Viaggio nella Napoli greca di 2400 anni fa: la necropoli ellenistica del Rione Sanità

Carlo Leggieri, presidente dell'Ass. Celanapoli all'interno di un ipogeo - Ph. courtesy of Sveva Robiony

Carlo Leggieri, presidente dell’Ass. Celanapoli nell’ipogeo cosiddetto “dei togati” – Courtesy of  Ph. Sveva Robiony ©

Testimonianza del passato greco della città, un complesso di ipogei funerari del IV-III secolo a.C. va riemergendo dall’intricato e plurimillenario tessuto urbano di Napoli. Nella necropoli del Rione Sanità è stata di recente riportata alla luce un’altra tomba a camera

di Redazione FdS

Quanto stiamo per raccontarvi nasce dall’intreccio tra la storia plurimillenaria di un luogo unico come Napoli e la irrefrenabile passione di un uomo che da circa 30 anni dedica molta parte del suo tempo a riscoprirne angoli sconosciuti, nascosti nelle pieghe di una città le cui vicende iniziano nell’VIII secolo a.C. e proseguono per 2800 anni intersecandosi con quelle di tutti i popoli del Mediterraneo. Lui è Carlo Leggieri, di mestiere assistente tecnico scientifico della Soprintendenza per i Beni Archeologici, ma dal 1992 si dedica al recupero e alla valorizzazione, nel Rione Sanità di Napoli, di uno straordinario complesso di ipogei funerari ellenistici, poi passato nella cura dell’Associazione Celanapoli fondata nel 2001 insieme a un gruppo di esperti in archeologia, restauro e architettura e da lui presieduta. I siti che Carlo e il suo sodalizio stanno riscoprendo nel centro storico di Napoli, erano stati in parte già localizzati da storici ed eruditi locali dei secoli passati ma poi finiti nell’oblio, riutilizzati per scopi diversi da quelli originari o, nell’ipotesi peggiore, sommersi dai detriti. La necropoli del noto quartiere subcollinare si è di recente arricchita della scoperta di un’ulteriore tomba a camera, così come di un vicino tratto dell’Acquedotto Augusteo, riportato alla luce tra il 2011 e il 2015, un capolavoro di ingegneria idraulica romana che dal Serino percorreva 96 chilometri arrivando fino alla Piscina Mirabilis di Miseno dopo aver servito ben dieci città campane, e i cui cunicoli furono percorsi nel 536 d.C. dai soldati bizantini guidati dal generale Belisario per espugnare Napoli occupata dai Goti, e poi ancora nel XV secolo da Alfonso d’Aragona per conquistare la città angioina. L’Associazione di Carlo Leggieri ha sede a ridosso di queste meraviglie, in Via Santa Maria Antesaecula 126/129, nel Borgo dei Vergini, nome evocativo che rimanda all’antica Napoli greco-romana e ad una misteriosa fratria greca, quella degli eunostidi, con sede nel quartiere e dedita alla temperanza e alla castità.
 

L'ingresso dell'Associazione Celanapoli, in via S. Maria Antesaecula 126/29

L’ingresso dell’Associazione Celanapoli, in via S. Maria Antesaecula 126/29, Napoli

RIONE SANITÀ, UNO SCRIGNO DI STORIA E ARTE

Puntiamo dunque il nostro focus sul Rione Sanità per raccontarvi un tesoro nascosto di questo notissimo quartiere di Napoli ubicato in quella che un tempo era un’area esterna al perimetro nord delle mura dell’antica Neapolistra l’odierno Borgo dei Vergini e le pendici della collina di Capodimonte: un ameno vallone che dal 1400 secolo cominciò lentamente a popolarsi di abitazioni e chiese (nella carta di Antoine Lafréry del 1566 si nota appunto questa convivenza tra i primi nuclei abitativi e un’ampia area agreste – v. immagine seguente), dopo essere stato adibito, fin dall’epoca greco-romana, a luogo di sepoltura. Un uso funerario protrattosi nei secoli, come testimonia la presenza di tombe ellenistiche, catacombe paleocristiane – come quelle di San Gennaro, San Gaudioso e San Severo – e, successivamente,  del cimitero delle Fontanelle, ubicato all’interno di una gigantesca cava di tufo sotto la collina di Materdei e riservato alle vittime della grande peste del 1656. Destinato inizialmente ad ospitare varie residenze patrizie – spiccano ancor oggi le splendide architetture barocche di edifici come il Palazzo Sanfelice e il Palazzo dello Spagnolo -, il Rione Sanità è diventato nel tempo uno dei quartieri più popolari della città, oggi in fase di riscoperta dopo un lungo periodo di degrado.
 

Pert. della veduta di Napoli di A. Lafrery, 1566

Pert. della veduta di Napoli di A. Lafrery, 1566

UNA PAGINA DI STORIA SEPOLTA

L’ubicazione del Rione a ridosso delle colline, ne ha da sempre esposto l’area al fenomeno delle colate di fango e detriti noto come ”Lava dei Vergini”, una coltre che già dal I-II sec. d.C. ha provocato l’interramento di molte tracce del passato greco-romano di Napoli, tra cui appunto le tombe ellenistiche, al cui eclissarsi hanno naturalmente contribuito anche l’impianto, negli antichi manufatti, di cave di materiale lapideo e di cisterne per l’acqua, così come la sovrapposizione di edifici, dando vita ad un groviglio di strutture non sempre facile da dipanare. Il lavoro di Carlo Leggieri e della sua associazione, spesso svolto in collaborazione con altre realtà associative locali, è appunto quello di restituire alla città interi pezzi della sua più remota e dimenticata identità storico-artistica.
 

Part. di uno degli ipogei di via S. Maria Antesaecula

Part. dell’ipogeo ellenistico di Vico Traetta, Napoli

ALCUNE TESTIMONIANZE PREZIOSE E L’AIUTO DEL CASO

Nella ricerca di questa Napoli apparentemente ”perduta” un ruolo chiave hanno giocato alcuni antichi testi di storici locali, testimoni diretti della sua persistenza attraverso i millenni, ma non è mancato l’importante contributo del caso, offerto da indagini sulla statica di alcuni edifici eseguite all’indomani del sisma del 1980, che hanno permesso l’individuazione di alcuni degli antichi ipogei presenti nel Rione, quelli di Vico Traetta 2. Il primo a scrivere di queste tombe ellenistiche, nel ‘600, fu il canonico Carlo Celano autore della guida ”Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli”opera nella quale troviamo un riferimento proprio al tratto di necropoli recuperato più di recente, in Vico Traetta, parte di un complesso che – spiega Carlo Leggieri – “si sviluppava lungo un fronte di circa 80 metri in senso est-ovest, con le tombe affiancate e tutte orientate in senso nord-sud mostrando quindi il loro prospetto principale verso la città di Neapolis.” Scrive il Celano: “Nell’anno 1685 nella casa di Francesco de Mari, non lontana dalla chiesa della Sanità, vi si trovò un luogo di cimitero con molte urne, che stimasi essere stato di Epicurei, per una iscrizione che vi si trovò sopra una delle già dette urne (…). Sopra dell’altre urne vi erano alcuni nomi scritti in greco…”. Di questo stesso luogo, come di altri, sarebbe tornato a parlare nel 1888, Michele Ruggiero, Soprintendente ai Monumenti del Regno d’Italia, nel suo volume “Degli scavi di antichità nelle province di terraferma dell’antico regno di Napoli dal 1743 al 1876″, corredato di alcune tavole che ci mostrano lo stato del luogo ai suoi tempi, incluse alcune iscrizioni e affascinanti tracce di affreschi ancora oggi visibili (v. immagini seguenti).
 

Planimetria e scala di accesso all'ipogeo di Vico Traetta descritto dal Ruggiero

Planimetria e scala di accesso all’ipogeo di Vico Traetta descritto dal Ruggiero, Tav. 1 e 2 tratte dall’opera citata, 1888

Al Ruggiero – che addirittura acquistò la casa di Vico Traetta 2 citata dal Celano – sfuggì tuttavia la funzione di alcuni elementi strutturali solo di recente identificati come appartenenti all’Acquedotto Augusteo del Serino che avrebbe finito con l’intersecare il fronte monumentale delle più antiche camere sepolcrali ellenistiche. Ecco cosa scrive il Ruggiero: “Sepolcri parimente cavati nel suolo di tufo che si estende sotto a questa contrada erano stati in diversi tempi scoperti nelle vicine strade dei Vergini, dei Cristallini e della Sanità (…) Potendo io riferire qualche notizia più precisa di uno di questi sepolcri che fu veduto nel 1685 come afferma il Celano, e inconsideratamente spogliato come si usava a quel tempo, mi è sembrato questo il più opportuno luogo per lasciarne ricordo. Il sito è sotto ad una modesta casa in capo al cortissimo vicolo Traetta n. 2, posseduta a quel tempo da un Francesco Mari ed ora venuta in mia proprietà nel febbraio del 1886 per donazione di un mio fratello don Gaetan Luigi Ruggiero…”
 

Ambienti con iscrizioni e tracce di affreschi dell'ipogeo descritto dal Ruggiero nell'opera citata, 1888

Ambienti con iscrizioni e tracce di affreschi dell’ipogeo di Vico Traetta descritto dal Ruggiero nell’opera citata, 1888

Dopo aver quindi segnalato la presenza, all’imbocco di una scala della casa, di “qualche avanzo di antica fabbrica reticolata”, Ruggiero descrive la “discesa al sepolcro”, possibile da “un canto del lato sinistro del cortile, per una scaletta in principio disagiata e scontorta che si dimostra chiaramente moderna”. Quindi spiega come il sepolcro avesse “tre celle o stanze cavate nel masso sotto tre cieli tagliati in forma di volte schiacciate con una semplice fascia all’imposta” e come “le volte, le fasce e le pareti” fossero “coverte di stucco”. Entra quindi in altri dettagli sulle caratteristiche del luogo e sulle mutazioni posteriori subite, e prosegue ricordando come “in quel poco d’intonaco che avanza nella parete della cella di mezzo in faccia a chi scende si veggono ancora…quegli ornamenti o simboli con le tre lettere greche, forse desinenza di qualche nome sparito”. Il riferimento è alle figure di due candelabri a stelo lungo in metallo da cui pende una patera biansata, sovrastati da una lucerna bilicne (ossia a doppia fiammella) color oro, e a tre coroncine intrecciate e colorate da cui pendono alcuni nastri, appese a chiodi di cui l’artista ha riprodotto l’ombra in prospettiva con straordinario effetto trifimensionale. Il dato soprendente è che il luogo, riportato alla luce dell’Ass. Celanapoli, è rimasto quasi identico a come lo vide Ruggiero circa un secolo e mezzo fa.
 

Particolare del vano con tracce di affreschi - Image courtesy by Marco Placidi ©

Particolare del vano con tracce di affreschi – Image courtesy of Marco Placidi ©

Olte alle ”tre celle” menzionate dal Ruggiero, è tornato alla luce anche un adiacente ambiente rettangolare con volta a botte, resti di otto sarcofagi addossati alle pareti e l’antica scala d’accesso all’ipogeo con un tratto della rampa ben conservato. Rispetto ad altri ambienti simili della necropoli, questa sala ha conservato integro il piano pavimentale, non essendo stato intaccato dalle attività di cava dei secoli successivi. Oggi tutta questa struttura funeraria è accessibile attraverso una stretta scala, la stessa percorsa nel ‘600 dal Celano e nell’800 dal Ruggiero, nata per dare accesso a una cava che occupò i precedenti ipogei e che successivamente fu riutilizzata come cisterna. Carlo Leggieri ha dedicato circa tre anni a liberare questi ambienti funerari da detriti e rifiuti, creando le condizioni per una pubblica fruizione.
 

Scorci dell'ipogeo funerario ellenistico di Vico Traetta, Napoli - Image courtesy of Marco Placidi ©

Scorci dell’ipogeo funerario ellenistico di Vico Traetta 2, Napoli – Images courtesy of Marco Placidi ©

L’ipogeo di Vico Traetta è solo uno degli almeno 11 ipogei ellenistici individuati nel Rione Sanità – dislocati tra via Arena alla Sanità, via Santa Maria Antesaecula, vico Traetta, via Vergini, via Cristallini e via Foria – alcuni dei quali accessibili, altri del tutto inglobati nelle fondazioni di fabbricati di epoca successiva. Articolate su due livelli – quello superiore, che dava sulla via, adibito a vestibolo, dove si svolgevano i riti funebri, e quello inferiore a camera funeraria accessibile attraverso una scala (dromos) collegata al vestibolo – queste tombe furono fatte intagliare nel banco tufaceo dall’aristocrazia greco-sannitica di Napoli quali loro dimore eterne, manufatti che per importanza dell’impianto architettonico e raffinatezza degli affreschi riportano a modelli d’ambito macedone, alessandrino e tarantino. In età classica, lungo la pubblica via, erano visibili i loro scenografici prospetti, mentre oggi l’intera loro struttura, per via dell’interramento prima descritto, giace tra gli 8 e i 10 metri di profondità; una condizione che, per molti di essi, non ha impedito il riutilizzo nei secoli come cave, cisterne, rifugi antiaerei durante l’ultima guerra mondiale e anche depositi di materiali di risulta.
 

Il Rione Sanità in un part. della Mappa di Napoli di Bastiaen Stopendaal, 1663

Il Rione Sanità, sempre più urbanizzato, in un particolare della Mappa di Napoli dell’olandese Bastiaen Stopendaal, 1663

L’IPOGEO DEI TOGATI

A poca distanza dall’ipogeo di Vico Traetta, si trova quello di Via Santa Maria Antesaecula 126 individuato a seguito delle indagini disposte dal comune di Napoli sulla statica di alcuni edifici dopo il sisma del 1980. Il rinvenimento di due botole consentì di rilevare la presenza delle antiche strutture. Per raggiungere l’ipogeo occorre prima scendere di oltre 5 metri in uno scantinato d’epoca successiva, usato come rifugio antiaereo privato durante l’ultima guerra. Il suo pavimento copre parzialmente la tomba ellenistica di cui sovrasta l’ambiente vestibolare, purtroppo alterato da interventi seicenteschi. La presenza su una parete del vestibolo di due piccole nicchie destinate a contenere delle urne cinerarie, testimonia invece del riuso del luogo in epoca romana, con un rito funerario diverso da quello greco che invece prevedeva l’inumazione in sarcofagi di pietra. Scendendo verso la camera funeraria vera e propria si scorge lo straordinario frammento di un altorilievo scolpito nel tufo, raffigurante una scena di commiato funebre (fides): si riconoscono le parti inferiori di una figura femminile con chitone e himation e di una figura maschile con toga e calzari (calcei). Sulla loro destra si nota il contorno di una figura felina accovacciata, purtroppo asportata in epoca imprecisata. Sfortunatamente la parte superiore delle due figure rimane obliterata da un arco con funzione di sottofondazione dell’edificio sovrastante.
 

Frammento di altorilievo con scena di commiato funebre (fides) - Image courtesy of Antonio Giordano ©

Frammento di altorilievo con scena di commiato funebre (fides) – Image courtesy of Antonio Giordano ©

Attraverso un varco aperto su una parete, e col supporto di una torcia elettrica, si riesce a intravedere la camera funeraria a pianta rettangolare, con volta con sesto ribassato che si stacca da una cornice a rilievo estesa su tutti i lati. Oggi questo ambiente è ancora occupato, per oltre la metà della sua altezza, da circa 30 metri cubi di materiali alluvionali, e poiché si suppone che il luogo non sia stato molto interessato dall’azione dei tombaroli, non si esclude che ulteriori scavi possano restituire le sepolture nel loro stato originario.
 

Ricostruzione 3D dell'area extra moenia di Neapolis adibita a necropoli - Image by Marco Mellace | Flipped Prof.

Ricostruzione 3D dell’area extra moenia di Neapolis adibita a necropoli – Image by Marco Mellace | Flipped Prof.

L’IPOGEO DEI MELOGRANI

Sempre in Via Santa Maria Antesaecula 126, muovendo dal lato sinistro del cortile attraverso una scala articolata in tre rampe, si raggiunge il vestibolo dell’Ipogeo dei Melograni, nel quale si entra da un varco successivamente aperto sul suo lato posteriore. Soggetto ad alterazioni dovute ad esigenze statiche del fabbricato che lo sovrasta, è oggi attraversato da un grosso arco in muratura. Diversamente dall’Ipogeo dei Togati, sul lato sud di questo vestibolo si riesce ancora a vedere l’ingresso originario che dava direttamente sulla strada antica e che risulta rifinito sul fronte esterno da una modanatura. Soffermandosi nel vestibolo si possono cogliere le tracce di successivi riutilizzi, testimoniati innanzitutto da un bancone in muratura addossato a una parete: “Qui si svolgevano attività di macellazione – spiega Carlo Leggieri – tant’è che ad una profondità maggiore rispetto a quella della camera funeraria, c’è un altro ambiente un tempo adibito a chianca, termine che in napoletano identifica il locale dove si conservavano le carni, e questo è uno dei rari esempi d’epoca sopravvissuti. Al suo interno si raggiungeva in modo naturale una temperatura in grado di garantire la conservazione”. 
 

Scorcio della camera funeraria dell'Ipogeo dei Melograni - Image courtesy of Antonio Giordano ©

Scorcio della camera funeraria dell’Ipogeo dei Melograni – Image courtesy of Antonio Giordano ©

Altro tipo di riutilizzo di questo ipogeo è stato quello di rifugio antiaereo: “Durante l’ultima guerra – prosegue Leggieri – il civico 126 di Via Santa Maria Antesaecula fu ufficialmente adibito dal Ministero dell’Interno a questo scopo, e ciò ha comportato una serie di opere tra cui la costruzione di una nuova scala, in sei rampe, scavata nel tufo con pregevole tecnica costruttiva, la quale ha sfondato il livello di interpiano tra il vestibolo e la camera funeraria, ambienti la cui scala di collegamento è andata presubilmente distrutta nello stesso periodo. Con la sua prima rampa essa raggiunge dall’esterno l’accesso alla camera funeraria e poi prosegue fino alla predetta chianca”. Tornando alle origini del luogo, scopriamo che questo ipogeo ha un’altra importante peculiarità, cioè aver mantenuto nella camera funeraria gran parte degli affreschi che la decoravano.
 

Dettaglio della teoria di frutta dipinta sulla

Dettaglio della teoria di frutta dipinta sulla cornice perimetrale della camera funeraria

Sulla superficie a stucco della cornice perimetrale, dove s’imposta la volta a sesto ribassato, troviamo infatti una teoria di frutta, tra mele cotogne, pigne e melagrane, intercalate da un uovo, tutti tradizionali simboli di fecondità ricorrenti in ambito funerario perché legati alla concezione misteriosofica del ciclo vita-morte-rinascita. Sulla parete nord spicca invece un elegante tripode in bronzo che sorregge una lucerna bilicne, probabile riferimento alle rituali pratiche funebri. Leggibili lungo le pareti sono le tracce di dieci sarcofagi, quattro su ciascuno lato lungo e due su ciascun lato corto, purtroppo in gran parte distrutti. Ulteriori elementi di grande interesse sono lo spigolo vivo dell’accesso sulla faccia sud, che conserva incisi segni riconducibili al suo tracciamento da parte dei maetri lapicidi, e tre filari di blocchi isodomi incassati nella parete ovest praticamente a secco, cioè senza tracce di malta.
 

Affresco della parete nord con tripode e lucerna bilicne - Image courtesy of Antonio Giordano ©

Affresco della parete nord con tripode e lucerna bilicne – Image courtesy of Antonio Giordano ©

IPOGEI DEI CRISTALLINI

Concludiamo questo nostro viaggio nel mondo delle tombe ellenistiche di Napoli con un altro gruppo di affascinanti ipogei le cui occasioni di visita, offerte dall’attuale proprietario privato, sono purtroppo rarissime, quindi ve ne mostreremo solo uno, la Tomba C o della Medusa, e lo faremo attraverso le bellissime tavole pubblicate da Giulio De Petra nel 1898 insieme al suo scritto Di un antico ipogeo scoperto a Napoli (in Monumenti Antichi, 8, 1898). Si tratta dei quattro Ipogei dei Cristallini, così chiamati dal nome della Via dei Cristallini in cui sono ubicati. A scoprirli, nell’ottobre del 1888, sotto il cortile del proprio palazzo al civico 133, fu il barone Giovanni Di Donato che, nel maggio 1889, diede inizio a sue spese alla esplorazione di alcuni ambienti individuati a 12 metri di profondità e alla rimozione del terreno alluvionale, proseguita fino al 1896. Un lavoro che ha permesso di riportare alla luce 4 tombe contigue ma indipendenti, completamente scavate nel tufo e destinate a ospitare molteplici deposizioni. Anche in questo caso si ripete il consueto schema architettonico con una stanza superiore vestibolare dalla quale si accede, tramite una scala interna, alla camera funeraria con volta a botte posta al livello inferiore e contenente i sarcofagi a kline allineati alle pareti (questo tipo di sarcofagi a forma di lettino è uno degli elementi unificanti delle tombe greche ritrovate a Napoli).
 

Prospetto dell'accesso all'Ipogeo della Medusa (tav. di G. De Petra, 1898)

Tavola I raffigurante il lato interno dell’accesso alla camera funeraria della Tomba C detta della Medusa (G. De Petra, 1898)

L’accesso ai vestiboli era costituito da una porta fiancheggiata da semicolonne scanalate intagliate nel tufo. Sulla parte superiore della facciata, la presenza di alcune tracce sopra l’architrave ha fatto ipotizzare l’originaria presenza di un timpano. Sempre sulla facciata sono visibili rilievi raffiguranti scene di dexiosis ossia di simbolico saluto tra vivi e morti, tramite stretta di mano, accompagnate dalla scritta chaire, ovvero “addio”. Relativamente omogeneo è anche l’aspetto interno delle camere funerarie, con sarcofagi scolpiti e dipinti, un apparato decorativo e suppellettili di vario genere. A distinguersi però per ricchezza e conservazione dell’apparato decorativo è la Tomba C, quella con la testa di Medusa,  la più grande del gruppo e la prima che si incontra scendendo la scala fatta costruire dal barone Di Donato per collegare le quattro tombe. L’accesso al suo vestibolo è costituito da una porta di tipo dorico, sormontata da un architrave modanato e fiancheggiata da due colonne scanalate poggianti su un parallelepipedo con bordo superiore modanato. È questo un insieme di elementi che, unitamente ad altri andati perduti, doveva conferire alla tomba un aspetto monumentale, in origine pienamente visibile dalla pubblica strada. Il vestibolo, collegato alla camera funeraria da 11 scalini dipinti di rosso, presenta lungo le pareti un bancone e una trapeza (tavolo), che lasciano intuire la destinazione originaria di questo vano alle offerte e alle cerimonie funebri. Sulle pareti figurano dipinte tre corone di fiori di varia natura e, nella parte più alta, un fregio con grifi trionfanti ad ali spiegate, alternati ad elementi floreali e a testine maschili e femminili.
 

Una delle pareti della camera funeraria della Tomba C o della Medusa (G. De Petra, 1898)

Tavola 2. Sarcofagi a kline lungo una delle pareti della camera funeraria della Tomba C presso l’Ipogeo dei Cristallini (G. De Petra, 1898)

Entrando nella camera funeraria – più ampia rispetto al sovrastante vestibolo – lo sguardo viene catturato dal ricco apparato decorativo, a cominciare da due candelabri a lungo stelo, una brocca d’argento (oinochoe) e due festoni di foglie d’alloro da cui pende una patera dorata, dipinti ai fianchi della porta di tipo dorico, a sua volta sovrastata da un lucernario che riceve luce dal vestibolo (v. sopra Tav. 1). Osservando da vicino la patera, sotto le sue due anse si nota una scena di nozze sacre (ierogamia) tra Dioniso e Arianna, motivo iconografico che, come la struttura architettonica e l’apparato decorativo dell’ipogeo, rimanda alla cultura macedone del periodo di Filippo II, filtrata nel sud Italia soprattutto attraverso la mediazione di Taranto. Spicca poi la cornice aggettante, ornata da una fascia di astragali e dentelli, che corre lungo la linea d’imposta della volta, sulla quale sono state rinvenute, ordinatamente allineate, decine di mele cotogne, melagrane e pere in terracotta, a grandezza naturale. Le pareti della camera sono suddivise da pilastrini (paraste), quattro dei quali, con capitelli ornati con palmette, si trovano agli angoli, mentre uno al centro della parete di fondo e due su entrambe le pareti laterali, hanno capitelli ornati con una testina di Medusa. Tra questi pilastrini, sui quali poggia la cornice aggettante con la teoria di frutti in terracotta, figurano dipinti dei festoni di foglie legate da fasce dorate da cui pendono delle bende rituali (infule).
 

La parete di fondo della camera funeraria con testa di Medusa (G. De Petra, 1898)

Tavola 3. La parete di fondo della camera funeraria con testa di Medusa (G. De Petra, 1898)

Sulla parete di fondo, al centro della cornice – preceduta da una doppia coppia di semicerchi fatti di infule, sostenuti da rami di mirto resi nei dettagli e appesi a lunghi chiodi tratteggiati in prospettiva – una magnifica testa di Medusa (gorgoneion) alta 60 cm, scolpita e sovrapposta a un’egida dipinta con intreccio di foglie e serpenti, scruta l’osservatore con le labbra dischiuse e un enigmatico sguardo che sembra concentrare in sè tutti i misteri dell’Oltretomba.
 

La Medusa dell'Ipogeo dei Cristallini - Image courtesy of Carlo Leggieri ©

La Medusa dell’Ipogeo dei Cristallini – Image courtesy of Carlo Leggieri ©

Lungo le pareti, scolpiti nel tufo, si stagliano otto sarcofagi – tre su ciascuno dei lati lunghi e due su quello di fondo – che hanno forma di lettino (kline), ciascuno con materasso e doppi cuscini. Al momento della scoperta vi furono trovate poche ossa insieme a delle olle, alcune delle quali ripiene di cenere; su un lato fu inoltre notata la presenza di un pozzetto profondo 3 metri, probabile deposito di ciclica raccolta delle ossa. Ricca è la decorazione dei piedi di questi letti, dipinti a doppie volute ioniche, palmette e finte gemme incastonate, che riproducono gli ornamenti di piedi di troni e di klinai del IV sec. a.C. documentati in Macedonia. Materassi e cuscini, così come il campo inferioresono dipinti d’azzurro. Il pavimento della camera, realizzato in cocciopesto con fondo rosso sparso di pietruzze bianche, presenta al centro una decorazione a stella dipinta su stucco, così come a stucco è la fascia che ne segue il perimetro. Ad attirare l’attenzione è infine una serie di iscrizioni parietali, tra cui spicca quella riferita ad Aristagora, figlia di Cherea, sacerdotessa di Leucotea, importante e isolata testimonianza della presenza a Napoli del culto di questa divinità marina. Nell’iscrizione – come riporta lo storico Gennaro Aspreno Galante, primo studioso a pubblicare l’Ipogeo dei Cristallini nel 1895 -, si fa “divieto di collocare ivi altra defunta…comminandosi sacra imprecazione”, dopodiché il padre conclude con un saluto alla figlia, “figlia addio”, un semplice ma toccante commiato funebre che compare spesso associato ai nomi degli inumati nelle tombe dell’antica Neapolis.
 

Part. della parete di fondo della camera funeraria con testa di Medusa (G. De Petra, 1898)

Part. della parete di fondo della camera funeraria con testa di Medusa (G. De Petra, 1898)

La visita agli Ipogei dei Cristallini prosegue nelle altre tre tombe, simili nella struttura generale e la cui suggestione – più che dallo stato di conservazione, spesso alquanto alterato da manomissioni dei secoli successivi – è data dalla persistenza di una molteplicità di tracce che ne attestano una continuità di utilizzo a scopo funerario almeno fino all’età imperiale romana. Ci si muove così tra sedili per i partecipanti alle cerimonie rituali e ripiani per la deposizione delle offerte funerarie, rilievi con scene di commiato tra vivi e morti, molteplici nicchie con olle cinerarie, cippi funebri, resti di affreschi e lastre in terracotta o in marmo con scene ispirate all’Oltretomba. Notevole la quantità di iscrizioni, tracciate direttamente sulle pareti oppure incise su stele in greco e in latino, frasi per lo più di saluto al defunto, protagonista assoluto sull’estremo confine col Mistero.

Lasciamo gli Ipogei dei Cristallini, meta finale di questo nostro viaggio, e lo facciamo con un flashback: l’immagine del barone Di Donato che, entrando per la prima volta in quei bui recessi, così pregni di memorie storiche e di umane emozioni, scorse nella tomba della Medusa una catenella sospesa a un gancio fissato sulla volta, sostegno un tempo di una lucerna bilicne in bronzo rovinata al suolo tra il terriccio alluvionale e là ritrovata dopo duemila anni. Due oggetti che simbolicamente ci riportano al tempo in cui una coltre di terra e l’oblio degli uomini avrebbero a lungo oscurato una importante pagina della storia di Napoli. Finalmente, dopo oltre 20 secoli, quella lucerna è tornata a riaccendersi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

BIBLIOGRAFIA:
Gennaro Aspreno GalanteIl sepolcreto greco ritrovato a Napoli sotto il palazzo Di Donato in via Cristallini ai Vergini, in Atti della Reale Accademia di archeologia, lettere e belle arti,  Vol. XVII 1893-96, Napoli, 1896
Ida Baldassarre, Documenti di pittura ellenistica da Napoli, in A. Rouveret (a cura di): L’Italie méridionale et les permières expériences de la peinture hellénistique, Parigi / Roma 1998
Giulio De Petra, Di un antico ipogeo scoperto in Napoli, in Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti antichi, n. 8, 1898
Michele Ruggiero, Degli scavi di antichità nelle province di terraferma dell’antico Regno di Napoli dal 1743 al 1876, Napoli 1888
Lucia A. Scatozza Höricht, Dioniso e Arianna in un ipogeo dei Cristallini: la religiosità dionisiaca dei chariestatoi di Neapolis, in Mélanges de l’École française de Rome – Antiquité, Studi ostiensi. Quarto seminario – Varia, 130-2, Roma, 2018
Contatti e prenotazione visite:
Ipogei ellenistici: Associazione Celanapoli, via Santa Maria Antesaecula 126/29
Carlo Leggieri | 347 559 72 31 | carlo.celanapoli@gmail.com
Acquedotto Augusteo: Associazione VerginiSanità, via Arena della Sanità 5 | 328 1297472 | www.verginisanita.it

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