È a Berlino il Tripode di Metaponto, capolavoro ritrovato in Lucania

Particolare del Tripode di Metaponto, 560-550 a.C. - Altes Museum, Staatliche Museen, Berlino

Particolare del Tripode di Metaponto, 560-550 a.C. – Altes Museum, Berlino

di Redazione FdS

Sacerdotessa sul tripode: scena di oracolo su una kylix attica a figure rosse del 440-430 a.C., Altes Museum, Berlino

Sacerdotessa sul tripode: scena di oracolo su una kylix attica a figure rosse del V° sec. a.C., Altes Museum, Berlino

“Conosci te stesso” era la massima incisa nel santuario di Apollo a Delfi, un invito del dio all’uomo affinchè riconoscesse i propri limiti di essere mortale ma anche, e soprattutto – come avrebbe scritto Platone nell’Alcibiade Maggiore – il monito a guardare il divino che è in noi per ritrovare quel Bene al quale è legata la natura più profonda dell’esistenza umana e del mondo; un Bene che è inscindibile dal Bello, entrambi alimenti vitali di una natura giunta alla realizzazione piena della propria essenza. Una sintesi, quella fra etica e bellezza, che ha il suo simbolo più elevato in Apollo, al tempo stesso sapiente, apportatore di ordine e musico, laddove la musica è a sua volta emblema di ogni ordine e dell’equilibrio del saggio. Ebbene, secondo il mito, fu proprio Apollo ad eleggere i più grandi saggi dell’antichità individuandone 7, numero a lui sacro, e fu il suo oracolo di Delfi a stabilire che un tripode d’oro rinvenuto in mare durante la pesca andasse al più saggio di loro: venne assegnato a Talete di Mileto che, nella sua estrema umiltà, decise di offrirlo ad un altro dei Saggi; ma nemmeno questi si ritenne degno del prezioso omaggio, per cui il tripode passò dall’uno all’altro venendo alla fine consacrato ad Apollo, unico e vero maestro di saggezza. Il tripode divenne così simbolo di Apollo.

Il Tripode di Metaponto, bronzo, VI sec. a.C. | Altes Museum, Berlino

Il Tripode di Metaponto, bronzo, VI sec. a.C. | Altes Museum, Berlino

Ed è proprio un tripode quello che, proveniente dalla Lucania, è giunto all’Altes Museum di Berlino, già sede della molto più famosa e contesa Persefone, la cui intricatissima storia vi abbiamo raccontato in altra occasione. L’oggetto, alto 73,5 cm., realizzato in bronzo nel VI sec. a.C., è uno dei pochissimi esemplari antichi di tripode ad essere giunto pressoché intero fino a noi e presenta una ricca e complessa decorazione dai tratti arcaici, formata da leoni e serpenti nella parte inferiore, da buoi, palmette e boccioli di loto nella parte mediana e da leoni accovacciati e protomi di cavallo in quella superiore, mentre ciascuno dei tre piedi termina in forma di zampa leonina. Secondo quanto afferma la studiosa Maria Angela Tolazzi in L’Arte svelata, l’esuberanza decorativa di questo affascinante oggetto lo renderebbe “attribuibile ad una fabbrica tarantina”, oltre a dimostrare “la grande vitalità artistica di questi territori, espressa in una vivace interpretazione dei modelli figurativi e stilistici della madrepatria”. Esemplari simili sono stati ritrovati a Cipro, nelle isole greche e in centri costieri dell’Asia Minore. Questo custodito a Berlino fu acquistato dal museo in occasione della vendita all’asta della collezione francese Pourtalès-Gorgier che nel 1865 finì smembrata tra varie istituzioni museali.

Sulla affermata provenienza da Metaponto del tripode, si è espresso pochi anni fa l’archeologo italiano Giacomo Bardelli, ricercatore presso il  Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Magonza e autore – in collaborazione con il restauratore Uwe Peltz – di uno studio sul reperto volto a rispondere a due interrogativi centrali: la determinazione dell’esatta provenienza e l’identificazione della tecnica con cui esso fu realizzato. Sulla prima questione Bardelli ha dato un’anticipazione nel suo saggio “Vacche, tori, serpenti, e sfingi»: il contesto di ritrovamento del tripode di Metaponto nell’Antikensammlung di Berlino” (in Siris, n. 16, 2016). Lo studioso evidenzia innanzitutto come l’origine metapontina del reperto sia stata menzionata per la prima volta dall’archeologo Théodore Panofka nel volume “Antiques du Cabinet de Pourtalès-Gorgier” del 1834, che illustrava appunto i reperti appartenuti al banchiere, diplomatico e collezionista d’arte svizzero James-Alexandre de Pourtalès-Gorgier (1776-1855), il quale avrebbe acquistato il tripode a Napoli nel 1827 insieme a un numeroso lotto di altri bronzi e terrecotte.
 

Il tripode in bronzo in una incisione del 1834 tratta dal volume di Panofka sulla collezione Pourtalès-Gorgier | Planche XIII

Il tripode in bronzo in una incisione del 1834 tratta dal volume di Panofka sulla collezione Pourtalès-Gorgier | Tav. XIII

Più specificamente Panofka lo ipotizzava proveniente dal tempio di Demetra ubicato nella celebre colonia magno-greca. Tale origine venne quindi ribadita nel volume “Description des antiques faisant partie des collections de M. le Comte de Pourtalès-Gorgier” di Jean-Joseph Dubois, del 1841 e, successivamente, nel catalogo Souvenirs de la Galerie Pourtlès, tableaux, antiques et objets d’art photographiés par Goupil & Cie (Paris, Goupil) del 1863, la cui pubblicazione precedette di poco la vendita all’asta della collezione e l’acquisizione del tripode da parte del museo tedesco per la somma di 10 mila franchi (naturalmente il tripode compariva anche nel catalogo di vendita curato dagli esperti Roussel e Manheim, 1865). Da allora la questione è rimasta indiscussa fino a un saggio dell’archeologo Pier Giovanni Guzzo che nel 2016 ha indicato in Roccanova (località dell’entroterra potentino a circa una sessantina di km da Metaponto) il luogo di ritrovamento del tripode. Dunque, a suo avviso, il reperto proveniva certamente dal territorio lucano ma da un contesto geografico e culturale interno, distinto da quello della colonia greca sita sul litorale ionico.
 

Particolare del Tripode di Metaponto, bronzo, VI sec., Altes Museum, Berlino

Particolare del Tripode di Metaponto, bronzo, VI sec., Altes Museum, Berlino – Ph. Ingo Hauffman

A consentire di inquadrare con maggior chiarezza il luogo del ritrovamento – spiega Bardelli – sono stati due indizi passati a lungo inosservati, sebbene già pubblicati da tempo: una notizia d’archivio e un resoconto di scavi. La prima è una lettera redatta ad Anzi (Potenza) nel 1825 e oggi custodita nell’Archivio di Stato del capoluogo lucano. L’anonimo autore della missiva informava il Ministro della Real Casa borbonica dell’imminente arrivo a Napoli di un gruppo di oggetti scavati senza permesso da un certo Daniele Mazzei, monaco dell’ordine dei Frati Minori osservanti, nel territorio del comune di Anzi e destinati ad essere venduti. Nel menzionarne alcuni, citava anche “la meraviglia dell’antichità…un tripode, o sia un’ara di bronzo di circa libre cento dieci con molti animali, vacche, tori, serpenti, e sfingi, che il descriverne la sua bellezza oltrepassa la mia capacità”, e invitava il ministro a bloccare la vendita di quegli oggetti scavati “in frode della legge”. Il secondo documento è un saggio pubblicato da Andrea Lombardi (1785-1849) – all’epoca sottintendente regio a Palmi – nelle “Memorie dell’Instituto di corrispondenza archeologica” (vol. 1°, 1832); nel descrivere alcuni reperti dell’antica Lucania ritrovati ai primi decenni dell’800, il funzionario menziona scavi effettuati vicino Roccanova e, più precisamente, nel confinante territorio di Castronuovo di S. Andrea dove, in “contrada Battifarano”, lo scavatore Michele de Stefano di Anzi rinvenne diversi sepolcri, uno dei quali viene accuratamente descritto. Tra gli oggetti del corredo ecco spuntare “quel rinomato tripode di bronzo di cento trenta libbre, che destò l’ammirazione di quanti lo videro, e che fu venduto ad un distinto amatore francese”. Per Bardelli non c’è dubbio che si tratti del tripode di Berlino, sia per la descrizione contenuta nella lettera anonima che per l’aspetto eccezionale del reperto su cui concordano entrambe le fonti, così come per l’assenza di qualunque altro esemplare analogo scoperto nel XIX secolo. Significativi anche l’analogia del peso riportato nelle due fonti (110 e 130 libbre) e il riferimento del Lombardi a un “distinto amatore francese” a cui il tripode fu venduto; riferimento che non può non far pensare al collezionista James-Alexander de Pourtalès-Gorgier, svizzero di nascita ma residente a Parigi fin dal 1799.
 

Il Tripode di Metaponto nel Souvenirs de la Galerie Pourtlès, tableaux, antiques et objets d’art photographiés par Goupil & Cie, Paris, 1863

Il Tripode di Metaponto in un’immagine tratta dal volume Souvenirs de la Galerie Pourtlès…, Paris, 1863

Per quanto riguarda invece la apparente discordanza tra le due fonti circa il luogo di ritrovamento, essa potrebbe derivare dal fatto che il tripode finì ad Anzi (paese del de Stefano, supervisore agli scavi di Castronuovo) dove sarebbe stato accorpato ad altri reperti del luogo poi portati a Napoli dal Mazzei per la vendita, sfuggendo ai controlli di polizia malgrado la segnalazione anonima. Al ruolo svolto dal Mazzei ci riporta anche un brano del diario di viaggio che lo scrittore svizzero Charles Didier pubblicò sulla Revue des deux mondes nel 1831 e nel volume Italie pittoresque del 1834. Riferendosi al suo soggiorno italiano svoltosi tra il 1828 e il 1829 e alla sua visita ad Anzi, in Lucania, Didier racconta appunto di un “monaco” che trafficava in reperti clandestini, nonostante i divieti e le sanzioni delle autorità borboniche; costui – narra Didier – “aveva trovato delle cose preziose, tra le quali un tripode in bronzo intatto, decorato su ogni lato con mirabili sculture (…). Preoccupato e minacciato dalle autorità, si vide costretto a vendere questo tesoro e a venderlo per un nulla a un viaggiatore francese”, evidente riferimento al collezionista Pourtalès-Gorgier. A riscoprire questa ulteriore testimonianza è stata Alessia Zambon, ricercatrice della Université Versailles Saint-Quentin-en-Yvelines che si è occupata del tripode in contemporanea con Bardelli e nel 2017 ha pubblicato il saggio “À propos du trépied en bronze de Berlin (Antikensammlung fr. 768) et des fouilles en Lucanie en XIXe siècle” sulla Revue Archéologique. Nouvelle Série (Fasc. 2), nel quale analizza le altre fonti considerate anche da Bardelli. Sembrerebbe infine riferirsi al tripode di Berlino anche un’altra fonte citata da Zambon e cioè il funzionario ed erudito Francesco Rossi che nel ricordare il particolare talento degli abitanti di Anzi nello scavo e nel restauro di antichità, nel suo libro “Anzi notizie storico-statistiche” (1876) cita appunto un tripode venduto a uno straniero, ma fornisce dettagli discordanti con le altre fonti. In riferimento all’acquisto del reperto da parte di Pourtalès-Gorgier, Zambon si chiede in particolare se un pezzo così straordinario sia stato esportato senza che venissero sollevate obiezioni o se, viceversa, il conte abbia dovuto mobilitare proprie conoscenze altolocate per ottenere le autorizzazioni necessarie: quesito per rispondere al quale – osserva la studiosa – “sarebbe interessante proseguire la ricerca negli archivi napoletani”. A prescindere da future scoperte d’archivio che potranno forse chiarire meglio tutta la storia, può ormai dirsi composto un primo solido quadro indiziario sull’area di provenienza.

NOTIZIE SUL CONTESTO

Delle menzionate fonti, solo quella del Lombardi descrive il contesto funerario di ritrovamento del tripode, ma la genericità della descrizione non permette di dedurre altro se non il fatto che si trattasse di una tomba a camera presumibilmente relativa alla fase lucana della regione. Il tripode però – spiega Bardelli – è molto più antico rispetto a quella fase, e può essere collocato all’incirca intorno alla metà del VI secolo a.C. Tale discrepanza cronologica potrebbe tuttavia spiegarsi – aggiunge – con la tendenza a utilizzare per più generazioni questo tipo di oggetti prima di una loro eventuale deposizione all’interno di un corredo tombale; un fenomeno senz’altro spiegabile sulla base della natura metallica e del valore simbolico di simili manufatti e ricorrente per i tripodi arcaici a verghette di ambito entrusco e greco, come evidenziato dall’archeologo svizzero Martin A. Guggisberg. Tale tripode si inserirebbe dunque – sottolinea Bardelli – in un tipo di rituale di carattere sovraregionale e tipico delle aree esterne alla zona di produzione di oggetti simili, in questo caso un’area indigena lontana dalle colonie greche della costa ionica. In quell’area interna – ha scritto la ricercatrice Alessia Zambon -, l’oggetto sarebbe stato appannaggio di élites locali fortemente ellenizzate alle quali dovettero appartenere le tombe ricche di corredi in una delle quali fu rinvenuto il tripode. Si tratta di élites lucane – spiega la studiosa, citando la collega Florence Le Bars-Tosi – probabilmente già gravitanti nella sfera del macedone Alessandro il Molosso (morto nel sud Italia nel 331 a.C.), pertanto non sarebbe stato un caso che le loro tombe presentassero notevoli similitudini con quelle macedoni della fine del IV secolo a.C.

IL TRIPODE NELL’ANTICHITA’

Nell’antichità il tripode era un sostegno che sorreggeva il lebete, recipiente col quale si scaldavano vivande sul fuoco, ma anche un oggetto votivo o un omaggio per ospiti e atleti vittoriosi. Lo ritroviamo infatti in Omero come simbolo di ospitalità e di elogio per i vincitori negli agoni sportivi, e in Esiodo come premio in quelli poetici. Erodoto racconta invece di tripodi finemente decorati o recanti iscrizioni, destinati ad offerte dedicatorie agli dei anche fuori da contesti competitivi. Ma il tripode più famoso è senza dubbio quello sul quale sedeva la Pizia, la leggendaria sacerdotessa di Apollo che, circondata dai misteriosi vapori provenienti da una fenditura nel terreno, pronunciava i suoi responsi oracolari nel santuario di Delfi.

In Magna Grecia il tripode delfico fu uno dei simboli più ricorrenti nella monetazione di Crotone, ma lo si ritrova anche in quella di Metaponto, città devota al dio come racconta Strabone nel I° sec. a.C. rievocando la fondazione mitica della città magno greca: “Questa città si dice sia stata fondata da un gruppo di greci, originari della città di Pilos, cioè da quelli che sotto la guida di Nestore tornarono da Troia con le navi. Si reputa che essi siano stati i primi a coltivare il territorio, ed è per questo che essi hanno dedicato a Delfi l’intera messe estiva, di colore oro splendente…”. E se il frumento metapontino prendeva il mare per raggiungere l’isola sacra, anche le sue spighe si trasformarono in emblema della città impresso sulle monete. Ma il legame forse più misterioso fra Metaponto e il culto di Apollo passa attraverso la figura di Pitagora, il grande filosofo di Samo che per la vastità della sua sapienza fu detto ‘Figlio di Apollo’ e nella città sullo Jonio visse e operò fino alla morte fondandovi una delle sue scuole.

IL “TRIPODE DI METAPONTO” NELL’ARTE

Come svela l’archeologo Giacomo Bardelli nel suo saggio sopra citato, questo capolavoro della bronzistica mediterranea arcaica figura in due opere del celebre pittore olandese Lawrence Alma Tadema (1836-1912), i cui dipinti “rappresentano – scrive Bardelli – un eccezionale patrimonio di riproduzioni e di reinterpretazioni di reperti dell’antichità classica. Inseriti con studiata precisione quali elementi funzionali alla composizione o come semplici riempitivi, tra di essi si celano spesso capolavori di arte antica ben riconoscibili.” Il primo dipinto è l’olio su tavola del 1871, The Vintage Festival, oggi custodito alla National Gallery of Victoria, di Melbourne in Australia, nel quale l’oggetto è inserito in una raffinata rappresentazione della Festa della Vendemmia, ambientata nella villa di Marco Holconio Rufo, un eminente cittadino di Pompei all’epoca della distruzione della città nel 79 d.C.
 

Lawrence Alma Tadema. The Vintage Festival, olio su tavola, 1871 - National Gallery of Victoria, Melbourne

Lawrence Alma Tadema, The Vintage Festival, olio su tavola, 1871 – National Gallery of Victoria, Melbourne – Image from wikipedia

L’altro dipinto è The Way to the Temple, un olio su tela del 1882 custodito alla Royal Academy of Arts di Londra, raffigurante una sacerdotessa seduta nel portico di un tempio dorico intenta a vendere statuette e altri oggetti votivi mentre un corteo dionisiaco parzialmente visibile tra le colonne esalta la teatralità della composizione. In entrambe le opere ritroviamo un tripode in bronzo riccamente decorato con figure animali e di fantasia, a sostegno, rispettivamente, di un braciere e di un calderone. “Ad esclusione di poche modifiche dovute all’estro del pittore – nota Bardelli – non è difficile identificare nel tripode dei dipinti un modello ben preciso”, appunto quello del reperto magno-greco di Berlino, che il pittore ebbe modo di vedere sul sopra citato catalogo fotografico della Collezione Pourtalès-Gorgier alla quale l’oggetto apparteneva prima di approdare al museo tedesco.

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