Buona accoglienza al Petruzzelli di Bari per il “Nabucco” di Böer e Franconi Lee

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Un momento del Nabucco di Verdi al Teatro Petruzzelli, Bari - Ph. Carlo Cofano

Un momento del Nabucco di Verdi al Teatro Petruzzelli, Bari – Ph. Carlo Cofano

di Enzo Garofalo

Riconquista della libertà e riscatto di un popolo esiliato dalla propria terra sono temi quanto mai attuali in questo periodo di grandi flussi migratori, nel quale – sebbene manchi lo stato di cattività – non manca quello dell’espatrio, indotto da guerre, miseria, terrorismo, prevaricazioni. In fondo è esilio anche questo, sembra suggerirci un capolavoro della musica e del teatro come il Nabucco di Giuseppe Verdi che da alcuni giorni è in scena al Teatro Petruzzelli di Bari con la direzione musicale di Roland Böer e la regia di Joseph Franconi Lee, un’opera che –  come ogni classico che si rispetti – riesce a rinnovarsi nelle sue valenze simboliche anche a distanza di 174 anni dalla sua comparsa sulle scene.

Ciò accade a dispetto del suo essere un’opera giovanile, ancora legata a taluni schemi rossiniani e dotata di un libretto, composto daTemistocle Solera, decisamente distante dalla chiarezza che avrebbe contraddistinto il testo di opere successive come Il trovatore o La forza del destino. C’è infatti in quella musica un’inusitata forza e una capacità di penetrare gli animi al punto che – come racconta a fine ‘800 il biografo francese Arthur Pougin – “lo stupore era generale e…cantanti, cori, orchestra, all’udirla mostravano un entusiasmo straordinario”; afflato che trova il suo momento più alto nel Va’ pensiero affidato al coro nella terza parte dell’opera e la sua incarnazione in tre personaggi come il re babilonese Nabucco, la schiava Abigaille creduta figlia primogenita del re, e il sacerdote ebreo Zaccaria. Si tratta di figure che, agitate da potenti passioni, emergono dal quadro generale con un forte rilievo umano, sempre che si disponga degli interpreti giusti, ma al tempo stesso cedono il passo perchè – come notò Massimo Mila –  in quest’opera il contrasto fondamentale dell’azione non è tanto di passioni e d’individui, quanto di popoli e di fedi in lotta fra loro, gli Assiri e gli Ebrei, oppressori e vinti. Del resto è questo il motivo per cui Nabucco assurse a simbolo del Risorgimento italiano e Verdi eletto da Mazzini ‘nume’ del nuovo entusiasmo patriottico.

Nabucco è dunque un’opera che più di altre necessita di interpreti in grado di conferire, per voce e padronanza scenica, spessore e temperamento a personaggi che – pur lontani dall’approfondimento psicologico tipico delle opere della maturità – assumono valenze simboliche di rilievo. A tal proposito la scelta del cast vocale alla cui esibizione ho assistito lo scorso 26 febbraio non mi ha convinto del tutto: a cominciare dalla Abigaille del soprano lirico Susanna Branchini, che non è parsa pienamente a suo agio in un ruolo impervio come questo, concepito per soprano drammatico di agilità, denotando uno sforzo che, soprattutto nei passaggi più difficili, ha sottratto alla sua voce compattezza e duttilità. Personalità e sicurezza scenica le hanno tuttavia garantito l’apprezzamento del pubblico. Gradevole ma privo del vigore d’accenti che ci si aspetterebbe da un tale personaggio, il Nabucco del baritono Giovanni Meoni, mentre lo Zaccaria del basso Ernesto Morillo ha risentito un po’ di una voce non perfettamente a fuoco. Convincenti le prove del tenore Antonio Corianò (Ismaele) e del mezzosoprano Daniela Innamorati (Fenena). Buoni gli altri interpreti: Rocco Cavalluzzi (Gran Sacerdote), Gianluca Bocchino (Abdallo) Marta Calcaterra (Anna). Particolare apprezzamento merita il Coro del Teatro Petruzzelli, impeccabilmente guidato dal M° Franco Sebastiani in un ruolo di spicco che nel celebre Va’ pensiero raggiunge la sua apoteosi, ancor più enfatizzata da una suggestiva soluzione registica di evidente ispirazione pittorica; canone che, insieme a qualche pennellata kitsch in stile musical, il regista newyorkese Joseph Franconi Lee ha ampiamente utilizzato facendo talora avviare l’azione scenica da veri e propri tableaux vivants.

Quanto al resto, lo spettacolo si è fatto apprezzare per la moderazione dei pur monumentali apparati scenografici (il rischio kolossal in opere del genere è sempre dietro l’angolo), opera dell’inglese Peter J. Hall scomparso nel 2010 e già collaboratore del nostro Franco Zeffirelli, utilizzati in precedenza in un riuscitissimo allestimento italiano degli anni ’60. La parte visiva era ben completata dai costumi di Pasquale Grossi, che ha profuso sfarzo a piene mani in quelli destinati alla corte babilonese, e dal disegno luci di Claudio Schmid. Il M° Roland Böer ha svolto un ottimo lavoro di concertazione impiegando al meglio le energie della giovane Orchestra del Petruzzelli, diretta con precisione e competenza e garantendo un buon equilibrio fra buca e voci. Si replica fino al 3 marzo (gli interpreti qui citati si alternano con un secondo cast).

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Buona accoglienza al Petruzzelli di Bari per il "Nabucco" di Böer e Franconi Lee

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