1834 curato dal noto archeologo tedesco menzionato nel titolo, che per primo definì sbrigativamente “cervo” l’animale raffigurato (v. foto sopra). Nel disegno esso compare su una base in pietra definita “di colore verde-grigiastro”.
 

Parco Archeologico di Sibari - Ph. © Stefano Contin

Scorcio del Parco Archeologico di Sibari – Ph. © Stefano Contin

Per quanto concerne la provenienza del reperto, gli archeologi moderni sono giustamente molto cauti trattandosi di un ritrovamento sporadico senza informazioni di contesto, ma non c’è dubbio sul fatto che fin dal remoto ingresso nella Collezione Portualès il bronzetto sia sempre stato indicato come proveniente dal territorio di Sibari (nella succitata scheda dell’INHA viene indicato come luogo di scoperta Cassano all’Ionio, nel cui territorio notoriamente rientrano i resti dell’antica città jonica). Considerata la supposta provenienza e la datazione ufficiale al IV secolo a.C., il reperto non potrebbe certo provenire dalla città arcaica bensì dalla sua rifondazione con il nome di Thurii  (444 a.C.). Tuttavia il prof. Pier Giovanni Guzzo, archeologo di fama internazionale, in una pubblicazione degli anni ’70 riteneva poco probabile tale provenienza sulla base del fatto che “gli strati di Thurii sono, in media, sepolti da almeno m. 3,50 di interro alluvionale” e lanciava allora la suggestiva ipotesi che il bronzetto potesse provenire dall’area archeologica della vicina Francavilla Marittima, in particolare dal santuario di Timpone della Motta, area sacra di un antichissimo insediamento italico, ellenizzato con l’avvento dei Greci di Sibari, dove sono stati rinvenuti manufatti riferibili a un coevo culto delle Ninfe e di Pan. Muovendo da questa ipotesi del prof. Guzzo, viene spontaneo ripensare ai cortei agresti legati a tali figure così come compaiono nella narrazione mitologica, cortei nei quali non è raro trovare il capriolo, animale associato anche al culto di Artemide, la cui pratica pure sembrerebbe attestata a Timpone della Motta dal ritrovamento di frammenti fittili di ali falcate attribuibili a statuette della dea con capri, così come dai resti di sacrifici cruenti di capriovini. Di recente, tuttavia, il prof. Guzzo ha rivisto la sua ipotesi di allora ritenendo che il bronzetto possa essere di matrice romana e di non meglio precisata provenienza, considerando quindi poco attendibile l’origine magno-greca del reperto pur segnalata fin dalla sua comparsa in età moderna. Ad ogni modo la scultura colpisce per lo spiccato naturalismo con cui il soggetto è rappresentato, e ove si accogliesse l’ipotesi di una sua provenienza dalla Sibaritide, non potrebbe non richiamare alle mente gli esemplari di capriolo che popolano i boschi del vicino massiccio del Pollino [nella seguente photo-gallery alcune immagini di questi splendidi animali scattate negli stessi luoghi dal fotografo Stefano Contin].
 

Il capriolo di Sibari

Coppia di caprioli, Parco Nazionale del Pollino, Calabria - © Stefano Contin

Il capriolo di Sibari

Esemplare maschio di capriolo, Parco Nazionale del Pollino, Calabria - © Stefano Contin

Il capriolo di Sibari

Esemplare maschio di capriolo, Parco Nazionale del Pollino, Calabria - © Stefano Contin

Il capriolo di Sibari

Esemplare maschio di capriolo, Parco Nazionale del Pollino, Calabria - © Stefano Contin

Il capriolo di Sibari

Esemplare maschio di capriolo, Parco Nazionale del Pollino, Calabria - © Stefano Contin

Il capriolo di Sibari

Esemplare maschio di capriolo, Parco Nazionale del Pollino, Calabria - © Stefano Contin

Il capriolo di Sibari

Esemplare maschio di capriolo, Parco Nazionale del Pollino, Calabria - © Stefano Contin

 
IL CAPRIOLO NELLA COLLEZIONE POURTALÈS-GORGIER

La più antica pubblicazione del bronzetto, con descrizione e tavola illustrativa, risale al volume Antiques du cabinet du comte de Pourtalè-Gorgier, curato nel 1834 dall’archeologo tedesco Théodore Panofka su incarico del conte, nonché banchiere, diplomatico, collezionista d’arte e abile disegnatore svizzero-francese James-Alexandre de Pourtalès-Gorgier (1776-1855). Il reperto fece la sua comparsa all’interno della collezione nell’arco del trentennio e più che il proprietario impiegò a formarla e ad ampliarla. A quanto risulta dal testo, alla collezione – che includeva bronzi, sculture in marmo, vasi dipinti, terrecotte varie e tele di grandi artisti europei – diedero un rilevante contributo i frequenti acquisti fatti in Italia, paese che il collezionista visitò spingendosi fino in Calabria e in Sicilia.
 

Paul Delaroche, Ritratto del conte de Pourtalès-Gorgier, 1846 - Image source / Louvre Museum

Paul Delaroche, Ritratto del conte de Pourtalès-Gorgier, 1846 – Image source | Musée du Louvre

Nell’iniziare la raccolta di antichità, l’intento del conte era quello di mettere insieme una serie abbastanza completa di testimonianze che illustrassero le varie fasi dell’arte antica, dagli albori fino al periodo di massimo splendore e alla sua decadenza. In questa serie di opere i bronzi occupavano senza dubbio il ruolo principale. Nel volume di Panofka, per volontà del collezionista, i pezzi sono presentati con “descrizioni di rigorosa sobrietà, evitando eccessivi approfondimenti e sovraccarichi di note”, limitandosi a fornire “una spiegazione chiara e riflessioni semplici e appropriate alla ordinaria comprensione dei monumenti, nonché una valutazione il più possibile esatta dello stile di ciascuno”. Di seguito riportiamo la descrizione del bronzetto data da Théodore Panofka tenendo fede alle condizioni poste dal suo committente.

“IL CERVO” 

“Il cervo di bronzo, di cui alla tavola incisa XX, fu ritrovato nei dintorni di Sibari. La fusione non è perfetta e non indica una grande abilità in chi lo ha forgiato, ma il lavoro scultoreo è fine, corretto e molto giusto nel movimento come nelle proporzioni. Questo bel bronzo fu senza dubbio un tempo consacrato in qualche tempio di Artemide. Il luogo in cui fu scoperto ci consente di supporlo con ancor più verosimiglianza in quanto questo tipo di cervo era molto comune a diverse città greche, soprattutto achee, di queste regioni italiche. È nell’antica Enotria che l’immagine del cervo si trova specialmente sulle medaglie, da solo o insieme ad altri animali. Da solo lo ritroviamo sul rovescio delle monete di Kaulon [oggi non mancano studiosi propensi a ”leggere” come capriolo delle selve locali il cervide raffigurato sulle monete di Kaulon – NdR]; insieme a un leone che lo sbrana o con un’aquila appollaiata sulla testa lo vediamo invece sugli stateri di Velia e di Crotone. Quest’ultimo tipo è notevole in quanto si riferisce ovviamente al cacciatore Aesarus, annegato all’inseguimento di un cervo [il mito parla di una cerbiatta consacrata ad Artemide – NdR], così come – in Acaia – Saron morì mentre nuotava dietro a un cervo che sfuggiva alla cattura [Saron, re della città di Trezene, costruì un tempio dedicato ad Artemide vicino al mare e morì annegato inseguendo un cervo fuggito dal luogo sacro – NdR]. L’identità di queste due favole Achee, la similitudine dei nomi Aesarus e Saron non ci sembrano inutili a spiegare la tipologia adottata dai Cauloniati, degli Eleatici e degli abitanti di Crotone.
 

Il cervide su stateri di Kaulon, Velia e Crotone - Disegno 1913

Il cervide su stateri di Kaulon, Velia e Crotone – Greek coins pencil drawings

Resta una questione da risolvere. Perché gli antichi hanno così frequentemente parlato nei loro versi di cerve munite di corna mentre i loro naturalisti affermano il contrario e gli artisti raramente commettono questo errore? Quale che sia la soluzione di questo enigma, il nostro bronzo merita un posto in questa collezione per il luogo da cui proviene, l’antichità di cui è intriso e l’elegante semplicità della sua esecuzione”.

Alla pubblicazione curata da Panofka ne seguì un’altra nel 1841 a cura di Léon-Jean-Joseph Dubois (1780-1846), assistente-curatore del Museo del Louvre, che provvide ad aggiornare il catalogo delle antichità presenti nella collezione Pourtalès, conservando il riferimento al bronzetto “de Sybaris”. A entrambe queste pubblicazioni avrebbe in seguito fatto capo il catalogo generale di vendita all’asta dell’intera collezione (1865).

VENDITA ALL’ASTA DELLA COLLEZIONE

Nel 1865, dieci anni dopo la morte del conte de Pourtalès, la sua collezione fu venduta all’asta a Parigi come da suo testamento. La maggior parte di essa era stata fotografata e pubblicata due anni prima da Goupil & Cie in un ampio catalogo in folio. La vendita comportò uno smembramento della collezione che finì in parte nelle mani di privati e in parte a musei come il British di Londra e il Louvre di Parigi all’epoca diretto da Émilien de Nieuwerkerke, e proprio il museo parigino acquisì il bronzetto del capriolo insieme ad altri pezzi. Da un numero di quell’anno della rivista culturale L’Artiste, pubblicata a Parigi, risulta che il bronzetto fu acquistato dal Louvre per la cifra di 4250 franchi. Il reperto entrò così di diritto nelle collezioni del grande museo francese e lo ritroviamo descritto, con annessa immagine fotografica, nel Tomo I della pubblicazione “Bronze antiques du Louvre: le figurines” (1913) curata da André de Ridder, conservatore aggiunto del museo, finendo successivamente anche nelle foto d’arte della Alinari (n. 23937). L’autore ci informa così che l’animale forgiato nel bronzo (anche questa volta identificato come “cervo”) e ben conservato, si presenta con zampe snelle e in posizione di riposo, con quelle anteriori un po’ oblique, la coda molto corta, la testa sollevata e leggermente ruotata verso destra. Quanto alle piccole ”corna”,  che presentano alla base una sorta di collarino granuloso, esse vennero erroneamente interpretate come quelle ”nascenti” di un giovane cervo, le quali nella realtà hanno tutt’altro aspetto; da ultimo Ridder riporta notizia del prezioso dettaglio degli occhi, intarsiati in argento (les yeux incrustés en argent). Interessante, infine, l’accostamento che egli fa tra questo bronzo e il cosiddetto ”daino” custodito al Museo Archeologico di Napoli, che come altri bronzi provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano è considerato copia romana di un più antico originale greco.

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Bibliografia

A. de Ridder, Bronzes antiques du Louvre, Tome Premier: Les figurines, Ernest Leroux editeur, Parigi, 1913, pp. 204
L. Jean-Joseph Dubois, Description des antiques faisant partie des collections de M. le Comte de Pourtalès-Gorgier, Imprimerie Panckoucke, Parigi, 1841, pp. 204
A. Goupil, Souvenirs de la Galerie Pourtlès, tableaux, antiques et objets d’art photographiés par Goupil & Cie, Paris, Goupil et Cie éditeurs, 1863
P. G. Guzzo, Studi locali sulla Sibaritide, in Rivista di Filologia e di Istruzione Classica, Vol. 103, Loescher, Torino, 1975, p. 362
P. G. Guzzo, Tracce archeologiche dal IV al VII sec. d. C. nell’attuale provincia di Cosenza, in Mélanges de l’Ecole
française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, tome 91, n°1. 1979. pp. 21-39
P. G. Guzzo, Sibari e la Sibaritide: materiali per il bilancio della conoscenza archeologica, in Revue Archéologique, fasc. 1 / 1992, Presses Universitaires de France, pp. 3 e ss.
L’Artiste, rivista culturale, anno 1865, Tomo I, pag. 90
T. Panofka, Antiques du cabinet du comte de Pourtalè-Gorgier décrites par Théodore Panofka, Paris, 1834, pp. 122 + 41 tavole
M. Paoletti, Un gesto di devozione per la dea nel santuario di Timpone della Motta. Le statuette di terracotta,  in Francavilla Marittima. Un patrimonio ricontestualizzato, Catalogo della mostra: Francavilla Marittima, 15 luglio 2018-15 gennaio 2020, a cura di G. Mittica, Vibo Valentia, AdHoc, 2019, pp. 125-142
Heleni A. Stathatou, Collection Hélène Stathatos: Objets antiques et byzantins, Volume 3, Institut d’archéologie de l’Université de Strasbourg, 1963, pp. 200
Vente de la Galerie Pourtalès, Catalogue des objets d’art…qui composent les collections de feu M. le comte de Pourtales-Gorgier, Imprimerie de Pillett Fils Ainé, Parigi, 1865, pp. 310

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