Il fasto ‘barocco’ dei vasi di Canosa, bizzarra eccezione nella produzione vascolare antica del Sud Italia

vaso canosa 2

di Redazione FdS

Oggi vi portiamo in uno degli angoli più antichi di Puglia, dove le origini della presenza umana si perdono nell’aurea età del Mito. Parliamo di Canosa (in provincia di Barletta-Andria-Trani), città fondata secondo la leggenda dall’eroe omerico Diomede, cantato nell’Iliade. Canosa è stata uno tra i più importanti centri indigeni della subregione della Daunia, segmento del più ampio territorio storicamente poi noto con il nome di Apulia. In realtà le radici delle presenza abitativa risalgono ad epoca addirittura anteriore a quella evocata dalla leggenda diomedea perchè i primi insediamenti autoctoni (composti dai Dauni, ramo settentrionale del popolo degli Iapigi), stabiliti su quella fascia di terra chiamata dagli archeologi Campi Diomedei, risalgono al Neolitico (6000-3000 a.C.).

Nel corso dei secoli Canosa divenne un importante centro commerciale e artigianale, soprattutto di ceramiche e terrecotte. Con lo sviluppo della Magna Grecia, il centro fu influenzato dalla cultura ellenica, che rielaborò spesso in modo originale. Nel 318 a.C. divenne città alleata di Roma, accogliendo i Romani anche nel 216 a.C. dopo la disfatta di Canne, piccolo villaggio nei pressi dell’Ofanto, ad opera di Annibale. Dall’88 a.C. divenne municipium e beneficiò del passaggio della via Traiana (109 d.C.) e della costruzione dell’acquedotto di Erode Attico (141), di un anfiteatro, di mausolei e archi. Più tardi l’imperatore Antonino Pio elevò il centro al rango di colonia con il nome Aurelia Augusta Pia Canusium,  definita “la piccola Roma”, poiché anch’essa sorge su sette colli.

In questa città fu prodotta quella tipologia di vasi che vanno sotto il nome di canosini, classe vascolare di epoca ellenistica a scopo funerario, caratterizzata da decorazione plastica aggiunta e decorazione pittorica policroma, con colori a tempera applicati dopo la cottura. Il loro sviluppo si protrae dalla fase tarda della ceramica apula a partire dal tardo IV secolo a.C. fino alla metà del II secolo a.C. I ritrovamenti (a partire dagli scavi del 1844 nelle tombe a ipogeo del territorio dell’antica Canusium) sono limitati per lo più alla Puglia.

La funzione funeraria era esclusivamente d’apparato e a testimonianza della posizione sociale del defunto.Infatti questi vasi assumono una funzionalità che supera quella del semplice recipiente ed assurge al carattere di suppellettile monumentale. Nell’ambito delle ricche tombe in cui sono stati ritrovati essi riecheggiano infatti il tono nobile e fastoso della dimora terrena del defunto, fondendo in vivaci e colorate immagini i soggetti propri dei miti ellenici con l’appassionato linguaggio della gente dauna e messapica. Come emerse dai primi scavi del 1844 nell’ipogeo del fondo Lagrasta e in altri successivi rinvenuti nel territorio dell’antica Canusium, la funzione di questi grandi vasi era non già quella di contenere liquidi o offerte, ma di essere un lussuoso oggetto di arredamento e, come tale, da ascrivere più che alla classe dei vasi, a quella invece della suppellettile domestica, delle klìnai, dei trapezofori, dei monopodi, dei tripodi, etc.

Le forme più diffuse sono le anfore (tipo di contenitore utilizzato nell’antichità per il trasporto di derrate alimentari liquide o semiliquide) e gli askoi (tipologia di vaso usata per versare liquidi oleosi, come unguentario o per riempire le lampade ad olio) di grandi dimensioni, seguite da oinochoai (vaso per versare il vino) e kantharoi (tipo di coppe per bere). La decorazione plastica è costituita da figurine che riproducono il soggetto della lamentatrice, o da protomi equine, o teste di Gorgone, eroti (putti alati) e nikai (vittorie alate), con una iconografia che sembra riferirsi a modelli di importazione alimentandosi del ricchissimo repertorio decorativo greco microasiatico e alessandrino, filtrato in Magna Grecia con i prodotti dell’arte ellenistica.

Proprio per questa complessità strutturale, la loro produzione coinvolgeva l’opera di pittori e coroplasti e si avvaleva delle esperienze tecniche e artistiche delle arti minori. Il fondo bianco era aggiunto dopo la cottura; la decorazione pittorica tipica era costituita da figure umane e animali affiancate da una decorazione secondaria fitomorfa e da festoni; il disegno era a contorno e in stile lineare, privo di modellazione, con ampie zone riempite di giallo e dettagli colorati in rosa, rosso e blu. Il tutto creava un effetto finale barocco e fastoso che si allontana dalla concezione ellenistica tradizionale testimoniando il gusto figurativo italiota e apulo in particolare.

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