ILVA: in un manifesto shock affisso a Genova l’appello dei genitori di Taranto

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Il manifesto diffuso a Genova dai genitori dei bambini di Taranto

Il manifesto diffuso a Genova dai genitori dei bambini di Taranto

di Alessandro Novoli

L’immagine è quella di una Taranto notturna avvolta in un’atmosfera spettrale da day after con le ciminiere dell’Ilva che vomitano fumi di scarico nei cieli di un luogo che, fino agli inizi degli anni ’60, conobbe mare pulito, pascoli verdeggianti e masserie ricche di orti e giardini. Tutto è stato spazzato via dal miraggio di un’industrializzazione con pretese di vittoria su miseria e disoccupazione. Quella immagine la vediamo in un manifesto comparso oggi per le strade di Genova, ma ad imporsi all’attenzione del passante è soprattutto la scritta che vi campeggia: ANCHE I BAMBINI DI TARANTO VOGLIONO VIVERE. E’ un accorato appello voluto da un gruppo di genitori tarantini con una piccola ‘variante’, quell’ANCHE iniziale che non compariva nell’analogo manifesto diffuso in precedenza. “L’aggiunta di quell’avverbio – spiegano i promotori – è importantissima perchè è un richiamo alla protesta delle donne genovesi che ha portato alla chiusura dell’area a caldo dell’Ilva di Cornigliano [quartiere di Genova – NdR]”. Il nuovo cartellone “sarà esposto per le prossime due settimane in Corso Saffi” e – aggiungono i genitori pugliesi –  “vuole essere un grido di aiuto rivolto a chi è riuscito a sconfiggere il mostro”. Il gruppo di ‘Genitori tarantini’ si è in particolare appellato alle parole di “una mamma di Cornigliano che, parlando di Taranto, disse: ‘Lotteremo con Taranto. Le sofferenze che stanno vivendo i bambini di Taranto mi fanno soffrire come se fossero i nostri bambini. Continuo a lottare per vedere riconosciuta la loro dignità. Noi siamo pronte a lottare al loro fianco’. 

Sebbene Corso Saffi sia distante oltre mille km da Taranto – spiegano – “è tristemente noto alle mamme e ai papà che lo percorrono per ricoverare i propri figli al Gaslini. Perché a Taranto i bambini si ammalano di più, ma non si possono curare”. I genitori tarantini si rivolgono dunque ai genitori di Cornigliano, “affinchè non esistano bambini di serie A e bambini di serie B. Taranto chiama, Genova risponde?”.

Oltrea a questo toccante messaggio, il manifesto mostra come la nascita del polo siderurgico, il più grande d’Europa, costruito a ridosso della città, abbia profondamente mutato il volto e l’anima di Taranto nel corso dei decenni, scavandoli profondamente fino a deturparli senza pietà. Deturpamento che, come si può facilmente intuire, non è solo estetico, ma è andato ad intaccare le radici stesse della vita, dell’esistenza di quanti, per necessità o per scelta, hanno continuato ad abitare in questa città dal passato plurimillenario. Una città che conobbe il volto sorridente della Sapienza e della Civiltà più raffinate, e che oggi è ridotta a lesinare le attenzioni di una politica cinica e insensibile.

“Occorrerebbe visitare le corsie dei reparti di pediatria – mi disse un giorno un’amica tarantina che ha vissuto personalmente la metamorfosi nefasta della sua città – per rendersi conto davvero di quello che l’Ilva sta producendo sulla salute dei tarantini, a cominciare da quelli appena nati”. L’allusione, chiarissima, è al numero di tumori infantili, in crescita esponenziale: è questo il volto più lacerante di una realtà che a onor del vero non risparmia nessuno, di qualsiasi fascia di età. A dirlo sono state le indagini chimiche ed epidemiologiche, almeno quelle messe agli atti dalla Procura di Taranto che da tempo si sta occupando dei risvolti giudiziari delle attività industriali dell’Ilva. Un solo dato: gli impianti emettevano nel 2002 il 30,6% del totale italiano di diossina (una fra le sostanze cancerogene più potenti mai prodotte), ma sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, la percentuale sarebbe salita al 92%, contestualmente allo spostamento in loco delle lavorazioni “a caldo” dallo stabilimento di Genova. Rilevante anche la percentuale (6,9) a suo tempo calcolata sul totale delle emissioni europee di diossina. Una situazione che ha costretto la Regione Puglia a legiferare imponendo limiti alle emissioni di questa categoria di sostanze, nel tentativo di contenerne le conseguenze. Ma ancora lo scorso anno la presenza di diossina si registrava, dopo pecore e capre, anche nei bovini, per non parlare del latte materno (+1500 % rispetto alla media). Ma al di là dei numeri, come sempre, c’è il dramma vissuto silenziosamente dalle persone sulla propria pelle.

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