Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Basilicata - Particolare del Complesso della Santissima Trinità di Venosa (Potenza) - Ph. Angela Capurso

Basilicata – Particolare del Complesso della Santissima Trinità di Venosa (Potenza) – Ph. Angela Capurso

“Incomincia quassù la Puglia o finisce la Lucania? Nessuno l’ha mai saputo, nemmeno Orazio.”
Giuseppe Ungaretti, Il deserto e dopo, Le Puglie (1934)

di Angela Capurso

Ritratto del filosofo-vescovo George Berkeley, XVIII sec.

Ritratto del filosofo-vescovo George Berkeley, XVIII sec.

Da Napoli, il 18 giugno 1717, George Berkeley scrive all’amico Lord Percival: “Sono appena rientrato da un viaggio per le terre più remote e sconosciute d’Italia”; e, poco oltre, non senza compiaciuta soddisfazione, conclude: “Devo, poi, anche ricordare le antichità viste a Brindisi, Taranto, Venosa (dove è nato Orazio), Canne (famosa per la vittoria di Annibale), e in molti altri posti, dove ci guardavano fisso come uomini piovuti dal cielo e dove ci seguivano a frotte, e non solo per curiosità ma per assisterci lungo la strada. Non visitare questi paesi interessanti per paura dei banditi è solo una cosa da vigliacchi“.

Pare certo che il primo viaggiatore inglese che abbia osato spingersi in Puglia e in Basilicata sia stato il filosofo-vescovo George Berkeley (cfr. G. Berkeley, Viaggio in Italia, a cura di Thomas E. Jessop e Mariapaola Fimiani, Napoli, 1979; G. Berkeley, Diario di viaggio in Italia (1717-1718), a cura di Nicola Nesta, Edizioni digitali del CISVA, 2010), con l’incarico di accompagnare come tutore, nel consueto tour pedagogico, il giovane George Ashe, figlio del vescovo irlandese di Clogher. Tra estremi disagi, Berkeley è in Apulia per interessi scientifici e antropologici: documentarsi sulla tarantola, sugli effetti del suo morso e sul singolare metodo di cura, la danza sfrenata dei tarantolati, accompagnata dagli strumenti musicali della tradizione locale. La meta, dunque, è Taranto. Lo scopo del viaggio di studio non è specificamente proiettato verso le antichità greco-romane e le manifestazioni artistiche, tuttavia i suoi giudizi si distinguono per una fine competenza architettonica e antiquaria e per una non comune capacità di “percepire” il fatto artistico. Proprio perché non destinati alla pubblicazione, i suoi diari di viaggio recensiscono luoghi, persone, economia, usi e costumi, in modo spregiudicato e senza veli. La novità consiste nel vedere l’Italia meridionale non solo come la sede naturale dove rivivere il sogno degli amati classici, ma anche sperimentare la sauvagerie propedeutica al progetto”utopico” delle Isole Bermude.

L’itinerario, dal 15 maggio al 9 giugno 1717, percorre le due arterie principali dell’area apulo-lucana. Partendo da Napoli, il filosofo si immette sull’Appia a Benevento e, superata l’Irpinia, vira verso il tracciato dell’Appia Traiana. Attraversato l’Ofanto a Canosa, prosegue per Bari, visita Brindisi e si spinge a Lecce, lungo la medievale Appia Calabra. Da Lecce, piega a ovest lungo la trasversale per Manduria, Oria, Francavilla Fontana, fino a Taranto. Da lì, il 1 giugno 1717, ha inizio il ritorno lungo l’Appia antica, toccando Castellaneta, Matera, Gravina. Tra montagne rocciose e aride, le propaggini murgiane, non compare neppure un albero fino a Poggiorsini, dove il gradevole paesaggio è dolcemente ondulato e orlato in lontananza dalle montagne “azzurre” dell’Appennino a sinistra e dall’ “antico” Vulture a destra.

Il diario registra la sosta a Poggiorsini per il pranzo, in condizioni precarie: il cappellano concede loro la stanza che il Duca di Gravina occupa durante le battute di caccia, ma l’ambiente è sporco, come del resto in una “sporcizia insopportabile” versano i portoni e le entrate delle case. A margine del taccuino annota che “abitare in città ingentilisce gli Italiani”, mentre agli Inglesi succede il contrario. In serata raggiungono Spinazzola, un “bel paese” infestato dalle pulci e dall’ignoranza. Un prete del luogo dichiara convinto che Orazio sia un oratore. L’indomani di buonora le carrozze riprendono il cammino. Acerenza, in cima a un monte, è circondata da boschi fittissimi. A mezzogiorno, non prima di aver rasentato Rionero e Barile, giungono a Venosa. Berkeley ha con sé le opere del poeta, ma non gli sono d’aiuto.

La città di Venosa, con nostra sorpresa, non risponde alle aspettative: gli sembra “povera” e “costruita male”. Il legame inscindibile con Orazio è sancito “da un modesto busto gotico su una colonna”, eretto dal cardinale G. B. De Luca nel 1683, rimosso e sostituito nel 1892 dalla statua in bronzo che campeggia al centro della piazza del municipio, e dalla popolarità del poeta, conosciuto fortunatamente “da tutta la povera gente del posto”, che, non appena si accorge della presenza dei forestieri, “ha cominciato ad affollarsi” intorno. “Gli uomini qui sono i più oziosi, spregevoli e miserabili che abbia mai visto”, annota drasticamente, per poi descrivere quanto vede delle antichità venosine:

“Resti di iscrizioni sulle mura, frammenti di colonne e di altri buoni ornamenti di marmo per le strade. Vicino alla cattedrale ci sono stati mostrati antichi muri in laterizio, appartenenti, dicevano, alla casa di Orazio; ‘si sa per tradizione’, aggiungevano. Vicino alla fontana avanzi di due busti con sotto un’iscrizione quasi illeggibile che cominciava:’C.Tullio’. Uno slendido leone in marmo bianco alla stessa fontana. In fila due o tre resti di monumenti con iscrizioni completamente illeggibili.”

Il riuso in età medievale e moderna del materiale lapideo dei resti della colonia romana di Venusia (291 a.C.) rappresenta la peculiarità di un luogo tutto da scoprire, facendo di Venosa un unicum, uno straordinario museo all’aperto. Se il filosofo anglo-irlandese ha del tutto omesso ogni riferimento all’Abbazia della Trinità, l’Incompiuta, ai margini dell’abitato, è perché evidentemente nel suo percorso cittadino non l’ha incontrata. Lo colpisce, invece, un aspetto della psicologia collettiva, scaturita dall’orgoglio civico: se una città avesse dato i natali a un grande antico, subito si provvedeva a far comparire una casa o un monumento. Naturalmente agli occhi dei venosini molte delle antiche “fabbriche” non potevano che essere appartenute a Orazio.

L’edizione dei Diari, relativamente recente, rimarca l’interesse verso il Sud, con molto anticipo rispetto all’ attrazione dei gentiluomini europei verso gli scavi di Pompei e Ercolano. L’inserimento delle terrae incognitae del meridione d’Italia tra le mete del Grand Tour restituisce una centralità che sembrava perduta da secoli e innesta un processo di recupero della dignità artistica e dell’identità culturale anche dei luoghi più interni delle province meridionali. La letteratura odeporica, a partire dalla metà del Settecento, contribuirà certo a far maturare nelle coscienze delle élites colte un’immagine pittoresca e utopica del sud, spesso mistificata e mitizzata, ma anche un atteggiamento più consapevole nei confronti dell’antichità, che spinge a interrogarsi e documentarsi sulle rovine ancora in piedi e su quelle che si andavano scoprendo.

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Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Monumento ad Orazio, Venosa (Pz) - Ph. © Angela Capurso

Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Casa di Orazio - Ph. © Angela Capurso

Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Interno di antica casa romana, Venosa (Pz) - Ph. © Angela Capurso

Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Fontana, Venosa (Pz) - Ph. © Angela Capurso

Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Bassorilievo romano, Venosa (Pz) - Ph. © Angela Capurso

Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Abbazia della Trinità, Venosa (Pz) - Ph. © Angela Capurso

Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Abbazia della Trinità, Venosa (Pz) - Ph. © Angela Capurso

Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Abbazia della Trinità, Venosa (Pz) - Ph. © Angela Capurso

Lo sguardo di George Berkeley sulle antichità di Venosa

Abbazia della Trinità, Venosa (Pz) - Ph. © Angela Capurso

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