La Masseria Solito rinasce a Taranto nel segno della cultura e della bellezza

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La Masseria Solito, XVII secolo, e il rendering del suo recupero

La Masseria Solito, XVII secolo, e il rendering del suo recupero

di Alessandro Novoli

Taranto prosegue nel difficile percorso di riappropriazione della sua identità, schiacciata da mezzo secolo di industria pesante, nel tempo sfuggita colpevolmente a ogni controllo. Dopo il disvelamento del suo volto più nascosto, quello ipogeico, che conduce il visitatore in un viaggio a ritroso nei millenni, e la riscoperta delle proprie origini spartane attraverso l’edizione pugliese della competizione sportiva internazionale Spartan Race, la città guarda ora al suo passato rurale e al tempo in cui, nonostante la povertà, poteva fregiarsi dell’epiteto di ”luogo di delizie”, grazie alla sua favorevolissima posizione sul mare e ad una costa popolata di uliveti, agrumeti e masserie. E proprio su una di queste ultime si sono accesi i riflettori di recente, grazie ad un progetto di recupero e rifunzionalizzazione volto a trasformarla da rudere a luogo di cultura e di bellezza. Si tratta della Masseria Solìto, testimonianza della Taranto rurale del ‘600, e della sua trasformazione in sede del Mudit, il museo degli illustri tarantini, ossia di quei cittadini  che si sono distinti nel mondo delle arti e delle scienze dall’epoca magnogreca fino ad oggi. La struttura sarà munita di sale espositive, una biblioteca di comunità con sale lettura e laboratori per ragazzi, un caffè letterario ed un bookshoop/infopoint turistico, una grande piazza urbana destinata a ospitare eventi e un’arena all’aperto a servizio del quartiere.

Rendering interno del Mudit

Mudit, rendering spazi espositivi

Il progetto è stato presentato dal Comune in partenariato con il Centro studi “Cesare Giulio Viola”, ente privato intitolato a un tarantino vissuto fra Otto e Novecento, distintosi come scrittore, commediografo e sceneggiatore per il teatro, la televisione e il cinema italiani (è stato fra l’altro autore di soggetto e sceneggiatura del celebre film“I bambini ci guardano” di Vittorio De Sica, tratto dal suo romanzo Pricò del 1924, e coautore dell’altrettanto famoso Sciuscià). Cesare Giulio Viola ha vissuto nella Masseria Solito, quando era immersa in piena campagna, fra verde e animali, e ad essa ha dedicato alcune intense pagine del romanzo autobiografico Pater (1958).

Mudit, rendering biblioteca

Mudit, rendering biblioteca-sala lettura

Il piano di recupero della masseria ha ottenuto un finanziamento di 1.6 milioni di euro da parte della commissione regionale di “SMART-IN PUGLIA, Community Library, Biblioteca di Comunità: essenza del territorio, innovazione, comprensione nel segno del libro e della conoscenza”, un risultato che – ha commentato l’assessore ai Lavori Pubblici, Aurelio Di Paola“ha premiato la scelta da parte del Comune di selezionare interventi di qualità e coerenti con le strategie di utilizzo dei fondi comunitari nonché la volontà di spingere su recuperi di spazi per attività culturali quale volano di sviluppo sostenibile”.

L’iniziativa giunge provvidenziale per un immobile che solo nel 2010 rischiava di essere demolito per lasciare spazio a nuove costruzioni. Eppure si tratta di una delle rare testimonianze architettoniche legate all’antico paesaggio agrario duramente intaccato dalla nascita della Taranto moderna e dallo sviluppo delle aree industriali, oltre a conservare delle peculiarità strutturali che – come scrive Vincenzo Antonio Greco in Masserie del tarantino (Edizioni Pugliesi, Martina Franca, 2002) –  ne fanno il paradigma di fabbricati a torre con tetti coperti a embrici, tipici del territorio tarantino. La sua salvezza si deve alle insistenti sollecitazioni provenienti dai settori della città più sensibili alla storia locale. Una variante al piano urbanistico e l’inizio di una collaborazione tra Comune e Centro studi “Cesare Giulio Viola” hanno fatto il resto, senza naturalmente trascurare il peso rivestito dalla storicità del bene architettonico e dall’essere stato la dimora di due illustri tarantini come l’archeologo Luigi Viola, fondatore del Museo Archeologico Nazionale e autore di importanti scoperte, e suo figlio Cesare Giulio Viola, scrittore.

Per il progetto esecutivo, la gara d’appalto e i lavori saranno necessari almeno 24 mesi, ma – come ha sottolineato l’avvocato Enrico Viola, presidente del centro Studi – “l’avvenuto finanziamento del progetto rappresenta già un passaggio importante per la storia della città. Taranto, città millenaria e patria di moltissime personalità in tutti i campi della conoscenza umana – ha aggiunto Viola – avrà finalmente al pari delle grandi città storiche come Roma, Firenze ed altre una sede ove celebrare e far conoscere il frutto dell’ingegno locale. Il Centro Studi ‘Cesare Giulio Viola’ che da anni si batte per questo obiettivo e ha collaborato in proficua intesa con l’amministrazione comunale, esprime viva soddisfazione e ringraziamenti agli amministratori comunali e ai dirigenti”.

Mudit, rendering

Mudit, rendering piazza urbana per eventi

Il punto di forza del progetto di restauro e valorizzazione della Masseria Solito – ha dichiarato Sergio Scarcia, assessore all’Urbanistica – consiste nella necessità, oramai irreversibile, di avviare un processo di catalogazione e tutela del patrimonio architettonico e culturale diffuso sul territorio, per individuare nuove e virtuose destinazioni d’uso. La Masseria Solito – ha aggiunto – è una forte testimonianza storica sopravvissuta nel tempo che, di fronte all’affermarsi della spregiudicata e invasiva edilizia contemporanea degli ultimi decenni, “chiede giustizia per l’esplicitazione dei valori identitari della nostra comunità esaltandone la loro bellezza”.

MASSERIA SOLITO: PICCOLO MONDO ANTICO

Nell’attesa di vederla rivivere nella nuova veste di spazio dedicato alla cultura e alla storia di Taranto, ripercorriamo attraverso alcuni brevi flashback il volto passato di questo luogo evocato da Cesare Giulio Viola nel suo romanzo autobiografico Pater (1958) dedicato al padre Luigi, archeologo, fondatore del Museo Archeologico Nazionale e autore di importanti scoperte come quelle dell’antica cinta muraria cittadina e della tavola bronzea della Lex Municipii Tarentini, legge emanata nel I° sec. a.C. dai magistrati romani incaricati di costruire il nuovo municipium di Tarentum, dopo l’avvento del dominio di Roma sulla Magna Grecia: spaccata in sei frammenti, la lamina fu recuperata da Luigi Viola nel 1894 grazie a un contadino che gliela offrì, mentre l’archeologo se ne stava seduto al tramonto proprio presso il pozzo della Masseria Solito. Una pagina importante della storia locale disvelata grazie a due fiaschi di vino, tale essendo il prezzo richiesto dall’uomo per cedere quel prezioso oggetto oggi custodito al Museo Archeologico di Napoli e, in copia,  al Museo Archeologico Nazionale di Taranto (MArTA) e presso la Biblioteca Civica “Pietro Acclavio”. Viola figlio ricorda come il padre, chiuso nel suo studio di Solìto,  dedicasse diverse ore del giorno a decifrare lettera per lettera quel reperto dopo aver incastrato “nell’orbita dell’occhio, come un orologiaio…la calottina d’una lente d’ingrandimento”.  A Luigi Viola si deve anche la scoperta della Cripta del Redentore, una chiesa rupestre ipogea ricavata da una tomba a camera romana di età imperiale collegata con un antico pozzo d’acqua sorgiva e decorata con pregevoli affreschi del XII secolo: una leggendaria tradizione vuole che il luogo, ubicato proprio nei pressi della Masseria Solìto, abbia visto il passaggio dell’apostolo Pietro e, successivamente, la celebrazione del primo culto cristiano secondo la liturgia bizantina.

La tenuta di Solìto, appartenuta secoli prima all’antica famiglia patrizia dei Solìto de Solis, era un tempo chiamata Muriveteres, probabilmente perché in zona passavano le mura della città antica. Era una terra ricca di colture, fra campi, uliveti e giardini, via via erosi dai debiti dei precedenti proprietari, ma il suo “cuore”, la masseria, era ancora lì con parte dei terreni e il suo grande frantoio. Una residenza architettonicamente solida, circondata da una vigna, un giardino, un orto, e dei campi seminati a grano.  Al piano terra – ricorda Viola – si stagliavano una sala da pranzo, un salotto, due stanze per il servizio e una piccola cucina, mentre al primo piano c’erano le camere da letto, “non eccessivamente ampie ma ben rifinite nelle pareti e nei soffitti a stucco, con massicce intelaiature alle finestre”. Nella chiave di volta del portale ad arco campeggiava una lettera V (riconducibile al canonico Vergine, uno degli ex proprietari), che si prestò a indicare anche i nuovi proprietari, talmente innamorati di quel luogo da decidere di ampliarlo con altre stanze aggiunte “in lungo e in largo”.

Cesare Giulio ricorda con orgoglio come la terra di Solìto e la sua masseria, fossero state acquistate impiegando la dote di sua madre. Partiti dal Borgo, i suoi genitori, in compagnia della nonna materna, l’avevano visitata un giorno d’aprile dopo un breve viaggio in carrozza. La masseria non distava molto dalla città, infatti la si vedeva biancheggiare all’orizzonte fra gli ulivi. Arrivati, i tre ne visitarono le stanze al piano terra, salendo poi al primo piano dalle cui finestre lo sguardo poteva abbracciare l’intera tenuta, mentre il sole calava sul Mar Grande indorando i campi di grano, il vigneto e i sette pini che sembravano posti a guardia dell’edificio. Dalla porta a vetri, giù nella sala da pranzo, al piano terra, i visitatori – sempre più stregati da tanta bellezza – uscirono sulla comunicante terrazza ombreggiata dall’edera e dalla passiflora abbarbicate sull’armatura di un padiglione in ferro e ammirarono le ricche colture di fiori e ortaggi che si susseguivano, separate da filari di robuste piante di carciofi. Preso possesso dell’amena dimora, i Viola provvidero presto ad arredarla facendo arrivare il mobilio da Napoli “ordinato a quel Solei Hebert che allora andava per la maggiore, e forniva le province meridionali, propagando quel gusto di marca umbertina, che tra l’850 e il ‘900 tappezzò di broccati e popolò di mobili a stucco i salotti della ricca borghesia”. Fu quindi tutto un susseguirsi di poufs, divani, poltrone, poltroncine capitonnées, e un bahut decorato con due piatti di ceramica a rilievo raffiguranti romantici paesaggi.

La Masseria Solìto era così diventata la casa dei Viola, e tale rimase fino agli anni ’20 del Novecento, quando le terre furono frazionate e rivendute a numerosi acquirenti. Finalmente essi non erano più “ospiti delle mura altrui” – come scrive Cesare Giulio – ma ”signori” indiscussi di tutto: dai muri su cui infiggere un chiodo, alla pietra e alla calce di cui quei muri erano fatti, ai mattoni dei pavimenti, al legno degli stipiti e delle porte, alle inferriate, alle tegole, ai comignoli svettanti sul tetto dai quali usciva il fumo della loro cucina. Quel mondo domestico, porto sicuro di sereni affetti e di conquistata autonomia, non si esauriva peraltro fra le mura dell’edificio ma si allargava anche all’esterno, come ancora rievoca poeticamente Cesare Giulio: “Se varchiamo la soglia all’aperto, la terra che calpestiamo è nostra, gli alberi, i fiori, i sentieri, la vigna, le stalle; i pozzi, sono nostri; se alziamo gli occhi l’aria è nostra, il cielo è nostro: è nostro il sole, è nostra la luna. Abbiamo un nostro regno, e nostro padre è il re”. 

Ma ecco che un futuro incerto già s’affacciava dietro l’angolo, sull’eco del frastuono dei “rulli compressori che spianano le nuove strade” annunciando quello sviluppo edilizio che avrebbe assediato la masseria distruggendo alberi, mura, campi, erba e cancellando le memorie. Questo, Cesare Giulio Viola lo percepiva già, perché – come scrisse nel ’58 – la città in cui era nato non era più quella di suo padre, ma certamente mai avrebbe potuto immaginare l’altra ben più amara sorte che presto sarebbe toccata a Taranto. Oggi, questa città ferita, ma più che mai decisa a lottare, ha scelto di ripercorrere i passi della famiglia Viola, passi d’amore per un luogo che fu di luminosa bellezza. E l’amore, si sa, vince su tutto.

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