Il mistero dei vasi funerari di Canosa e gli straordinari acquerelli ottocenteschi di Prosper Biardot

Uno degli acquerelli di Prosper Biardot dedicati alla sua collezione di vasi funerari di Canosa, 1872. Fu in particolare questo askos ad attrarre l’attenzione dello storico delle religioni Johann J. Bachofen, che in esso vide una summa della dottrina orfico-pitagorica sull’immortalità dell’anima | Ph. © Universitätsbibliothek Heidelberg | License: CCBY-SA3.0 | Photo gallery a fondo pagina

di Redazione FdS

Nel 2012 e 2013 la cittadina di Canosa di Puglia è stata sede di una mostra dedicata ai disegni acquerellati di Prosper Biardot*, considerato uno dei migliori acquarellisti di fine ‘800. Queste opere rappresentano il primo ed effettivo “documento antiquario” riferibile al complesso funerario canosino di epoca ellenistica noto come Ipogei Lagrasta. La mostra presentava però solo alcune delle tavole della prima edizione dell’opera “Les Terres-Cuites Grecques Funebres; Dans Leur Rapport Avec Les Mysteres de Bacchus accompagnes d’un atlas de 54 planches noires et coloriees” (ed. Librairie Firmin Didot Freres, Paris). La pubblicazione di Biardot, composta di un ampio volume di testo e di un atlante figurato, comprende in realtà ben 54 acquerelli, di cui numerosi nel colore naturale della terracotta, e il resto a più colori (riproducenti diversi pezzi di ceramica policroma canosina acquistati da Biardot a Canosa nel 1846 e oggi nucleo dell’esposizione di reperti canosini al museo del Louvre). Oltre a statuine ed altri oggetti in terracotta, nelle immagini compaiono splendidi vasi dalla decorazione plastica aggiunta, tipica nella produzione canosina, e dalla decorazione pittorica policroma a tempera applicata dopo la cottura. Oggi siamo in grado di mostrarvi l’intera collezione di acquerelli di Biardot grazie alla Biblioteca della prestigiosa Università tedesca di Heidelberg.  La pubblicazione di Biardot risale al 1872, ossia a circa trent’anni dopo la scoperta (1843) del complesso dell’ipogeo Lagrasta I scavato nella calcarenite a Canosa (è il più grande di un totale di tre e caratterizzato da un ampio corridoio di accesso in discesa da cui si ripartono nove camere sepolcrali di una tomba aristocratica del IV secolo a.C. appartenuta ai cosiddetti Principi della Daunia. In fondo al corridoio si apre la stanza principale, riservata al capofamiglia, con vasto vestibolo. Presenta inoltre dei graffiti, le firme degli artigiani che lavorarono alla costruzione dell’ipogeo).

I vasi canosini di Biardot e il loro significato misterico secondo lo storico Bachofen

Di eccezionale qualità esecutiva, gli acquerelli di Biardot sono una sorta di “istantanea” sullo stato dei vasi al momento della scoperta dell’ipogeo Lagrasta I, sito archeologico che all’epoca sconvolse per dimensioni, qualità e quantità del corredo, e oggi noto fra l’altro per la sepoltura di Medella Dasmia (a lei, ultima nobildonna ad occupare una stanza funeraria della struttura, è riferibile un graffito) la cui descrizione lo storico e giurista di Basilea Johann Jakob Bachofen ha premesso alla sua opera intitolata La dottrina dell’immortalità della teologia orfica (edito in italiano per la prima volta da Rizzoli nel 2003). Canosa e alcune sue terrecotte divennero infatti per lo studioso il polo attorno a cui articolare il suo immaginario religioso e simbolico sempre ruotante intorno alla dicotomia vita-morte. Il fatto che Bachofen introduca la sua ricerca proprio con una descrizione dell’ipogeo canosino (sia pure basata su quella di Prosper Biardot, a cui egli espressamente si rifece non essendo mai andato personalmente a Canosa, e su altre descrizioni circolanti alla sua epoca) esprime la sua volontà di richiamare l’attenzione del lettore sulla potenza simbolica degli antichi sepolcri dell’Italia meridionale.

Bachofen, già docente di diritto romano all’Università di Basilea, si era infatti recato a Parigi nel 1865 per visitare la collezione di vasi policromi appartenenti all’archeologo-acquerellista francese Prosper Biardot*: 25 pezzi acquistati a Canosa vent’anni prima insieme ad altri pezzi minori, quando Biardot era giunto in Puglia per esaminare i corredi funerari dell’ultimo ipogeo scoperto: l’ipogeo di Medella. Erano ciò che restava di un più ampio corredo funerario finito smembrato fra vari musei, tra cui il Louvre, il British Museum e il Museo Nazionale di Varsavia. L’attenzione di Bachofen però si soffermò su uno di essi in particolare, un askos con quattro aperture, 4 cavalli aggettanti e trainanti un carro, un volto femminile alato, due ippocampi alati accompagnati da delfini, 7 sfere concentriche e, sulla parte posteriore, un fiore. Agli occhi dello storico svizzero quel vaso non era semplicemente frutto di una accesa estrosità artistica del vasaio che lo modellò, ma molto di più: “il contenuto figurativo – scrive lo studioso – rappresenta il ritorno dell’anima liberata dalla tomba del corpo alle sue origini cosmiche, la risalita verso la forma intelligibile”.

In estrema sintesi, l’ippocampo rappresenterebbe l’anima, Psiche, che liberata dalla prigione del corpo e accompagnata dal delfino, animale psicopompo, viene ricondotta alla sua condizione divina originaria; il volto femminile rappresenterebbe invece la Luna, luogo celeste di sosta delle anime; il fiore alluderebbe all’immortalità dello spirito: in altri termini quel vaso sarebbe un piccolo trattato di dottrina religiosa orfico-pitagorica (gli orfici ritenevano che il corpo umano fosse una prigione per l’anima, e che dopo la morte questa si sarebbe liberata per raggiungere la sfera uranica, celeste, a condizione però di aver svolto in vita un percorso rituale di purificazione in grado di sottrarre l’anima alla “ruota delle nascite”, cioè alla trasmigrazione nel corpo di altri esseri viventi).

Il libro di Bachofen – in origine pubblicato in appena 50 copie e rivolto ad un pubblico colto – mira a dimostrare l’importanza assunta dalla concezione religioso-filosofica orfico-pitagorica nei corredi funerari dei sepolcri dell’Italia Meridionale, in un lasso di tempo che va dal IV sec. a.C. alla dominazione romana; la simbologia racchiusa in essi esprime valenze mistiche legate alla dottrina dell’immortalità dell’anima, trascurando le quali si finisce col non comprendere il significato di certi corredi funebri. Questo il Bachofen sostenne in opposizione alle tesi accademiche dominanti nella sua epoca. Per lo studioso svizzero quel vaso canosino diventa una sorta di emblema di tutto un mondo di corredi funebri fatti di tritoni, nereidi, gorgoneion, ippocampi, centauri, ecc…, che assumono quindi un significato mistico e simbolico legato alla dottrina orfica. Come testimonia lo stesso Bachofen, rilevante in questa sua visione sul valore misterico di certi corredi funerari è stata non solo la visione del vaso di cui abbiamo parlato, ma anche una precedente pubblicazione del Biardot (Explication du symbolisme des terre cuites grecques de destination funèraire, Parigi 1864) della quale dice: “questo suo scritto assicura ai ritrovamenti canosini un posto eminente nel patrimonio dei monumenti funerari”; un’opera di cui i due volumi (testo e atlante figurato) successivamente pubblicati nel 1872 furono considerati il completamento.

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Gli acquerelli di Prosper Biardot

Tavola acquarellata tratta dall'Atlante annesso all'opera “Les Terres-Cuites Grecques Funebres; Dans Leur Rapport Avec Les Mysteres de Bacchus accompagnes d’un atlas de 54 planches noires et coloriees”, 1872, di Prosper Biardot - Ph. © Universitätsbibliothek Heidelberg | License: CCBY-SA3.0

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Tavola acquarellata tratta dall'Atlante annesso all'opera “Les Terres-Cuites Grecques Funebres; Dans Leur Rapport Avec Les Mysteres de Bacchus accompagnes d’un atlas de 54 planches noires et coloriees”, 1872, di Prosper Biardot - Ph. © Universitätsbibliothek Heidelberg | License: CCBY-SA3.0

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Canosa - Scorcio degli Ipogei Lagrasta

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* A proposito di Prosper Biardot, come rivela una nota al manoscritto Catalogue des objets d’art antiques de la collection Prosper Biardot, l’archeologo-acquerellista non sarebbe altri che la collezionista inglese Elizabeth Caroline Hamilton Gray (autrice del citato manoscritto, custodito a Parigi presso la Bibliothèque de l’Institut national d’Histoire de l’Art), nata Johnstone, moglie del teologo scozzese John Hamilton Gray che utilizzò lo pseudonimo Prosper Biardot, creando un personaggio da lei stessa definito, in un suo scritto mai pubblicato a stampa, “uno dei nostri più celebri archeologi, che ha consacrato lunghi anni alla ricerca e allo studio dei monumenti dell’antichità”.

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