Cherubini, Schubert, Rossini: al Petruzzelli tre geni della Musica a confronto

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Il direttore Alessandro Cadario alla guida dell'Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari - Ph. Carlo Cofano

Il direttore Alessandro Cadario alla guida dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari – Ph. Carlo Cofano

di Enzo Garofalo

Grande musica a Bari per il terzo appuntamento della Stagione Sinfonica 2015 con una Ouverture di rara esecuzione di Luigi Cherubini e due ‘monumenti’ della musica europea come l’Incompiuta di Franz Schubert e lo Stabat Mater di Gioachino Rossini, quest’ultimo pienamente in tema con il periodo pasquale ormai prossimo.

Di Luigi Cherubini, che Beethoven considerò il maggior compositore drammatico vivente (si conobbero dopo il traferimento dell’italiano da Parigi a Vienna nel 1805), è stata eseguita la Ouverture dall’opera Démophoon espressione di quel Classicismo di cui Cherubini è uno degli esponenti riconosciuti. Messa in scena a Parigi nel 1788, l’opera è stata rappresentata in Italia per la prima volta solo nel 1982, dato indicativo di uno scarso interesse verso un autore di grande valore che solo la passione e l’acume di alcuni direttori d’orchestra dei nostri anni, come ad esempio Muti, hanno debitamente riscattato. L‘Ouverture è una pagina di austera classicità, ispirata e perfettamente equilibrata nella sua limpida struttura, eppure già pregna di vibrazioni e slanci drammatici che segnano la via verso atmosfere romantiche. Precisa la lettura resane dal direttore Alessandro Cadario ma priva di quella incisività che avrebbe acquisito imprimendo maggiore carattere e più approfonditi accenti al Lento iniziale. Dall’Orchestra del Teatro Petruzzelli è infatti riuscito ad ottenere risultati di maggiore espressività soprattutto nell’appassionata concitazione dell’Allegro spiritoso.

Celeberrima la Sinfonia n.8 in si minore ”Incompiuta” di Franz Schubert, così aggettivata perchè l’autore ne portò a termine solo i primi due movimenti. Si tratta di un lavoro riscoperto dopo ben 37 anni dalla morte del compositore ma da allora non ha più smesso di sorprendere e di coinvolgere per l’intenso colore drammatico che la pervade, per le arditezze formali e armoniche e per le personalissime linee melodiche, ormai indipendenti dalla tradizione. Una lettura un po’ più organica – con meno cali di tensione – avrebbe garantito esiti migliori ad una esecuzione tutto sommato non disprezzabile.

In ritiro dorato a Parigi, il trentunenne Gioachino Rossini evitò di esporsi a confronto con le nuove leve della musica operistica ottocentesca, preferendo serbare intatto il clamoroso successo avuto per anni nel teatro lirico. Ciò non gli impedì di continuare a somministrare al pubblico perle del suo enorme talento musicale, inframmezzate da divertissements di ogni sorta, non ultimi quelli gastronomici. In particolare dal 1832 iniziò su commissione a scrivere uno Stabat Mater, la sequenza devozionale per la Vergine dei Sette Dolori già sommamente trattata in musica un secolo prima dal genio di Pergolesi; fu una composizione che Rossini terminò con convinzione solo dieci anni dopo ma ottenendo un capolavoro che brilla per ricchezza contrappuntistica e invenzione melodica e ritmica.

Il pezzo è destinato a quattro solisti, coro misto e orchestra: quanto ai brani vocali, il Cujus animam del tenore è un pezzo che per virtuosismo di scrittura è spesso proposto singolarmente da cantanti di fama; il giovane Enea Scala ha superato l’ardua prova con notevole disinvoltura e un buon esito sul piano musicale. Bel timbro e ammirevole controllo vocale per il basso Mirco Palazzi, a dispetto dell’inatteso stato di indisposizione fisica in cui ha cantato. Incerta invece la performance del mezzosoprano Natalia Gavrilan, pur dotata di un bel timbro vocale, insufficiente di per sè a compensare una certa debolezza nel registro grave o a facilitare l’arduo contronto con gli spazi di un teatro come il Petruzzelli. Viceversa ha acceduto in ”presenza” vocale il soprano Maria Katzarava, artista dotata di grandi potenzialità ma da gestirsi con più oculatezza sopratutto nella resa del fraseggio e negli equilibri con le altre voci e con l’orchestra: aspetti tutt’altro che trascurabili, a maggior ragione in un brano di musica sacra. Positivo nell’insieme il contributo di Alessandro Cadario sebbene anche in questo pezzo si siano riproposti inopportuni cali di tensione proprio nei passaggi a maggior tasso di complessità e intensità espressiva. Ottimo il lavoro svolto dal Coro del Teatro Petruzzelli, sapientemente preparato dal M° Franco Sebastiani a fronteggiare le difficoltà di una composizione che ha nelle parti corali alcuni dei suoi tratti di maggiore bellezza.

Prossimo appuntamento il 16 aprile con l’Orchestra del Teatro Petruzzelli diretta da Roman Brogli-Sacher. Solista, il pianista Jan Lisieki.

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