La ‘doppia vita’ del Toro Cozzante di Sibari. Considerazioni su un capolavoro dell’antica città magno-greca

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toro cozzante - sibari

Calabria – Il celebre Toro cozzante, bronzo del V sec. a.C. – Museo di Sibari – Ph. © Ferruccio Cornicello – All rights reserved Feart ®

di Roberta Schenal Pileggi*

Al Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide oggi illustri relatori interverranno nella Giornata di Studio in memoria di Silvana Luppino, la cui scomparsa ci ha lasciato sbigottiti, in un lutto che ancora stenta ad essere elaborato.

In questi giorni ho ripensato a lei in quanto fra i miei ultimi personali contatti sul piano professionale alcuni hanno riguardato la trasferta, nel novembre del 2012, del celeberrimo ‘toro cozzante di Sibari’ nella sede del parlamento europeo a Bruxelles in occasione dell’esposizione «Alle radici dell’Europa. Progetto Magna Graecia: un grande passato davanti a noi», in seno al progetto ideato da Pino Arlacchi “con l’obiettivo di valorizzare il ricco patrimonio archeologico calabrese, promuovere campagne di scavo, attività di formazione e programmi di sviluppo locale basati sull’eredità magnogreca”.

In quell’occasione viaggiarono dalla Calabria sette reperti di gran pregio, tre in bronzo, con il ruolo di ambasciatori portavoce della straordinaria cultura artistica espressa dalle colonie della Magna Grecia della nostra regione o dalla madrepatria, in modo da “polarizzare l’attenzione di un pubblico particolarmente scelto”, nell’implicita speranza di attivare il meccanismo della ‘bellezza contagiosa’, stimolo ad una compartecipazione alla promozione del turismo verso la Calabria.

Coinvolta nella stesura di un catalogo, mi rivolsi a Silvana Luppino che, con grande disponibilità, mi diede le informazioni essenziali e le indicazioni bibliografiche sulla statuetta, oggetto di studio e pubblicazione proprio da parte sua.

Mentre lascio ad altri le considerazioni sull’effettiva incidenza delle trasferte di opere d’arte sui movimenti turistici, in attesa di eventuali nuovi dati che emergeranno nell’incontro di oggi, vorrei soffermarmi su questa statuetta, un capolavoro di bronzistica che nasconde una ’doppia vita’.

Nei circa 28 cm della parte anteriore superstite è pienamente apprezzabile come il suo artefice abbia con grande efficacia riprodotto l’impeto della carica, in quel movimento dinamico delle zampe, nonché suggerito la forza terrifica, esplicitata dalle corna appuntite e delle narici dilatate. Con accuratezza ha indicato tutti i particolari anatomici e naturalisticamente ha caratterizzato la pelle, solcata da profonde pieghe conseguenti alla torsione della testa; con gran raffinatezza, infine, ha reso il vello sulla fronte con morbide ciocche ondulate, indicando persino il pelame all’interno delle orecchie.

Databile tra fine V-inizi IV secolo a.C., è riconducibile alla colonia di Thurii, rifondazione, nel 444/3 a.C., di Sibari, distrutta nel 510 a.C. da Crotone. L’immagine del toro era particolarmente diffusa a Sibari, in quanto appariva come effigie nella monetazione: simbolo di fertilità per la sua capacità riproduttiva, sotto le sue sembianze i Greci rappresentavano i fiumi con le loro acque portatrici di vita, e per questo è plausibile che i Sibariti con il toro alludessero al loro fiume Sybaris. Nelle monete di Thurii il toro è rappresentato proprio cozzante, come nell’esemplare in questione, a richiamare con la sua carica travolgente la corrente impetuosa del fiume, suggerendo al contempo la vitale energia della città.

Forse non tutti sanno, però, che questa statuetta condivide col Bronzo di Riace “B”  l’esser stata oggetto di restauro in antico, in età romana, quando il pezzo originario, realizzato in un solo getto di fusione con il metodo indiretto a cera persa, fu integrato sovrapponendo attraverso battitura lamine di metallo di bassa qualità.

La sua nuova identità è svelata dal contesto di rinvenimento presso il cantiere di scavo denominato convenzionalmente “Casa Bianca”: un santuario di Iside, sovrapposto ad un’originaria area sacra di epoca thurina, già in uso in età repubblicana ma reso monumentale, grazie alla costruzione di un tempio, in età imperiale (I sec. d.C.).

La religiosità egizia godeva un’ampia diffusione nelle colonie greche d’Occidente romanizzate, in particolar modo quella isiaca: protettrice della fertilità agraria, del matrimonio e della fecondità femminile, Iside era, infatti, facilmente assimilabile ad Afrodite e Demetra. Tale dea era associata, come sposa, a Serapide, il cui culto era stato elaborato in età ellenistica con un’operazione sincretica che attribuiva al dio Api, manifestazione “vivente” di Osiride, le prerogative delle divinità greche Zeus -sovrano degli dei e degli uomini-, Hades -re dell’oltretomba- e Asclepio -dio taumaturgo-.

Api rappresentava la forza procreatrice ed era venerato nella forma di toro, dunque è estremamente probabile che il “Toro cozzante” sia stato riutilizzato in età romana proprio in funzione dei culti orientali che avevano luogo nel santuario di Casa Bianca e, nonostante le dimensioni non cospicue, occupasse un posto preminente quale simulacro di Api.

Sono decenni che opero nell’ambito dell’archeologia calabrese eppure con rinnovata emozione sono sempre pronta a stupirmi della straordinaria forza comunicativa di quanto emerge dalla ‘nostra’ terra, “che ovunque si fenda lascia intravvedere il volto marmoreo di una grande civiltà scomparsa”, per dirla come quel ‘piemontese che amava la Calabria’ che fu il grandissimo Umberto Zanotti Bianco.

Non solo Bronzi, dunque, ma numerosissime tessere di un mosaico da valorizzare proprio nella sua eterogeneità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Bibliografia: scheda in E. Greco, S. Luppino et alii, Sibari 2004, in Annuario della Scuola Archeologica di Atene e delle Missioni Italiane in Oriente, LXXXII, s. III, 4-II, 2006, pp. 835-837; per il contesto di rinvenimento: S. Luppino, Il santuario delle divinità orientali. Osservazioni preliminari sui culti, in Annuario della Scuola Archeologica di Atene e delle Missioni Italiane in Oriente, LXXXIX, s. III, 11, 2011, pp. 247-258. Per una sintesi divulgativa sui culti di stampo egizio in Calabria si rimanda a R. Schenal Pileggi, La Calabria antica e l’Egitto, in C. Greco, A. Freno (a cura di), Aegyptiaca dal Nilo allo Stretto. Testimonianze dalla raccolta egizia di Giuseppe Acerbi a Mantova, Reggio Calabria 2008, pp. 61-71.

I virgolettati relativi all’esposizione a Bruxelles sono desunti dal dépliant scaricabile dal sito istituzionale di Pino Arlacchi.

*Roberta Schenal Pileggi, torinese, laureata in Archeologia della Magna Grecia a Torino, ha avviato la sua attività professionale di archeologa collaborando con la Soprintendenza della Calabria a Locri Epizefiri. Alle ricerche sul campo ha preferito in seguito l’attività di catalogazione – coordinando tra l’altro progetti su base regionale – e di divulgazione, per conto del Ministero dei Beni Culturali e dell’Università della Calabria. Ha partecipato all’allestimento di Musei nella sua regione ed attualmente rientra nel gruppo di progettazione del percorso allestitivo del nuovo Museo Nazionale di Reggio Calabria. Ha lavorato in mostre a carattere tematico sui vari aspetti della civiltà della Magna Grecia ed in altri allestimenti temporanei, come quello dei reperti al momento esposti, insieme ai Bronzi, presso la sede del Consiglio regionale della Calabria Palazzo Campanella. E’ fra gli autori del Corpus dei pinakes locresi ed ha firmato numerose schede di reperti archeologici dalla Calabria esposti in mostre nazionali ed internazionali. Il suo interesse alla divulgazione dei beni culturali calabresi si è anche esplicitato nel campo storico-artistico, grazie alla redazione di guide turistiche, all’attività di art tutor per conto di FMRArte ed ora alla collaborazione con Grand Tour-Incontri con l’arte. E’ membro del Comitato d’Onore di Fame di Sud.

aliamedia

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