Gennaro Capuozzo: eroe undicenne della Resistenza napoletana del ’43

Domenico Formato nei panni del piccolo Gennaro Capuozzo, nell'immagine tratta dal film 'Le Quattro Giornate di Napoli' (1962)

Domenico Formato nei panni del piccolo Gennaro Capuozzo, in un’immagine tratta dal film Le Quattro Giornate di Napoli (1962)

Nato il 2 giugno 1932, è stato il più giovane dei Partigiani italiani, caduto combattendo nelle celebri Quattro Giornate di Napoli

di Redazione FdS

«Dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana»
Luigi Longo, 1974

IL CONTESTO

Nel ricordare la dura opposizione italiana contro il mostro nazifascista non c’è bisogno di retorica, perché ci sono i fatti, drammatici, e spesso tragici, a comporre il crudo mosaico di quel complesso movimento di lotta che va sotto il nome di Resistenza. Nel quadro degli episodi che hanno accompagnato l’avanzata in direzione nord dell’esercito Alleato e il progressivo respingimento di quello tedesco – passato dal ruolo di alleato dell’Italia fascista a pericoloso nemico da abbattere – un posto di primo piano è senza dubbio occupato dalle Quattro Giornate di Napoli, clamoroso caso di insurrezione popolare che ebbe luogo tra il 27 ed il 30 settembre 1943, all’indomani dell’Armistizio di Cassibile, entrato in vigore l’8 settembre, col quale l’Italia fascista proclamava la resa incondizionata agli Alleati, disimpegnandosi quindi dall’alleanza con la Germania nazista di Hitler e aprendo le porte alla guerra di liberazione italiana contro il nazifascismo, destinata a durare fino al 25 aprile 1945. Una fedele ricostruzione di questo episodio storico la si può trovare nel film-capolavoro Le Quattro Giornate di Napoli, girato dal regista Nanni Loy nel 1962.

LE PREMESSE

L’episodio napoletano, favorito da una radicata e diffusa cultura antifascista, nacque dall’esasperazione di una cittadinanza già provata da oltre cento bombardamenti delle forze aeree angloamericane, che avevano in larga parte devastato il tessuto urbano provocando oltre 22 mila morti, da una drammatica penuria di beni di prima necessità e dal collasso di servizi essenziali come acqua, luce, gas, telefoni e trasporti; a questo si aggiunga che la popolazione si ritrovò ad essere esposta oltre ogni limite alle angherie tedesche (incendi, saccheggi e violenze di ogni tipo) e indifesa a causa della diserzione di molti ufficiali italiani o della loro connivenza col nemico, oltre che per lo squilibrio delle forze in campo, con 20 mila tedeschi a fronte di 5000 militari italiani in tutta la Campania. Tra le iniziative dei tedeschi capeggiati dal colonnello Walter Scholl, che accesero ancor più gli animi dei Napoletani, ci fu la proclamazione dello stato d’assedio con istituzione del coprifuoco e l’ordine di consegnare ogni arma in proprio possesso, oltre alla minaccia di fucilare tutti coloro che si fossero resi responsabili di azioni ostili alle truppe tedesche e di colpire cento napoletani per ogni tedesco eventualmente ucciso. Tranne poche eccezioni, i Napoletani si astennero dall’aderire a questi diktat, circostanza a cui fecero seguito duri episodi di rappresaglia come la terribile esecuzione, sulla scalinata dell’Università, del marinaio 24enne Andrea Mansi, a cui migliaia di cittadini sconvolti furono costretti ad assistere e ad applaudire forzatamente (vicenda testimoniata anche da un filmato ritrovato di recente in un archivio dal ricercatore Enzo Delehaye). Cruciale fu anche la misura repressiva che prevedeva il rapido sgombero di tutta la fascia costiera cittadina sino ad una distanza di 300 metri dal mare, e ciò allo scopo di creare una “zona militare di sicurezza” in vista della distruzione del porto, costringendo 240 mila cittadini ad abbandonare le proprie case in poche ore. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio per tutti i maschi di età compresa fra i diciotto e i trentatré anni, con l’obiettivo di deportarli forzatamente nei campi di lavoro in Germania; i tedeschi contavano di radunare almeno 30 mila uomini, ma alla chiamata risposero soltanto 150 Napoletani. Inutile dire che la mancata risposta scatenò diversi scontri con l’uccisione di alcuni giovani partenopei.
 

Gruppo di partigiani napoletani

Gruppo di partigiani napoletani

I NAPOLETANI CORRONO ALLE ARMI

Caduta ogni remora, l’insurrezione popolare – da diversi giorni sollecitata anche da Radio Londra e Radio Bari – divenne a quel punto inevitabile: dovendo scegliere tra la vita e la morte in qualche campo di concentramento in Germania, prevalse nei Napoletani lo spirito di sopravvivenza e un irrefrenabile passaparola raggiunse ogni angolo della città, spingendo persone delle più disparate occupazioni e dei più diversi ceti sociali (compresi i noti femminielli, proto-transgender integrati da secoli nel tessuto sociale napoletano più popolare), nonché diversi soldati italiani fino ad allora rimasti nascosti, ad organizzarsi imbracciando armi recuperate da caserme o abbandonate da militari in fuga. Prima ancora però che riecheggiassero i colpi di fucile, di mitra o di mortaio (i napoletani erano riusciti a sottrarne alcuni al nemico), una folla urlante si scagliò a mani nude contro i tedeschi che rastrellavano i quartieri riuscendo a liberare i giovani destinati a essere deportati in Germania. Presto però si moltiplicarono gli scontri a fuoco, con barricate e veri e propri agguati, ma si continuarono ad usare anche armi improprie come bottiglie incendiarie, tegole e vere piogge di mobili lanciati sui tedeschi in scorreria negli stretti vicoli della città.

Il loro tributo di sangue per riconquistare la libertà è stato duro, con 152 caduti e 162 feriti, ma alla fine i Napoletani riuscirono ad imporre la resa al pur potente nemico. La ritirata dei tedeschi non fu però priva di conseguenze, visto che continuarono a cannoneggiare il territorio distruggendo l’archivio storico napoletano custodito a San Paolo Belsito, presso Nola. Ma ormai si avvicinava il 1° ottobre, quando le avanguardie americane dell’esercito alleato sarebbero entrate a Napoli occupando il porto in una città affamata, impaurita, semidistrutta dai bombardamenti, ma lieta di accoglierli. Una città alla quale, per premiarne il coraggio, sarebbe stata assegnata nel dopoguerra la Medaglia d’Oro al Valore della Resistenza, con questa motivazione: “Con superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto ed alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata un’impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle “Quattro Giornate” di fine settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli Italiani, la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria”.

UN EROE BAMBINO

In quella folla di uomini, donne, bambini, vecchi – catapultati loro malgrado sulla linea di un fronte cittadino fatto di barricate e attacchi frontali all’ultimo sangue – un figura si staglia, eroica e struggente al tempo stesso. E’ quella di un bambino di 11 anni da poco compiuti, morto il 29 settembre crivellato dalle schegge di una granata nemica mentre dal terrazzino dell’istituto delle Maestre Pie Filippini, in via Santa Teresa degli Scalzi, lanciava a sua volta bombe a mano contro un gruppo di carri armati tedeschi. Lui è Gennaro Capuozzo, detto Gennarino, il più giovane partigiano d’Italia, più piccolo di pochi mesi dell’altrettanto noto bambino romano, Ugo Forno, ucciso l’anno dopo dai tedeschi mentre a capo di un gruppo di ragazzini cercava di difendere il ponte sull’Aniene caricato di esplosivo dai tedeschi ed essenziale per l’ingresso degli Americani in città. Mentre Ugo era uno studente, il napoletano Gennarino era un apprendista commesso e, come il primo, non esitò ad aderire agli insorti della sua città non appena lo scontro con i tedeschi divenne inevitabile.
 

La morte di Gennarino, fotogramma del film "Le Quattro Giornate di Napoli

La morte di Gennarino, fotogramma del film Le Quattro Giornate di Napoli

Per rendere omaggio al suo atto di coraggio, dopo la guerra fu assegnata alla madre, in sua memoria, la Medaglia d’Oro al Valor Militare con questa motivazione: “Appena dodicenne durante le giornate insurrezionali di Napoli partecipò agli scontri sostenuti contro i tedeschi, dapprima rifornendo di munizioni i patrioti e poi impugnando egli stesso le armi. In uno scontro con carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte, tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento insieme al mitragliere che gli era al fianco. Prodigioso ragazzo che fu mirabile esempio di precoce ardimento e sublime eroismo”. Al piccolo Gennaro Capuozzo sono oggi dedicate vie e scuole elementari in vari luoghi d’Italia, mentre un’iscrizione segnala a Napoli il luogo esatto della sua morte. Va ricordato come egli non sia stato l’unico ragazzino a partecipare alla lotta per la liberazione di Napoli dai tedeschi: infatti, ai primi segnali di insurrezione diversi scugnizzi, provati da fame e privazioni di ogni genere, si aggregarono in gruppi pronti a ingaggiare azioni di guerriglia urbana contro gli oppressori, e alcuni di loro si spinsero fino al sacrificio della vita. Tra questi ultimi, oltre a Gennarino vanno ricordati Filippo Illuminato di anni 13, Pasquale Formisano di anni 17 e Mario Minichini di anni 19, alla cui memoria sono state tributate altre tre Medaglie d’Oro al Valore Militare. A tutti loro è dedicato, in Piazza della Repubblica, sulla Riviera di Chiaia, il monumento allo Scugnizzo realizzato in travertino da Marino Mazzacurati tra il 1964 e il 1969.

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