“Siamo come cacciatori di tornado”: conversazione con il critico d’arte Roberto Sottile

Il critico d'arte Roberto Sottile

Il critico d’arte Roberto Sottile

di Redazione FdS

Il suo intenso lavoro critico e curatoriale lo porta ad essere uno tra i più dinamici critici d’Arte e curatori del sud Italia. Calabrese, quarant’anni il prossimo dicembre, quattordici spesi come critico d’Arte e curatore, Roberto Sottile vive la sua ricerca come un percorso che supera i territori e la geografia. Definito spesso il “critico d’Arte poeta”, nel suo primo libro in uscita il prossimo anno, parla della sua vita, delle sue emozioni e dell’incontro che gli ha cambiato per sempre la vita, quello con l’arte. In questa intervista ci anticipa qualche riflessione e ci racconta cosa significa oggi nel 2022 essere un critico d’arte e curatore.

All’interno del complesso sistema dell’arte contemporanea qual è il lavoro svolto dal Critico d’Arte e Curatore?

Immaginiamo di essere in una delle grandi pianure del Kansas, negli Stati Uniti d’America, ed improvvisamente davanti ai nostri occhi a poche centinaia di metri notiamo la nascita di un tornado che con la sua forza minacciosa distrugge tutto ciò che trova sulla sua strada. Mi piace immaginare, per rispondere alla domanda, che l’artista con la sua creatività e i suoi sentimenti sia il vortice del tornado, e noi, critici d’arte e curatori, dei cacciatori di tornado. Mi spiego meglio. Il critico d’arte osserva, percepisce il contesto in cui questa forza si genera, consapevole che si tratta di una forza centrifuga dove l’artista è immerso in una visione di sé percepita dal proprio punto di osservazione. Il critico ha un punto di osservazione più rischioso, vede e percepisce tutta la forza creativa e ne diventa “cacciatore” cioè custode. È una rappresentazione per certi versi romantica, di un lavoro che per quello che mi riguarda è fatto di studio, di intesa con l’artista, di capacità di tracciare una rotta e seguire un percorso fatto di tanti linguaggi. Bisogna saper discernere ogni volta se si tratta di un vero tornado, oppure di una semplice folata di vento.

Non la intimorisce questo potere di decidere ciò che è arte oppure non lo è?

Non ho mai pensato al mio lavoro come un esercizio di potere. Per prima cosa non mi interessa il potere del mercato dell’arte. Il mio lavoro, la mia ricerca critica e curatoriale ha sempre guardato al messaggio, ai contenuti, alla sostanza creativa che diventa forma. Non ho mai curato una mostra partendo dal peso economico dell’artista, mi interessa ben altro peso specifico, quello dell’idea, della rappresentazione di un messaggio che attraverso l’arte diventa concreto e tangibile. Non è meraviglioso pensare che un quadro, dei semplici colori, una scultura un pezzo di materia solida, possa attraverso la creatività e sensibilità dell’artista diventare fonte di emozioni altrui?

Lei parla spesso di sentimenti, di passioni espresse nell’atto creativo. Anche i suoi testi critici hanno un linguaggio molto lirico…

La poesia in arte è tutto. Noi stessi, con i nostri sentimenti, le nostre passioni, le nostre delusioni, siamo poesia pura. L’artista è un’anima sensibile che vive in un tempo frenetico, raccoglie questa elettricità della vita e la trasforma, la interpreta e la restituisce con i suoi occhi per i nostri occhi. Ed io sono lì, con le mie parole, testimone di questi sentimenti e passioni che mi vengono date in dono per dargli robustezza, ma anche semplicemente per permettere a questa poesia di continuare a vivere. I miei testi non so se siano poetici oppure no, mi piace essere concreto, realista, ma nello stesso tempo avvicinarmi il più possibile alla potenza creativa dell’artista senza sostituire con le mie parole l’emozione dell’opera d’arte. Il critico d’arte non è mai il protagonista, non indossiamo la pelle dell’artista, ce ne prendiamo cura.

Cosa intende per “prendersene cura”?

Significa essere presente. Significa frequentare le botteghe, lo studio degli artisti. Esserci senza interferire nelle idee con indicazioni che potrebbero minare l’equilibrio creativo dell’artista e alterare il risultato finale. Essere un critico d’arte, curare, significa sapersi meravigliare sempre del “genio”, delle emozioni dell’arte. Curare è una cosa complessa, che si trascina dietro gioie ma anche importanti responsabilità, perché bisogna saper dire di no, fare delle scelte anche severe. Per fare ciò è necessaria la massima fiducia e il rispetto delle professionalità. L’artista è artista, ma il critico d’arte, il curatore, necessariamente non deve sottrarsi alle sue responsabilità scientifiche e di ricerca.

Lei dice spesso di “essere” un critico d’arte non di “fare” il critico d’arte. Cambia qualcosa?

Cambia tutto. Cambierei io. Ed io nel bene e nel male non voglio essere qualcosa di diverso. Io “sono” perché l’arte, la poesia di cui parlavamo prima, mi appartiene, oggi dopo quasi quattordici anni di attività non saprei fare altro, perché io sono questo. Sono un critico d’arte nello stesso modo in cui sono figlio, nello stesso modo in cui amo, nello stesso modo in cui sorrido e soffro. La mia vita, il mio quotidiano si confronta con la bellezza dell’arte. Ma non parlo della bellezza effimera, di quella estetica, mi riferisco alla bellezza etica dell’arte, alla sua poesia più vibrante che mi fa emozionare tutti i giorni. Dunque ”sono” un critico d’arte e ne vado fiero.

Non crede di avere una visione troppo romantica di una professione che oggi rischia di non essere più attuale?

No. Il romanticismo della mia professione, della mia professionalità deve camminare di pari passo con lo studio continuo. Oggi invece penso sia necessario ribadire l’attualità della critica d’arte che con forza reclama il proprio ruolo e il proprio posto. Non mi piacciono gli artisti che sono curatori di se stessi né i critici d’arte che pensano che la loro penna possa pesare e determinare il successo. Ma poi cosa sarebbe il successo? Il valore economico dell’opera d’arte? oppure, come penso che sia, lo stupore e la meraviglia che l’arte genera in tutti quanti noi?

Oggi dopo 14 anni di cosa Roberto Sottile è capace ancora di meravigliarsi ed emozionarsi grazie all’arte?

Mi meraviglio e mi emoziono ogni volta della semplicità del pensiero creativo. Della fiducia che quotidianamente gli artisti mi tributano. All’arte devo tanto, per certi versi mi ha reso forte e nello stesso tempo fragile, ma grazie a lei ho la capacità di riconoscere le persone vere. L’arte mi ha insegnato per prima cosa ad amarmi, a vivere ogni emozione. Ogni giorno provo nel mio piccolo a restituire questo amore.

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