Nel Salento 120 ulivi affetti da Xylella riportati in vita dai ricercatori dell’Università di Foggia

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Ph. © Ferruccio Cornicello

Ulivo pugliese secolare, Monopoli (Bari) – Ph. © Ferruccio Cornicello

di Alessandro Novoli

“Noi di Copagri proviamo a passare dalle parole ai fatti, bisogna sperimentare per non arrendersi”: erano state queste le parole fatidiche con cui lo scorso marzo Fabio Ingrosso, Presidente di Copagri (Confederazione Produttori Agricoli) di Lecce, aveva annunciato in una conferenza stampa l’avvio di un progetto privato di ricerca scientifica (regolarmente autorizzato dal Ministero) sugli ulivi affetti da Xylella fastidiosa nel leccese, e precisamente nell’area dei primi focolai. Con lui c’erano anche Francesco Lops e Antonia Carlucci, ricercatori dell’Università degli Studi di Foggia a cui sono state affidate le sperimentazioni sul campo. A circa cinque mesi di distanza dall’avvio – e mentre in provincia di Lecce proseguono le eradicazioni degli ulivi fra battaglie legali e proteste della popolazione – proprio dall’ateneo foggiano giunge notizia che ben 120 alberi giudicati inguaribili, con evidenti sintomi di disseccamento  e con il batterio Xylella nei tessuti, hanno ripreso a vegetare dopo gli interventi mirati dei ricercatori, producendo nuove foglie e persino le olive. Lo straordinario risultato è stato presentato ieri alla Camera di Commercio di Lecce, anche se occorrerà aspettare il prossimo mese di aprile per avere i risultati definitivi, a conclusione del ciclo biologico. Gli esiti sono tuttavia già estremamente incoraggianti, a dispetto di quanti considerano l’eradicazione l’unico strumento per contenere l’epidemia: “le piante – hanno dichiarato Lops e Carlucci – sono riuscite a superare la presenza del batterio, dimostrando che la convivenza tra Xylella e ulivi e tra Xylella e territorio è possibile”.

Le sperimentazioni sono state condotte nel Salento sugli ulivi malati ubicati nei territori di cinque comuni diversi: alla ricerca hanno infatti collaborato due aziende agricole di Matino, una di Leverano, una di Sannicola, una di Presicce e una di Melendugno. “La prima sensazione percepita – hanno spiegato gli studiosi – è stata quella di trovarci di fronte a delle piante trascurate, oltre che non irrigate”. Ecco quindi in sintesi la sequenza di interventi effettuati sulle piante: prima è stata eseguita l’aratura e poi è stata applicata una serie di sei trattamenti a basso o nullo impatto ambientale, a base di concimi, fertilizzanti o biostimolanti, somministrati sia per via radicale che foliare. Durante le operazioni, personale addetto dell’ASL territoriale della provincia di Lecce si è recato negli uliveti assistendo ai lavori, verificando i prodotti utilizzati, le modalità di somministrazione, e accertando che fossero garantite tutte le norme in materia di sicurezza e sanitarie.Terminati le operazioni, le piante hanno ripreso regolarmente a germogliare evidenziando come i trattamenti siano riusciti a dare ad esse una considerevole spinta vegetativa.

Ovviamente – hanno specificato i ricercatori – occorrerà monitorare la situazione nei prossimi mesi per vedere se ricompariranno o meno i sintomi del disseccamento, anche perchè tre prelievi eseguiti nell’arco degli ultimi cinque mesi hanno evidenziato una persistenza del batterio. I ricercatori sono peraltro fiduciosi che una convivenza fra batterio e pianta sana sia possibile, anche se sarà solo il tempo a dirlo. Del resto, come hanno spiegato Lops e Carlucci, l’obiettivo del programma di ricerca non era tanto quello di individuare un sistema per eliminare la Xylella, quanto verificare le condizioni per una convivenza “pacifica” tra la pianta ed il presunto responsabile del complesso di disseccamento rapido. E per effettuare questa verifica, come già a marzo scorso aveva spiegato Ingrosso, l’obiettivo è stato “quello di rinforzare gli alberi, debilitati da anni di utilizzo di sostanze chimiche, di nutrire il terreno e restituirgli sostanza organica e fare in modo che gli alberi reagiscano alla presenza del batterio”. Al momento la particolare cura dedicata alle piante sottoposte a sperimentazione ha sortito un risultato davvero molto positivo, consentendo addirittura che da quegli alberi si raccogliessero le olive.

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