Rischio Vesuvio: allerta elevato e tanti dubbi sul piano di evacuazione in caso di eruzione

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Campania – Veduta del Vesuvio con l’area metropolitana di Napoli. Dall’immagine si può percepire il grado di densità abitativa della zona – Ph. Nicolasince1972 | CCBY2.0

Rischio Vesuvio: allerta elevato e tanti dubbi sul piano di evacuazione in caso di eruzione

di Kasia Burney Gargiulo

I napoletani, e con loro gli abitanti della provincia più vicina, sono da sempre abituati alla sua sagoma scura che se un po’ incute timore, al tempo stesso è per lo più vissuta come un elemento “speciale” di quel paesaggio che rende il Golfo di Napoli un luogo davvero unico al mondo. In altri termini ci si convive con spirito di rassegnazione confidando nella sua clemenza o, in caso di eruzione, nell’intervento salvifico di Santi e Madonne. Questo – oltre alla sconsideratezza amministrativa di certi comuni – basta forse a spiegare la densità abitativa cresciuta nei decenni in modo esponenziale proprio nella zona più sottoposta alla sua azione. Eppure il ricordo della furia devastatrice del vulcano – a parte quanto accaduto a Pompei ed Ercolano nel 79 d.C. – è ancora vivo in chi era qui fra il 18 e il 29 marzo 1944, poco dopo lo sbarco in Italia delle truppe alleate. In quella occasione i danni furono ingenti: 26 persone morirono travolte dal crollo dei tetti sotto il peso dei materiali eruttivi e uno stormo di 88 bombardieri B-25 di stanza nel campo di atterraggio di Terzigno fu interamente distrutto dalle ceneri.

Da allora il Vesuvio dorme, ma rimane uno dei vulcani più monitorati del mondo, insieme al Mauna Kea e al monte Fuji. Eppure ciò non basta, perchè sebbene oggi sia possibile prevedere un’eruzione vulcanica entro certi limiti temporali (senza peraltro poterne quantificare in anticipo l’entità), occorre calcolare per tempo le operazioni di evacuazione che, in una zona ad alta densità come quella vesuviana non sono affatto semplici. Insomma evitare l’ecatombe è in teoria possibile ma occorre che ci si organizzi bene.

L’argomento è finito sotto i riflettori in questi giorni con l’uscita del nuovo numero del periodico “Le Scienze” dedicato proprio al Vesuvio. Il direttore Marco Cattaneo segnala come l’ultimo allarme-eruzione sia stato lanciato nel 2013, sia da scienziati italiani sia da un vulcanologo giapponese, mentre già nel 2011 Katherine Barnes sulla rivista “Nature” lo aveva addirittura definito “la bomba a orologeria d’Europa”. Ebbene, alla domanda se, in caso di eruzione, si sia in grado di fronteggiare l’emergenza, la risposta risulta alquanto dubitativa dato che i piani di evacuazione, pur approvati dal governo Letta, pare che siano ancora sconosciuti, nel senso che nessuno dei 700 mila residenti nell’area di rischio, nonché quelli delle aree circostanti, sa esattamente cosa deve fare se scatta l’allarme.

Il dato certo al momento è dunque quello che i piani di emergenza ci sono e sono stati messi a punto con il contributo e la collaborazione dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, della Regione Campania e dei Comuni interessati. Il 14 febbraio scorso, l’allora premier Enrico Letta ha quindi firmato il nuovo Piano nazionale di emergenza per il Vesuvio, che ha anche rivisto i confini delle aree da evacuare in caso ci fossero i sintomi di un’eruzione imminente. L’operazione coinvolgerebbe circa 700.000 persone residenti in 25 Comuni delle province di Napoli e Salerno, da trasferirsi nell’arco di tre giorni. Come scrive l’autrice del servizio su Le Scienze, Silvia Bencivelli, “per la prima volta il piano distingue l’area in due parti: zona rossa 1 e zona rossa 2. La zona rossa 1 è esposta al rischio di flussi piroclastici. La zona 2, invece, la circonda ed è l’area nella quale in caso di eruzione esplosiva si possono verificare piogge di materiali piroclastici, cioè massi incandescenti e lapilli, come nel 1944”. Infatti, come ha spiegato Giuseppe Di Natale, attuale direttore dell’Osservatorio Vesuviano, in alcune dichiarazioni rilasciate al Corriere del Mezzogiorno, il rischio vulcanico per la zona del Vesuvio “è altissimo, probabilmente il più alto del mondo, perché l’alta pericolosità del vulcano si combina con un altissimo valore esposto”, ossia le centinaia di migliaia di persone che vivono alle sue pendici.

Partendo da queste basi, comunque imprescindibili, cosa ci si può aspettare di concreto in termini di efficace operatività di tali piani di emergenza in caso di una eruzione? Secondo Giuseppe Mastrolorenzo, vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano e sostenitore convinto della necessità di un ulteriore ampliamento dell’area considerata di rischio – intervistato la scorsa estate dal Corriere del Mezzogiorno – sostiene che mancano ancora i piani comunali, “senza i quali il piano nazionale può risultare una sorta di scatola vuota”. In altri termini, nessuno dei 700 mila residenti nell’area di rischio, tanto meno quelli delle aree circostanti, saprebbe ancora cosa fare in caso di allarme. Si è parlato dell’uso di autobus, ma ne occorrerebbero migliaia di quelli grandi; e chi ne coordina l’utilizzo? Edoardo Cosenza, professore di ingegneria della Federico II e assessore regionale ai Lavori pubblici, sostiene che questo degli autobus sarebbe un falso problema, perchè la presenza in zona di 300 mila automobili immatricolate – calcolando un minimo di due persone a veicolo – garantirebbe già l’evacuazione di 600 mila persone. Le altre 100mila si sta pensando di “indirizzarli verso le stazioni ferroviarie”. Ma anche così i conti sembrano non tornare, perchè pur ipotizzando tre persone per auto ci vorrebbero comunque più o meno 200 mila auto, con il crearsi di una coda immane in uscita dal territorio a rischio o, peggio ancora, di un gigantesco ingorgo.

Anche per scongiurare eventualità di questo genere, che paradossalmente potrebbero ricorrere persino nel caso di un serio allarme poi miracolosamente cessato, si sta cercando di migliorare la viabilità nelle immediate vicinanze del vulcano, ma i lavori andranno avanti per almeno altri due anni. “Con la nuova viabilità – spiega Cosenza –  l’evacuazione in 72 ore dovrebbe essere possibile“. In tutto questo però, come saggiamente fa rilevare il Corriere del Mezzogiorno, sembra infine non essere stato calcolato il fattore-paura che è quella variabile che in situazioni di emergenza può fare la differenza. Non rimane che attendere segnali dalle amministrazioni locali per comprendere quale sia il reale grado di coordinamento fra realtà territoriale e piano nazionale di emergenza. Nell’attesa invochiamo San Gennaro, come consiglia il popolo in questi casi.

 

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