L’incanto della Valle d’Itria

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Puglia - Trulli e muretti a secco in Valle d'Itria – Ph. © Michele Natale

Puglia – Trulli e muretti a secco in Valle d’Itria – Ph. © Michele Natale

di Rosalia Chiarappa

Per chi arriva in Valle d’Itria, area nel cuore della Puglia che comprende i territori di Locorotondo, Cisternino, Martina Franca, Ostuni e Ceglie Messapica a cavallo tra le tre province di Bari, Brindisi e Taranto, il primo incanto è rappresentato dal paesaggio: verdi e dolci i declivi tra le ordinatissime campagne delimitate dai muretti a secco e punteggiate dai trulli, le piccole costruzioni a forma di cono dai toni bianchi della calce e grigio delle chiancarelle, le sottili lastre calcaree che formano il cappuccio. E non solo trulli tra i campi coltivati, gli ulivi e i boschi di fragno, un’altra peculiarità di questa zona: si tratta di una piccola quercia semi-sempreverde con foglie dalla forma appuntita, diffusa in tutta la zona transadriatica, ma in Italia presente solo qui a formare una fitta macchia con lecci, roverelle, cerri e querce spinose.

Passeggiando per la campagna si incontrano candide masserie formate da trulli, locali a cummerse, cioè con i due tetti a spiovente coperti con le chiancarelle e trulli sovrani, quelli più alti e con l’interno suddiviso in due piani. E ci si imbatte in arcaici villaggi chiamati Contrade. Le Contrade della Valle d’Itria , così definita per l’immagine affrescata della Vergine orientale Odegitria, “colei che indica la via”, venerata in una piccola chiesa rupestre sulla quale oggi sorge l’ex convento di Sant’Antonio dei Cappuccini , sono piccoli centri rurali molto interessanti. Infatti, qui esistevano forme di vita comunitaria che avrebbero fatto invidia a chi, come Fourier teorico del socialismo utopistico, agli inizi del XIX secolo, teorizzava la sua “Falange”, struttura abitativa per una comunità di persone organizzate in cooperative di produzione e di consumo. In quest’area, infatti, durante l’Ottocento piccole comunità costituite da nuclei familiari imparentati crearono villaggi dotati di servizi in comune: forni, palmenti, aie, cisterne e frantoi utilizzati da tutti con turnazione settimanale e stagionale. Ma ciò che stupisce è che la maggior parte di queste contrade è oggi ancora abitata e arrivarci, alla controra o al tramonto, porta a fare un tuffo nel passato. I tempi sono ancora lenti, la collaborazione e la volontà di condivisione di ricorrenze e feste sono quelli di una volta.

Noi di Città Meridiane vi suggeriamo di percorrere la stradina leggermente in salita fino a le Lamie Affascinate, una piccolissima contrada dove protagonista è una struttura a due piani con quattro cummerse in sequenza molto aguzze che fanno pensare alla casette delle fiabe di Andersen. Non lontano c ’è la Contrada Marziolla dove è ancora visibile il più antico trullo della Valle d’Itria, data alla mano, 1559 o 1509, posta sull’architrave in pietra dell’ingresso. Molto suggestiva anche la vista all’antico villaggio ancor oggi abitato e al cui centro vi è un enorme “iazzile”, spiazzo circolare attorno al quale venivano edificate le abitazioni. Sul banco roccioso che affiora dalla rossa terra argillosa veniva battuto il grano, mentre in un angolo è visibile il forno in cui a turno dalle famiglie della contrada venivano cotti pani, focacce, biscotti e i dolci tipici delle feste. Gli abitanti di questa terra generosa costruivano trulli non solo come proprie abitazioni ma anche come stalle per ospitare gli animali, vacche, pecore e capre, mentre nelle piccole corti cintate da alti muri a secco alle quali si accede da portali finemente elaborati, venivano tenuti gli animali da cortile, galline, tacchini e conigli. Per questo in tutta la zona ci sono trulli di tutte le forme definite dalle destinazioni finali: vere e proprie capanne di pietra per riporre gli attrezzi, “casedde”, trulli pagliai, trulli stalla e trulli forno. Tutti con pinnacoli di varie forme, a sfera, a disco e a cuspide.

Ma le “sorprese” della Valle d’Itria non finiscono qui! Oltre al fragno, già nominata specie arborea endemica con le cortecce del quale si affumica il capocollo di Martina Franca, insaccato ottenuto da carni suine di origine e provenienza locale e “Presidio Slow Food”, ci sono anche alberi da frutto antichi e ormai dimenticati nel resto d’Italia, come il pero cotogno: fino agli anni ’60 non c’era casa di campagna che non avesse il suo albero di melo o pero cotogno i cui frutti servivano per preparare conserve ma anche per profumare la biancheria e gli ambienti di casa. Ora quasi dappertutto questi alberelli si sono fatti rari, ma non in Valle d ’Itria dove, con i loro frutti grossi e dal color giallo oro, colorano la campagna nel periodo autunnale. E poi le mele! Sui rilievi della Murgia sudorientale, sulla strada che conduce da Martina Franca a Noci, file e file di alberi carichi di mele rosse e gialle riportano alla mente più i paesaggi trentini che pugliesi: qui dal 1986 c’è un’azienda agricola che coltiva sei tipologie di mele su una superficie di ben 24 ettari. E la Valle d’Itria non finisce mai di stupire!

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L’incanto della Valle d’Itria

Locorotondo (Ba) - Ph. © Michele Natale

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L’incanto della Valle d’Itria

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Asinelli di Martina Franca (Ta) - Ph. © Michele Natale

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Alberobello (Ba) - Ph. © Michele Natale

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Locorotondo (Ba) - Ph. © Michele Natale

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Locorotondo (Ba) - Ph. © Michele Natale

 
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