Il Catapano celeste. La Bari bizantina di S. Nicola

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San Nicola di Myra, icona ortodossa, cripata della Basilica di S. Nicola, Bari - Ph. © Angela Capurso

San Nicola di Myra, icona ortodossa, cripta della Basilica di S. Nicola, Bari – Ph. © Angela Capurso

di Carmelo Nicolò Benvenuto

“L’imperatore terreno è stato sconfitto e ha dovuto richiamare il suo catapano terreno, ma l’imperatore celeste ci ha inviato in cambio il suo catapano celeste”. Le ossa di Nicola arrivarono a Bari per via di mare seguendo lo stesso percorso che portava un tempo a Bari da Costantinopoli gli emissari del potere imperiale in Italia, i catapani – sorta di luogotenenti generali, governatori civili e militari, che dominavano sui territori delle tre circoscrizioni, i themata, di Calabria, Lucania e Langobardia, in cui erano divisi i possessi italici del basileus bizantino. L’ultimo dei catapani era stato cacciato via da Bari nel 1071, mentre la città cedeva ormai all’assedio dei Normanni di Roberto il Guiscardo, ed il basileus in persona, l’imperatore Romano IV Diogene, veniva fatto prigioniero dai Selgiuchidi in Armenia, vicino al lago di Van, sul campo di Mantzikert.

Con la fuga dell’ultimo dei catapani finiva anche la presenza politica di Bisanzio nel Meridione d’Italia, durata un secolo appena, dal 970 in avanti. E così, quando nel 1087, dall’Oriente greco giunsero a Bari le reliquie del santo di Myra che era stato, a quel che si narra, padre conciliare a Nicea nel 325, si disse che l’imperatore dei cieli aveva mandato in Italia un nuovo catapano, un catapano celeste. L’arcivescovo Ursone decise per questo che le reliquie venerande si sarebbero custodite in una basilica e che la basilica sarebbe sorta, guarda caso, nel luogo esatto in cui fino a pochissimi anni prima si ergeva, bellissimo, non ancora distrutto dai tumulti, il palazzo del catapano bizantino.

La basilica nicolaiana resta, ancora oggi, un presidio. Un presidio bizantino, prima ancora che ortodosso, prima ancora che fucina di ecumenismo. Per quattro giorni all’anno, come in una fiaba, come se il tempo non fosse mai arrivato ad infrangere il potere dei Romei, come se il Guiscardo non avesse mai piantato la sua tenda fuori della città, nei giorni in cui, seguendo i due calendari, gregoriano e giuliano, si ricordano il santo e la sua traslazione, Bari ritorna a mostrare il suo volto più autentico ed intimo che è il suo volto bizantino. In realtà tutti i giorni questa Bari continua ad esistere – o forse dovremmo dire questa Bagrad, la Bagrad che ogni anno si sveglia, con le diane, nell’alba gelida del sei dicembre. Chi per caso si trovasse ad entrare nella basilica, cercando un rifugio dal caldo nelle giornate d’estate, e trovasse poi pace e refrigerio nella sua bianca austerità e decidesse quindi di percorrere il basolato a passi lenti e scendere nella cripta, dove si conservano le spoglie del santo, rimarrebbe stupito dall’asfissiante, ossessivo salmodiare in una lingua sconosciuta da cui sarebbe colto quando è ancora sul primo gradino, ad indugiare. E se dai primi gradini, poi, rapito dal canto, decidesse di procedere e, gradino dopo gradino, drogato dall’incenso, giungere fin dentro alla cavità sotterranea, un tripudio di colori e di luci gli si mostrerebbe, con i mille foulard di seta, i platok, annodati sul capo delle donne greche, moldave, russe, georgiane, rumene, bulgare, serbe e via discorrendo che brulicano nella cripta, come in un alveare; mentre si celebra la divina liturgia sono tutte ritte, rivolte verso l’iconostasi e hanno alle loro spalle la grande icona dorata che il principe serbo Stefano III Dusan mandò in dono nella prima metà del Trecento.

Scorcio della Chiesa Russa di Bari

Scorcio della Chiesa Russa di rito ortodosso, intitolata a S. Nicola, Bari

È un volto della città che si mostra al viandante anche fuori del circuito medievale: su corso Benedetto Croce, ad esempio, nel quartiere Carrassi, che è in certi tratti come un prospekt moscovita e mediterraneo insieme, là dov’è il tempio russo ortodosso, novecentesco, dell’architetto Aleksej Shchusev, con le sue cupole di maioliche verdi che rilucono al sole; in piazza Umberto, la domenica mattina, dove le donne dell’Est, agghindate coi loro bijoux anni Sessanta, passano ore intere a chiacchierare; nei tanti internet point del quartiere Libertà, piccole enclaves orientali nel cuore della città, di cui i baresi amano dire, non a torto, che non si trovano più in Italia, e forse neanche a Bari, ma in un luogo sospeso, nello spazio e nel tempo; o nel trittico spray, icona underground, podzemlje, replica fantasmagorica di quelle medievali, dello street artist Ozmo, nel sottopassaggio di via Quintino Sella, dove l’aghios Nikolaos, lo svyatitel Nikolay ortodosso è messo al centro tra Santa Claus e Sante Nicola. Ma nei quattro giorni bizantini della città, tutta Bari diventa Bagrad, perché sono milioni i turisti orientali, soprattutto russi, che invadono le sue chiese, le sue strade. Nicola è il santo più venerato di tutto il mondo ortodosso. Bisogna intendersi, però: non si tratta soltanto di turismo religioso, come si vorrebbe; è un fatto culturale e geopolitico, è un retaggio. A vedere qualcosa come “La capa gira”, ci si direbbe di fronte ad un film slavo o balcanico, più che pugliese, un film, che so io, di Kusturika o di Anghelopulos. E proprio a Bari, durante la guerra mondiale, sotto il fascismo, trovò rifugio il poeta albanese Luigi Guraquki. L’Adriatico è un cordone di ferro; e la fine dell’impero sovietico ha senza dubbio creato un doppio giro di corda.

Nell’inestricabile groviglio in cui erano legate religione e politica durante tutto il millennio bizantino, la conversione all’ortodossia, e quindi l’acquisizione all’orbita politica bizantina, del mondo slavo e balcanico iniziò nel pieno nono secolo con l’invio dei cosiddetti apostoli degli Slavi Cirillo e Metodio dapprima in Moravia e poi in Bulgaria e culminò nel battesimo impartito secondo il rito bizantino al Gran Khan dei Bulgari Boris, nell’annus Domini 865. E continuò nei nascenti stati balcanici – e soprattutto in Serbia e Macedonia – che accettarono l’ortodossia greca, in opposizione a Croazia e Slovenia, rimaste, invece, papiste. Nel 957 la principessa variaga Olga, sposa del Gran Principe Igor figlio di Rurik, partì da Kiev alla volta di Costantinopoli, dove, incantata dal tripudio di ori, di icone e di reliquie, venne battezzata dal patriarca Polieucto; fu suo nipote, il principe Vladimir, ad imporre l’ortodossia greca come religione ufficiale allo stato nascente e nel 988 tutta la gente di Kiev venne battezzata con ripetute abluzioni nelle acque del Dnepr. La fedeltà politica del principato di Rus’ e dei principati balcanici al basileus bizantino passava non attraverso un diretto controllo istituzionale, ma per tramite di un vincolo confessionale. Anni prima che Costantinopoli, all’alba del 29 maggio 1453, cadesse definitivamente in mano turca, Vasilij I Dmitrievic, Gran Principe di Mosca, rivolse al patriarca bizantino Antonio, poche, avvedutissime parole: “Abbiamo una Chiesa” – affermava – “ma non abbiamo un imperatore”. L’ortodossia si era rivelata più duratura della impalcatura politico-istituzionale che l’aveva propagata e sostenuta; e una volta venuta meno questa impalcatura, essa restò come fattore di coagulazione identitaria delle singole entità statali sorte dalle ceneri di Bisanzio, come accadde appunto in Russia, dal Cinquecento in poi, o anche in Grecia e nei Balcani, con i nazionalismi otto-novecenteschi in funzione anti-ottomana.

E così, nella geografia del sacro, la presenza ortodossa, coi suoi presidî, con le sue roccaforti, le sue trincee, ha continuato a ricalcare i confini delle aree in cui Bisanzio aveva esercitato dominazione e influenza politiche, come a Bari il culto nicolaico si sovrappose al luogo simbolo del potere imperiale. Posti lungo i suoi confini come torrioni di una muraglia dorata, in questo senso i santi sono spesso ancora oggi catapani silenziosi di un impero scomparso, pietre miliari di una geografia fantasma.

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