Il 2 novembre a Palermo la Morte non fa paura

Ossi di morto

Sicilia – Ossi di morto, dolci siciliani a forma di tibie umane e a base di farina, zucchero e chiodi di garofano – Image source

“(…) le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti (…)

Giovanni Verga , La Festa dei morti, da Vagabondaggio (1887)

di Redazione FdS

Dopo quella di Orsara di Puglia, andiamo a svelarvi un’altra festività del Sud legata al culto dei morti, una ricorrenza in cui l’evento estremo dell’esistenza umana si spoglia delle sue connotazioni drammatiche ed assume il carattere di qualcosa che ha a che fare con l’ordine naturale delle cose. Lo sanno bene i messicani di Oaxaca e di tante altre località che a novembre, nel giorno dei morti, mangiano, suonano, ballano, rendendo omaggio agli avi in cimiteri dai colori sgargianti. In Italia non si arriva a tanto, ma ci si avvicina se non altro nello spirito con cui in certi luoghi viene vissuta questa ricorrenza, e se disponete di un po’ di curiosità etno-antropologica continuate a leggere e scoprirete di trovarvi di fronte a prodigiose forme di stratificazione culturale che coprono l’arco di millenni. E’ il nostro strabiliante passato, la nostra storia, il nostro dna. Trasferiamoci dunque a Palermo…

…non prima però di essere risaliti alle origini.  La Festa dei Morti fu istituita nel 998 da Odilo, abate di Cluny, a supporto della ben più antica festa di Ognissanti dell’1 Novembre,  istituita dal Papa Gregorio II nel 853. Questo dittico di festività servì a ‘rileggere’ in chiave cristiana la antica festa romana dei Lemuralia o Lemuria, dedicata appunto ai defunti e celebrata nel mese di maggio, oltre a soppiantare – lì dove aveva messo radici – la festa novembrina del Samhain, ossia il Capodanno celtico alle origini di Halloween, e forse, anche della nostrana Notte dei fuca coste e cocce priatorjie che si svolge a Orsara di Puglia nella notte fra il 1° e il 2 novembre: in entrambi i casi si tratta di una notte di passaggio che secondo la credenza consente alle anime di entrare in contatto col mondo dei vivi. Una demonizzazione operata dalla Chiesa a carico degli spiriti legati a tali antiche festività fece sì che questi si trasformassero nell’immaginario collettivo in entità diaboliche e ciò spiega gli aspetti più macabri della Halloween moderna, poi accentuati dal cinema horror e dalle mode. Per fortuna accade che a dispetto di certi stravolgimenti, permangano isole di  autenticità dove la tradizione prosegue il suo corso millenario proiettandosi verso il futuro, magari solo leggermente scalfita, e a chi ha occhi per vedere le vere origini si rivelano con chiarezza, senza troppi sforzi interpretativi.

teschio - pompei

Mosaico pompeiano in secondo stile (opus vermiculatum, 47×41 cm, dal triclinio della bottega 5,2 della I Regio) raffigurante un’allegoria della morte, I° sec. d.C. – Napoli, Museo Archeologico Nazionale

In Sicilia, e a Palermo in particolare, ai bambini viene detto da sempre che nella notte tra l’1 e il 2 Novembre le anime dei parenti defunti vanno a rubare dai commercianti dolci, giocattoli, vestiti e quant’altro, per poi regalarli ai piccoli che sono stati buoni durante l’anno, mentre per coloro che hanno fatto i capricci c’è il rischio di vedersi ripassare i piedi con la grattugia; ecco perché questo attrezzo domestico viene accuratamente nascosto dai bambini la cui unica e legittima aspirazione è trovare l’indomani tanti doni accanto al letto. Ed ecco perché è d’uso recitare questa filastrocca-preghiera per propiziarsi i defunti:

Animi santi, animi santi,
io sugnu unu e vuiautri síti tanti:
mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai
cosi di morti mittitimìnni assai.

Anime sante, anime sante,
io sono uno, voi siete tante:
mentre sono in questo mondo di guai
‘cose di morti’ (metafora dialettale per ‘regali’) portatemene tante.

Una nostra lettrice , ci ha raccontato come in Sicilia si crei un legame speciale fra i bambini e i “morti” che portano loro i regali nella notte di Ognissanti e ricordava il caso di un bambino che non aveva mai conosciuto il nonno materno, eppure gli voleva bene per via dei regalini di Ognissanti in un’epoca in cui i regali di Natale non esistevano ancora:  “mangia…ca nonnu Vicenzu ti porta ‘u jocu”, era la frase chiave pronunciata dai genitori per persuadere il piccolo a non fare i capricci a tavola.

E’ ovvio che per assolvere questo compito di consegna di doni i defunti devono aggirarsi per la città e si vuole che lo facciano seguendo un ordine ben preciso: a ‘sfilare’ per prime sono le anime dei morti di morte naturale, poi i giustiziati, quindi i morti ‘di subito’ ossia improvvisamente, e via dicendo, secondo una gerarchia il cui senso non è facile da decifrare.

Nella festività ‘de li morti’ è sempre stato d’uso donare dei dolci di forma umana che, nella versione più antica, riproducono i personaggi del Teatro dei Pupi e cioè i paladini di Francia, sebbene non manchino altri personaggi del mondo infantile: li chiamano pupaccene o  pupi ri zuccaru alludendo alla materia prima con cui sono modellati.

Pupaccena

Sicilia – Esemplare di ‘pupu ri zuccaru’, dolce in foggia di paladino di Francia

Accanto a questi, in una apposita cesta detta ‘u cannistru, vengono posti gli Ossi di morto (ossa ri morti), dolci per lo più a forma di tibie umane a base di farina, zucchero e chiodi di garofano (v. immagine di apertura, in alto), dolci di pasta di mandorle colorati e modellati in forma di frutta come i frutti di Martorana, biscotti di cioccolato, pane, e tanto scacciu, ossia frutta secca. Tutto questo ben di Dio, nei giorni della festa, fa bella mostra di sé anche nei mercatini, detti appunto ‘dei morti’ – come quello del rione San Pietro, alla Cala – presi d’assalto da quanti non hanno il tempo o l’abilità di produrseli in casa.

frutta-martorana

Sicilia – Frutta di Martorana, modellata con pasta di mandorle – Ph. Wim Kristel - License

La presenza di una tradizione gastronomica legata alla festa dei morti non riguarda però solo i dolci, ma anche la cucina ‘salata’. Diffuso è l’uso delle fave, nella ricetta delle  favi a cunigghiu (fave a coniglio), dette in alcune zone anche favi’n quasuni, condite con olio, sale e pepe. La presenza delle fave ci riporta chiaramente al rito romano della Lemuria, in cui  le fave nere – nel cui seme, secondo leggenda, erano racchiuse le lacrime dei trapassati – venivano sparse per terra dal padre di famiglia come forma di scongiuro. L’uso delle fave a Palermo si registra almeno dal XVIII sec., e si accompagna tuttora alle muffulette – un tipo di pane morbido e tondo che si “conza” (cioè si condisce) con olio, acciuga, origano, sale e, volendo, anche pomodoro fresco –  e alla murtidda nivura e bianca (mirto nero e bianco). In alcune zone della Sicilia, le fave si accompagnano invece alle armuzze  (piccole anime), un pane antropomorfo che raffigura a mezzo busto le anime del Purgatorio con le mani incrociate sul petto.  Tutti questi richiami alla forma umana nel cibo sono evidentemente un modo simbolico per ristabilire un contatto con i propri avi estinti attraverso un gesto molto intimo come quello del cibarsi.

Cripta Cappuccini - Palermo

Sicilia – Macabro corridoio della cripta dei Cappuccini, Palermo – Ph. SibeasterLicense

Come si può immaginare, la festa dei defunti non si esaurisce solo nelle ritualità casalinghe, ma prevede anche una visita al cimitero per rendere omaggio ai cari estinti, così come diffusa è anche l’usanza di andare a visitare le Catacombe dei Cappuccini, un cimitero sotterraneo di Palermo che ha origine nel XVI sec. e che abbonda di spoglie umane (circa 8000) veramente impressionanti, oggetto di un processo di mummificazione naturale garantito dal microclima di quelle macabre catacombe; tali spoglie sono messe tutte lì in ‘bella’ mostra forse per ricordarci che noi siamo ciò che esse furono ed esse sono quello che noi saremo.

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