Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace. Coordinate per una riflessione matura in una raccolta di saggi edita da Donzelli

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Copertina del volume Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace

Copertina del volume Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace (ed. Donzelli)

di Roberta Schenal Pileggi*

A metà dicembre dell’anno appena conclusosi è uscito per l’editore Donzelli “Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace”, un interessante volume che propone spunti di riflessione circa l'”utilizzo” dei Bronzi di Riace, ma che induce a meditare in generale sul ruolo delle opere d’arte nella nostra contemporaneità e sulle buone pratiche da attuare affinché il contesto museale che le ospita permetta di assolverlo in modo corretto.

Nel rievocare gli stadi di “rinascita” attraverso cui sono passate le statue, dal rinvenimento all’esposizione, Salvatore Settis si mostra impietoso con gli archeologi, non esitando a definire “un grande fallimento” la loro infruttuosa gestione dell’entusiastico interesse suscitato dai Bronzi: nel non offrire sin dall’immediato adeguati strumenti divulgativi e nel finire per ridurli a un oggetto di cultura materiale, collocandoli “accanto a ceppi d’ancora e lingotti di piombo, in una sezione dedicata all’archeologia subacquea”, gli archeologi hanno “abdicato alla propria missione civile”, negando quel diritto costituzionale alla cultura che permette a ciascun cittadino di concorrere al progresso spirituale dell’intera nazione. Le parole di Pier Giovanni Guzzo ci aiutano a comprendere quello che avrebbero dovuto fare gli esperti, e cioè trasformare l’istintiva ma acritica “nostalgia del passato” con cui la folla entusiastica si avvicinava ai Bronzi in una fruizione consapevole del passato al fine di vivere criticamente l’oggi. Guzzo punta l’indice sulle istituzioni in generale, ree di impedire deliberatamente ai cittadini di maturare attraverso il bello, in modo da mantenerli in uno stato di sudditanza: “davanti alle icone non si pensa”, sottolinea Settis.

Gregorio Botta conclude la sua riflessione sulle modalità con cui i Bronzi, come altri capolavori, sono stati ridotti a simboli pop e sono divenuti oggetto di brama da parte di chi li vuole sfruttare come tali in tournée, auspicando una loro miracolosa libertà “dalla condanna di essere divi”: a tal fine, spetta ai tecnici dover prendere “decisioni scomode”, e alla classe politica mostrare l’intelligenza di non disattenderle, afferma Maurizio Paoletti nella sua carrellata di declinazioni kitsch nell’uso dei Bronzi.

Insomma, cosa dobbiamo comunicare dei Bronzi? Mario Torelli ci dà delle indicazioni precise: intanto sfatiamo il mito della virilità e della eroticità dei due personaggi e facciamo sapere al mondo che erano eroi. Aggiunge un suggerimento pratico, ovverosia fornire delle cuffie ai visitatori per sentire riecheggiare i versi con cui i grandi poeti greci esaltarono la grandezza tragica degli eroi. Salvatore Settis ci dice che dobbiamo raccontare i Bronzi attraverso gli indicatori narrativi insiti nei Bronzi stessi: sposando l’ipotesi di identificazione con il mitico re ateniese Eretteo e il suo avversario Eumolpo signore della Tracia, avanzata da Vinzenz Brinkmann, ci guida attraverso una lettura narrativa delle differenze fra un vincitore e un vinto. Utile allo scopo sarebbe per Settis anche lo “choc visuale” dei cloni realizzati da Brinkmann, che restituiscono la policromia originaria di una “vivacità disturbante”, per chi ragiona secondo una stereotipa nozione di classicità. Se da un lato è ormai diffuso l’impiego delle nuove tecnologie per mettere i visitatori in condizione di fruire di un’opera d’arte così come la vedevano gli antichi, non di immediata condivisione è il proporre in modo perentorio una delle tante ragionevoli “congetture”, frutto di sillogismi che portano a conclusioni solo probabili, come sostiene Giuseppe Pucci, che in questo volume pubblica la sua sinora inedita ipotesi di identificazione del Bronzo A con un Tideo opera di Mirone.

L’ex-Soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria Simonetta Bonomi racconta la sua avventura di direttore scientifico del nuovo allestimento del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, rievocando, tra l’altro, la polemica circa le fotografie dissacranti di Gerald Bruneau. Se la Bonomi accenna alla ricaduta sui ritmi di visita della presenza di un ambiente di filtro per accedere alla sala dei Bronzi, con un numero stimato non superiore ai 240mila visitatori, l’attuale Direttore Carmelo Malacrino sottolinea la criticità di un ambiente percepito come asettico, proponendo un’illuminazione più calda capace di aiutare la lettura delle statue, coinvolgendo emotivamente di più chi vi si accosta. Ogni tanto nei saggi si coglie qualche velata critica: con modi più diplomatici che in altre sedi Guzzo, ad esempio, rinnova il suo dissenso circa la visione “dalle loro terga” dei Bronzi entrando nella sala.

Concludiamo concordando insieme agli autori sull’inderogabile necessità del completamento del percorso allestitivo, al fine di creare attorno ai Bronzi quel contesto, alternativo rispetto a quello originario, che permetta di dare loro un senso attraverso il confronto con altri reperti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

*Roberta Schenal Pileggi, torinese, laureata in Archeologia della Magna Grecia a Torino, ha avviato la sua attività professionale di archeologa collaborando con la Soprintendenza della Calabria a Locri Epizefiri. Alle ricerche sul campo ha preferito in seguito l’attività di catalogazione – coordinando tra l’altro progetti su base regionale – e di divulgazione, per conto del Ministero dei Beni Culturali e dell’Università della Calabria. Ha partecipato all’allestimento di Musei nella sua regione ed attualmente rientra nel gruppo di progettazione del percorso allestitivo del nuovo Museo Nazionale di Reggio Calabria. Ha lavorato in mostre a carattere tematico sui vari aspetti della civiltà della Magna Grecia ed in altri allestimenti temporanei, come quello dei reperti al momento esposti, insieme ai Bronzi, presso la sede del Consiglio regionale della Calabria Palazzo Campanella. E’ fra gli autori del Corpus dei pinakes locresi ed ha firmato numerose schede di reperti archeologici dalla Calabria esposti in mostre nazionali ed internazionali. Il suo interesse alla divulgazione dei beni culturali calabresi si è anche esplicitato nel campo storico-artistico, grazie alla redazione di guide turistiche, all’attività di art tutor per conto di FMRArte ed ora alla collaborazione con Grand Tour-Incontri con l’arte. E’ membro del Comitato d’Onore di Fame di Sud.

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