Da Capua all’Aspromonte: sulle orme di Spartaco, il gladiatore che fece tremare Roma, II

Gladiatore Borghese, copia dall'originale greco del I sec. a.C. esposto al Louvre, Castello di Cjarlottenburg, Berlino

Gladiatore Borghese, copia ottocentesca dell’originale del I sec. a.C. esposto al Louvre, Castello di Charlottenburg, Berlino – Image source

«La guerra di Spartaco fu la più legittima che sia mai stata intrapresa»
Charles Louis de Montesquieu

di Redazione FdS

[Leggi la 1a puntata] Accantonato temporaneamente il folle sogno di attaccare Roma, una delle città meglio fortificate dell’epoca, ritroviamo Spartaco nel profondo sud dell’Italia, a Thurii, nell’attuale Calabria, là dove era già approdato nel primo anno della sua lotta senza esclusione di colpi contro le legioni romane. Era l’autunno del 72 a.C. e il Senato, furioso con gli inconcludenti Lentulo e Gellio, decise, per dare la caccia ai ribelli, di conferire poteri illimitati a Marco Licinio Crasso, uomo non amato dai nobili conservatori, che tuttavia furono costretti dalle circostanze eccezionali ad approvare la sua nomina. Dal canto suo Crasso confidava in quell’incarico per dare una svolta alla propria carriera. A 43 anni era uno degli uomini più ricchi di Roma ma disprezzava gli agi considerando il denaro soprattutto uno strumento per procurarsi il potere politico con l’acquisto di voti.
 
Rovine dell'antica città di Thurii-Copia, Parco Archeologico di Sibari - Ph. Stefano Contin

Rovine dell’antica città di Thurii-Copia, Parco Archeologico di Sibari – Ph. Stefano Contin

Già generale sotto Silla, Crasso aveva approfittato delle sue famigerate liste di proscrizione per acquistare a prezzi stracciati numerose proprietà confiscate agli oppositori; ovviamente da latifondista possedeva numerosissimi schiavi, quindi ai suoi occhi il ribelle Spartaco rappresentava un pericolosa minaccia da neutralizzare il prima possibile. Dato lo sforzo bellico estero che già gravava sull’erario, Crasso contribuì con un prestito personale al reclutamento di nuove forze che andarono a formare sei nuove legioni più ciò che rimaneva delle quattro già guidate da Lentulo e Gellio, per un totale di circa 45 mila uomini (tra questi comparivano anche diversi senatori suoi amici). Noto per la sua estrema durezza, poco lo preoccupava non avere la superiorità numerica sui ribelli, dato che il suo scopo era spingerli in qualche trappola per poi prenderli per logoramento. Dalla sua parte aveva una buona conoscenza delle tattiche di guerriglia, con cui si era confrontato in Spagna, così come non gli era ignoto il territorio dell’Italia meridionale, possedendo un enorme latifondo nel Bruzio (l’odierna Calabria) ed avendo probabilmente già combattuto in Lucania accanto al padre Publio. Crasso si accingeva così ad essere l’uomo-chiave, colui al quale si chiedeva di risolvere uno dei problemi più spinosi con cui l’indiscusso potere di Roma si fosse mai dovuto misurare.
 

Ritratto marmoreo di Marco Licinio Crasso

Ritratto marmoreo di Marco Licinio Crasso, I sec. a.C., Museo del Louvre

IL PRIMO SCONTRO E LA BRUTALE PRATICA DELLA DECIMAZIONE

L’esercito di Crasso fece tappa verso Sud accampandosi nel territorio di Picentia (odierna Pontecagnano Faiano, nel salernitano), un’area in grado di offrire ai soldati cibo e spazio per l’addestramento, oltre ad essere uno dei punti di passaggio tra Campania e Lucania. Spartaco, dal canto suo, si trovava non molto distante essendosi spostato con i suoi uomini dal Bruzio verso Campo Atinate (l’attuale Vallo di Diano), probabilmente per procurarsi nuove scorte di cibo ma anche per tenere d’occhio le nuove forze romane.
 

Veduta del Vallo di Diano. In primo piano il borgo di Teggiano - Ph. Enzo D'Elia

Veduta del Vallo di Diano (l’antico Campo Atinate), nel Cilento (Campania). In primo piano il borgo di Teggiano (l’antico Diano) – Ph. Enzo D’Elia

I due eserciti si spiavano a vicenda e a tale scopo Crasso aveva affidato al senatore Mummio due legioni per seguire Spartaco da vicino ma con il divieto assoluto di combattere. Alla prima occasione però Mummio trasgredì al divieto ingaggiando una battaglia dall’esito disastroso, con numerosi soldati caduti e altri datisi alla fuga. La reazione di Crasso fu durissima: su 500 fuggitivi rientrati al campo base, ne estrasse a sorte 50, cioè un decimo, che vennero bastonati a morte dagli altri nove decimi, a loro volta lasciati senza difese fuori dal campo. Si trattava di un’antica punizione militare detta decimazione (decimatio) riportata così in auge dopo un lungo periodo di disuso.
 

Disegno raffigurante la pratica della decimazione

Disegno raffigurante la pratica militare romana della decimazione (decimatio)

A questo punto a Crasso non rimaneva che passare all’offensiva, cosa che fece scontrandosi con un distaccamento dei ribelli di circa 10 mila uomini, uccisi per quasi due terzi. Per Spartaco fu la più grave sconfitta dopo la morte di Crisso in Puglia ed ebbe allora la netta percezione che i Romani avessero costituito un esercito nuovo, molto più pericoloso dei precedenti. Da qui la decisione di evitare rischiose battaglie in campo aperto, lasciando che Crasso li inseguisse tra i monti della Lucania. Nel frattempo rifletteva su come trovare una via d’uscita, una volta fallito il progetto di superare le Alpi. E questa via non poteva che essere il mare, ancora più a Sud, raggiungendo l’estrema punta della Penisola.
 

Scena con soldati romani in battaglia, rilievo marmoreo

Scena con soldati romani in battaglia (part.), rilievo marmoreo di antico sarcofago, Dallas Museum of Art

DESTINAZIONE SICILIA. IL DILEMMA DELLA TRAVERSATA

Approfittando del vantaggio accumulato sui tempi di marcia rispetto al nemico, l’esercito di Spartaco si incamminò verso Reggio Calabria costeggiando – lungo sentieri d’altura – la via Annia-Popilia fino ad arrivare a scorgere la Sicilia, separata dalla penisola da un breve tratto di mare oggi noto come Stretto di Messina. Era la fine del 72 a.C. e l’obiettivo era varcare lo Stretto per penetrare in quella terra feconda e prospera che agli occhi di ex schiavi assumeva l’aura di una terra promessa, da sempre luogo di sommosse contro gli abusi dei padroni e meta di schiavi fuggitivi da altre parti d’Italia. O forse, chissà, magari solo tappa di un viaggio più lungo verso il Nord Africa lontano solo 150 chilometri dalle coste meridionali dell’isola.
 

Il Golfo di Sant'Eufemia, in Calabria, visto dalle alture dell'entroterra - Ph. courtesy of Aurelio Candido

Il Golfo di Sant’Eufemia, in Calabria, visto dalle alture dell’entroterra – Image courtesy of Aurelio Candido

Arrivati nei pressi di Reggio, i ribelli si accamparono su una stretta striscia di terra tra le montagne e il mare sul versante tirrenico. La stagione era fredda, con forti venti, mare mosso e a volte anche neve sulle cime. Occorreva trovare una soluzione per la traversata. A Spartaco balenò allora l’idea di ricorrere all’aiuto di pirati della Cilicia che da anni infestavano il Mediterraneo con le loro navi piccole e veloci; del resto erano nemici dei Romani da quando il Senato aveva deciso di ostacolare il loro traffico di schiavi. Avevano inoltre appoggiato Mitridate a est e Sertorio in Spagna nello scontro con Roma, ragion per cui Spartaco non poteva non considerarli gli alleati ideali.
 

Pendici montuose nei pressi di Reggio Calabria - Ph. Raphaël Vandeberg

Pendici montuose nei pressi di Reggio Calabria – Ph. Raphaël Vandeberg

IL TRADIMENTO DEI PIRATI

Intanto al propretore di Sicilia, il famigerato Gaio Licinio Verre, non era sfuggita la notizia dell’arrivo dei ribelli in Calabria. Dato il momento particolare il Senato gli prorogò l’incarico in scadenza. La Sicilia degli schiavi, dopo il fallimento delle prime due guerre servili, covava ancora fuoco sotto la cenere e se i ribelli fossero sbarcati sull’isola si sarebbe rischiata una nuova deflagrazione.
 

Scorcio della Sicilia interna

Scorcio della Sicilia interna

Verre, che disponeva di due legioni, fece incrementare le difese costiere, arrestare e processare sospetti sobillatori e a Messina fece crocifiggere un uomo sospettato di essere una spia di Spartaco. La tensione era alle stelle. Dall’altra parte dello Stretto proseguiva l’accordo coi pirati: pagati in anticipo, questi avrebbero inizialmente traghettato solo 2 mila uomini, combattenti scelti da mandare in avanscoperta. Stabilita una base, altri uomini sarebbero arrivati in fasi successive; intanto il grosso dell’esercito di Spartaco sarebbe rimasto nascosto tra i monti calabresi.
 

Lo Stretto, con la Sicilia sullo sfondo, visto dalla costa calabrese fra Scilla e Bagnara Calabra – Ph. © Famedisud

Lo Stretto, con la Sicilia sullo sfondo, visto dalla costa calabrese fra Scilla e Bagnara Calabra – Ph. © Famedisud

Ma intascato il prezzo, i pirati si dileguarono. Spariti, senza lasciare traccia. Spartaco non si perse d’animo e decise di cambiare tattica. Cominciò allora a perlustrare lo stato dei luoghi: il tratto di mare più breve tra Calabria e Sicilia, appena 3 km, si trovava in corrispondenza di Capo Cenide (l’odierna Punta Pezzo, a Villa San Giovanni), sovrastato alle spalle dalle colline pedemontane dell’Aspromonte, massiccio che nel punto più alto raggiunge i 1956 metri e a nord si protrae per km sino al Passo della Limina. La brevità del percorso marino doveva però fare i conti con la presenza di forti correnti contrastanti e gorghi, mentre 5 chilometri più a sud, là dove terminava la via Annia-Popilia, presso l’antica Statio ad Statuam (oggi Catona), una corrente favorevole faceva sì che fosse considerato il punto migliore per la traversata, a dispetto del percorso più lungo.
 

Lo Stretto di Messina d'inverno - Image courtesy of Aurelio Candido

Lo Stretto di Messina d’inverno – Image courtesy of Aurelio Candido

LE ZATTERE DELLA SFORTUNA

Spartaco non ci pensò due volte: avrebbero costruito delle zattere. Del resto secondo la leggenda le avevano già usate i Siculi e, in tempi meno lontani, Lucio Cecilio Metello, vincitore dei Cartaginesi, le usò per traghettare dalla Sicilia al continente ben 120 elefanti quale bottino di guerra. Una fonte antica narra che gli uomini di Spartaco realizzarono le zattere con assi di legno, tralci di vite, strisce di pelle e giare di terracotta. È probabile che la traversata, a dispetto delle correnti, sia stata tentata nel tratto di mare più stretto, anche perché c’era da supporre che i Romani stessero già presidiando il punto d’imbarco migliore per impedirne l’uso ai ribelli.
 

I colori cupi dello Stretto di Messina in inverno

I colori cupi dello Stretto di Messina in inverno

In ogni caso il tentativo si rivelò un fallimento: correnti rapide e mutevoli, le intemperie invernali e l’inesperienza dei ribelli, fecero sì che le zattere si scontrassero per poi capovolgersi. I ribelli persero imbarcazioni e provviste ed è probabile che alcuni di loro siano annegati. È da escludere che Crasso abbia avuto un ruolo in quel fallimento, visto che per tutto il mese successivo evitò scontri diretti con i ribelli, mentre è più probabile che, considerata la stagione, si sentisse certo dell’esito disastroso. Inoltre gli spazi limitati lungo la costa non avrebbero garantito alle sue legioni condizioni ideali di manovra per una battaglia campale. E infatti il suo piano era un altro: schiacciare i ribelli tra lo Stretto e le montagne. (Fine Parte II – Segue)

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I PERCORSI

 

 

 

Bibliografia

AA. VV. Restituzioni 2013, Marsilio, Venezia, 2013, pp. 390
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Lino LicariGuida ai siti archeologici del Parco Nazionale d’Aspromonte, Kaleidon Editrice, Reggio Calabria, 2021, copia di anteprima (volume di prossima uscita).
Theodor MommsenStoria di Roma antica, 3 voll., Società Subalpina Editrice, Torino, 1943
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Maurizio PaolettiOccupazione romana e storia delle città, in Storia della Calabria antica. Età italica e romana, (pp. 498-499 ) a cura di Salvatore Settis, Gangemi editore, Roma, 1994, pp. 920
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Domenico RasoTinnaria. Antiche opere militari sullo Zomaro, in Calabria Sconosciuta, 37, gennaio-marzo 1987, pp. 79-102
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