Una scoperta in Marocco retrodata di 100mila anni le origini dell’Homo sapiens

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L’ex sito minerario di Jebel Irhoud, sede della scoperta – Ph. © Shannon Mcpherron, Mpi Eva Leipzig

di Alessandro Novoli

Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature va a rivoluzionare quanto già noto sui primi individui di Homo Sapiens, sino ad oggi ritenuti originari dell’Etiopia in base ad evidenze fossili ritrovate a Omo Kibish e risalenti a circa 195 mila anni fa. Gli esiti dell’indagine spostano infatti l’attenzione dall’Africa Orientale ad una savana dell’odieno Marocco, nell’ex sito minerario di Jebel Irhoud (100 chilometri a est di Marrakesch), da tempo area di indagine archeologica, e ci portano sulle tracce di un accampamento di esseri umani che agivano intorno al fuoco con i loro utensili in pietra (forse muniti di manico in legno).

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Ricostruzione del cranio di uno degli ominidi di Jebel Hiroud – Ph. © Philipp Gunz, Mpi Eva Leipzig

Le analisi di questi arcaici strumenti hanno rivelato come tali uomini siano vissuti fra i 300 e i 350 mila anni fa, facendo quindi retrodatare di 100mila anni l’origine dell’Homo sapiens, la specie umana a cui appartiene l’uomo moderno. Strumenti sofisticati hanno infatti permesso accertamenti impensabili fino a poco tempo fa consentendo di identificare quelli che Jean-Jacques Hublin – scienziato del tedesco Max-Planck Institute alla guida del gruppo internazionale di paleontologi autore della scoperta – definisce “i resti umani più antichi riferiti all’Homo sapiens”.

I resti di almeno 5 ominidi – soprattutto teschi, mandibole e denti – noti fin dagli anni ’60, sono stati analizzati con varie tecniche fra cui quelle di luminescenza e i relativi dati incrociati con quelli ricavati da altri materiali rinvenuti nei pressi dei reperti ossei: in particolare selci lavorate e resti di animali che – spiega Teresa Steele, paleoantropologa dell’Università di California, membro del team di studiosi – hanno consentito anche di ricostruire la dieta di questi nostri lontani progenitori, risultata essere a base di cacciagione (gazzelle, gnu, zebre), uova di struzzo, molluschi, tartarughe, istrici e serpenti.

Jean-Jacques Hublin

ll paleontologo Jean-Jacques Hublin intento ad analizzare i fossili nel sito di Jebel Irhoud – Ph. Shannon Mcpherron

Le sofisticate tecniche di indagine hanno quindi permesso di correggere una precedente datazione che riportava i reperti ad un’epoca molto più recente; i nuovi risultati hanno infatti stravolto tutto dimostrando come la biologia dell’uomo moderno non sia emersa in modo rapido circa 200mila anni fa, ma si sia evoluta gradualmente negli ultimi circa 400mila anni. Gli ominidi marocchini presentano infatti tratti già simili a quelli dei sapiens - soprattutto per quanto concerne la forma del viso e i denti – mentre il cranio presenta ancora similitudini con quello dei loro predecessori. “La faccia di questi primi sapiens – dice Jean-Jacques Hublin - è quella di qualcuno che potremmo incontrare tutti i giorni nella metro. I nostri nuovi dati rivelano che Homo Sapiens non è nato in Africa orientale 200mila anni fa, ma si è diffuso nell’intero continente africano intorno a 300mila anni fa”.

Più cauta la “lettura” di Giorgio Manzi, paleontologo della Sapienza di Roma, il quale preferisce non sottovalutare la forma ancora allungata del cranio e “la mancanza del mento, che è invece una delle caratteristiche dei sapiens”, ritenendo altresì che “il vero salto di specie si ha solo con l’evoluzione del cervello, che è determinata da profondi cambiamenti genetici”, dato a suo avviso riscontrabile nei crani etiopi, dalla forma tondeggiante simile alla nostra, ma non in quelli marocchini “ancora a forma di palla di rugby”. Gli ominidi marocchini apparterrebbero quindi a una sorta di specie di transizione. Una posizione che risulta condivisa anche da altri accademici internazionali estranei allo studio pubblicato su Nature. La discussione è aperta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mandibola di un individuo adulto rinvenuta nel sito marocchino di Jebel Irhoud. Secondo gli studiosi i denti ricordano quelli degli esseri umani moderni – Ph. © Jean-Jacques Hublin, Mpi-Eva, Leipzig

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