La Napoli esoterica di Ferzan Ozpetek

Napoli velata, un film di Ferzan Ozpetek

Napoli velata, un film di Ferzan Ozpetek (2017)

di Carmelo Nicolò Benvenuto

“Le vie verso la verità sono numerose come le anime degli uomini” (at-turuq ilā-Llāh ka-nufūs banī Ādam), ha scritto un mistico islamico in un suo manualetto, “La scorza e il nocciolo”, in cui provò a distinguere due strade principali per perseguire la verità: l’una, esteriore, è la strada maestra, agevole e aperta, della al-shariah, della legge; l’altra, interiore e segreta, è preclusa ai più dalla natura stessa delle cose. Se l’Inattingibile fosse un frutto, scriveva, l’una sarebbe la scorza, l’altra, invece, il nocciolo (al-qishr wa’l-lobb). Se fosse un segno, l’una sarebbe la circonferenza, l’altra il suo centro. L’una il corpo, l’altra – diceva – il midollo.

napoli-velata-teaser-poster“Napoli velata” è, in fondo, un’iniziazione, sussurrata. E forse nessun’altra città poteva prestarsi bene quanto la Napoli “fimmina” e oscura del regista turco-italiano Ferzan Ozpetek ad allucinare e rinsavire lo spettatore, a costringerlo a pensarsi e contraddirsi in un ritmato crescendo, di fronte al misterioso Inattingibile che la pellicola vela e rivela in progressione, come il volto di un’Iside multiforme e multanime, la dea che è ciò che è, ciò che fu, ciò che sarà, il cui velo nessun mortale ha mai osato sollevare. Come Iside, anche Demetra, come Demetra Cibele, la Magna Mater del mito dal cui culto ancestrale la narrazione prende le mosse con la “covata dei femminielli”, il parto virile in cui un androgino emula, epigono di Attis, le doglie del parto. È nel corso del rito che lo sguardo di Adriana (Giovanna Mezzogiorno) incontra quello di Andrea (Alessandro Borghi), in una violenta e repentina agnizione, innanzitutto, di corpi. E sul suo corpo inciampa, come in un campo magnetico, nel corso di una lunga sensualissima notte, che sembra gravida di promesse. Tutte racchiuse in un “vasame”, lungo la strada per Piazza del Gesù, in una Napoli che sembra a tratti una ipostasi di Costantinopoli.

Ma le promesse, come spesso accade, vengono disattese e ad Adriana tocca riconoscere, in una nuova, dolorosa agnizione il cadavere sfregiato dell’amante. Adriana continua, per le strade di Napoli, a riconoscerne il volto tra i passanti, fino a riconoscere ancora o forse immaginare, di fronte a Palazzo Carafa, Andrea nel suo gemello, Luca, arrivato da molto lontano poco prima della morte del suo doppio. Luca potrebbe essere Luca. Ma potrebbe essere Andrea, sotto mentite spoglie, per sfuggire a un misterioso qualcuno. Andrea potrebbe non essere mai morto. Adriana può aver sognato pensando di riconoscerlo in un cadavere. O può sognare adesso, immaginando Luca per colmare l’assenza di Andrea. Luca potrebbe non esistere. Andrea esistere ancora. Andrea non esistere più. Luca esistere davvero. Napoli, così, diventa un cammino, dalla scorza al nocciolo. Lungo la scala di Palazzo Mannajuolo, Adriana scarnifica il corpo in ombra, in dubbio, in ologramma.

“Ho costruito la storia – dice il regista Ozpetekcome un susseguirsi di avvenimenti a sorpresa, come nella tombola “vajassa” tipica della tradizione dei femminielli. Ogni numero estratto ha un significato della “smorfia” e man man mano che i numeri escono, si legano in una sequenza logica, creando una storia che prende forma dalla casualità del sorteggio”.

I numeri, come nella smorfia, sono l’ossatura segreta delle cose, il legame che tiene insieme quello che gli sguardi non vedono. Nel presunto gemello di Andrea, Adriana scarnifica se stessa fino a scoprirsi, a sua volta, fantasma. La storia si contiene in tre veli: quello della covata che la apre, quello dell’utero aureo dell’Ospedale degli Incurabili che è al suo centro e quello del Cristo della Cappella di San Severo che la chiude. Tra di essi si dipana il caleidoscopio di ombre che scava nel passato di Adriana fino a condurla all’antico assassinio che potrebbe sembrare il principio del suo dolore. Ma forse anche quel ricordo sbiadito è soltanto un’ipotesi, un racconto che donna Adele, sua zia, fa a se stessa – danzando tra i ricordi sulle note turche che la accompagnano nel suo palazzo pieno di anticaglie – per non raccontare, per non raccontarsi la verità su fatti che dimorano nel suo profondo. E in tal caso, Adriana stessa è, a sua volta, come per lei il gemello di Andrea, un pretesto, un’ipotesi, un’ombra, una protesi immaginifica della mente.

Napoli è un sortilegio. Uno spettrale cerchio delle ombre, in cui non esiste verità e non esiste menzogna. E ciascuno dei suoi figli è, a un tempo, vero e falso. Adriana è vera e falsa. È e non è. Esiste e non esiste, come tutti. È, come tutti, un frammento di Inattingibile. Perché si esiste soltanto in relazione a un altro, nel raggio di uno sguardo che ha bisogno di noi per essere. Fuori di quel raggio, gli sguardi non possono vedere: le vie della verità, del resto, sono tante quante le anime degli uomini.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

NAPOLI VELATA | TRAILER

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Immagine di anteprima in Home Page, “Pudicizia” di Antonio Corradini (1752), Cappella San Severo, Napoli, by David Sivyer | ccby-sa2.0
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