A metà luglio grande manifestazione Anti-Trivelle a Policoro. Ma la Lucania incassa una sconfitta al Tar

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Un'immagine della campagna NOTRIV siciliana di Greenpeace

Un’immagine della campagna NOTRIV siciliana di Greenpeace “U mari nun si spirtusa”

di Redazione FdS

Il Sud Italia si attiva per dare battaglia contro la scelta governativa di consentire le trivellazioni petrolifere nel Mar Adriatico e nel Mar Jonio: il sindaco di Policoro (Matera), Rocco Luigi Leone, ha infatti annunciato oggi che il 15 luglio nella sua città, alle ore 9.00 si terrà una grande manifestazione per dire No Alle Trivelle nel Mar Jonio con la partecipazione dei presidenti delle tre Regioni coinvolte, Miche Emiliano (Puglia), Mario Oliverio (Calabria) e Marcello Pittella (Basilicata) che insieme ai Sindaci degli stessi territori e a tutti i cittadini, manifesteranno “per dare un segnale forte a Renzi e ribadire il NO alla profanazione del Mar Jonio”.

Mentre società civile e amministratori locali tentano di dare una scossa al Governo finora del tutto indifferente alle istanze provenienti dalle comunità locali, la Regione Basilicata registra una amara sconfitta davanti al TAR che ha bocciato un provvedimento con cui la Regione aveva decretato una moratoria di due anni circa nuove trivellazioni in terra lucana. Le ricerche di petrolio e idrocarburi in Basilicata potranno dunque riprendere senza problemi. Nello specifico i giudici amministrativi hanno dato ragione alla società statunitense Aleanna Resources che aveva presentato richiesta di compiere trivellazioni per nuovi pozzi nella zona dell’Alto Bradano, in provincia di Potenza.

Il provvedimento del TAR ribalta così la linea degli enti locali, molto critici verso la possibile trasformazione della Basilicata in una sorta di Texas italiano. Alcune forze politiche, fra cui soprattutto il Movimento 5 stelle, hanno chiesto alla Regione di proseguire l’iter giudiziario per fermare le nuove ricerche petrolifere.

Il provvedimento oggetto di causa davanti al TAR era stato adottato il 7 giugno 2013, in epoca precedente dunque al decreto «Sblocca Italia» con il quale il Governo ha di fatto tolto alle Regioni la competenza sul rilascio di queste autorizzazioni. La prima richiesta della Aleanna Resources, invece, risale al 2006: la pratica da essa innescata era passata da una serie di tavoli istituzionali, tra cui la Soprintendenza ai Beni Ambientali che aveva dato parere favorevole. La Regione si era quindi opposta negando la firma d’intesa con il Ministero dello Sviluppo Economico, sette anni dopo la presentazione della domanda. La Regione si era detta contraria perché reputava il nulla osta alla società statunitense in contrasto con i pareri espressi dai comitati locali e perché un ulteriore sviluppo della produzione di idrocarburi sarebbe stata in contrasto con le direttive nazionali che prescrivono la diversificazione delle fonti.

Quasi che le une non siano in funzione delle altre, la società americana aveva ribattuto che la sua richiesta riguardava semplici ricerche geologiche e non attività estrattive. Una ridicola scusa a fronte di una terra come la Basilicata, unanimemente considerata il giacimento più grande dell’Europa continentale, stimando che nel sottosuolo ci siano circa 400 milioni di barili di petrolio. Una risorsa che fa gola ai predatori di oro nero e ai politici che li sostengono, del tutto noncuranti dell’appello lanciato meno di un anno fa da scienziati di tutto il mondo affinchè i combustibili fossili, responsabili del patologico surriscaldamento del pianeta, siano abbandonati a favore di nuove fonti di energia rinnovabili e sostenibili. Un appello del tutto ignorato dal Governo italiano viste le decisioni subito dopo prese con lo «Sblocca Italia», decisioni in cui gli enti territoriali non hanno più alcun peso realmente incisivo, al punto da mettere in dubbio l’utilità stessa della loro funzione rappresentativa di quelle che sono le istanze locali.

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