Scoperti a Ceglie Messapica tombe e corredi del III-II sec. a.C. Forse una necropoli, ora a rischio distruzione

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Esempio di vaso messapico, IV sec. a.C. - Ph. Marie-Lan Nguyen | Public domain

Esempio di vaso messapico, trozzella, IV sec. a.C. – Ph. Marie-Lan Nguyen | CCBY2.5

di Kasia Burney Gargiulo

Accade da tempo in Italia che scoperte archeologiche di grande interesse passino sotto silenzio per totale mancanza di comunicazione. Ed è già tanto se ne sono messi al corrente gli studiosi. E’ davvero grave che ciò avvenga in un paese come il nostro nel quale ogni ritrovamento potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova storia da raccontare ad italiani e stranieri, la base su cui costruire un’economia della cultura e del turismo tale da far impallidire qualsiasi altro paese al mondo. E invece ciò non succede: si dice che l’Italia ha ”troppa roba” e che ”i soldi sono pochi”, ma questo è il solito alibi di comodo utilizzato da chi non ha altri argomenti validi per giustificare decenni di inettitudine in un settore, come quello dell’archeologia, nel quale all’estero – con mezzi di gran lunga inferiori ai nostri – si costruiscono quotidianamente fortune.

Ignoranza, inettitudine, difesa di interessi particolaristici poco trasparenti, sono i ”mali” che sempre più frequentemente ammorbano il settore dell’archeologia in Italia, con ciò che ne consegue in termini di: devastazioni di aree pur inizialmente ritenute di primario interesse (v. i casi del villaggio neolitico di Palese o del supermercato costruito sulla preziosa area industriale dell’antica Pompei), di degrado e distruzione di aree archeologiche già scavate e scientificamente riconosciute come importanti (v. il caso del crollo in mare di una parte della colonia magnogreca di Kaulonia o dei continui cedimenti strutturali negli Scavi di Pompei), di ritrovamento, scavo  e ricopertura di importanti resti antichi per cronica carenza di fondi, a fronte di vergognosi sperperi in altri settori della Pubblica Amministrazione (è il caso dei bellissimi mosaici con draghi e delfini di Kaulonia). A tutto ciò si aggiunga la mancanza totale di promozione di siti di straordinario interesse (è il caso di Castiglione di Paludi o della Villa romana di Casignana, entrambi in Calabria) e l’assenza o il grado davvero infimo di informazione e di coinvolgimento dei cittadini che in troppi casi accompagna le nuove scoperte (è il caso degli scavi compiuti di recente a Capo Colonna, di cui nulla ad oggi si conosce, o quello recentissimo delle tombe ritrovate a Ceglie Messapica, di cui andiamo ora a parlarvi).

SCOPERTE A CEGLIE MESSAPICA TOMBE DEL III-II SEC. a.C. FORSE PARTI DI UNA PIU’ AMPIA NECROPOLI. IL SITO CORRE SERI RISCHI DI DISTRUZIONE

Se si esclude qualche sito web locale che ha ripreso la notizia dalla stessa fonte, l’unica testata giornalistica ad averne parlato finora è il noto quotidiano on line Affari Italiani. E’ paradossale, se non ridicolo, che una scoperta archeologica – evento tutt’altro che inusuale per il nostro Paese – debba rimanere avvolta nel silenzio, e che darne notizia debba assumere il carattere dello scoop. Parliamo del ritrovamento a Ceglie Messapica, cittadina di 20 mila abitanti in provincia di Brindisi, di alcune tombe di epoca messapica risalenti al II e III secolo a.C. che, stando alle notizie raccolte sul posto, sarebbero di eccezionale importanza storica. Le tombe sono affiorate durante i lavori di sbancamento e scavo per la costruzione di una nuova chiesa nella parrocchia di Don Guanella.

L’affiorare di sempre nuovi raperti, man mano che si prosegue nello scavo, fa pensare alla possibilità di essersi imbattuti nel ritrovamento di una necropoli, potenziale fonte di ulteriori sorprendenti scoperte. A sentire le testimonianze raccolte da Affari Italiani, i rinvenimenti risalirebbero al 26 maggio, al primo e al 5 giugno scorsi. Le tombe ritrovate sarebbero due o tre, fra cui quella in cui giacevano i resti di una bambina di 7-8 anni circondati da un corredo funerario, secondo l’uso del tempo. Nelle vicinanze di queste tombe sarebbero inoltre stata trovata una serie di anfore contenenti dei feti, secondo un tipo di sepoltura definito enchytrismos.

Numerosi sarebbero gli oggetti in ceramica emersi durante lo scavo e tali da poter contribuire alla ricostruzione della vita quotidiana di questo antico popolo che aveva conquistato tutta l’area dell’attuale Salento e che ebbe in Ceglie la sua capitale militare, ubicata com’è su un promontorio in posizione dominante sull’intera area circostante e in antico circondata da tre o quattro muraglioni invalicabili. Le tombe hanno inotre restituito fibule, monete ed altri oggetti tipici dei corredi funerari e rivelato un carattere di unicità in quanto ricavate nella roccia affiorante utilizzata dal popolo messapico per l’estrazione della pietra, isolato esempio di cava ad oggi conosciuto per questa civiltà. Interpellato sull’argomento da Affari Italiani”, il professore di Archeologia Classica Giovanni Mastronuzzi, del Dipartimento di Beni Culturali di Lecce, ha dichiarato che la cava ritrovata a Ceglie nei pressi delle tombe, potrebbe addirittura essere stata utilizzata per costruire i templi di Metaponto, fra cui le celebri Tavole Palatine, il che aprirebbe nuove ed affascinanti prospettive di conoscenza anche sulle antiche colonie greche.

Gli scavi intanto sono proseguiti con le ruspe, strumenti utili allo sbancamento del terreno ma totalmente inappropriati per una indagine archeologica seria che al momento non è dato sapere se sarà mai avviata. Certo è, com’era prevedibile, che il sottosuolo di Ceglie si conferma ricco di testimonianze storiche capaci di offrire l’apertura di nuovi ed interessanti fronti di ricerca e di conoscenza. Prima che Affari Italiani si occupasse del caso, in pochi a Ceglie sapevano della scoperta ed ora aumenta la preoccupazione di fronte alla prospettiva che la realizzazione della chiesa lasci passare in secondo piano qualsiasi interesse di tutela storico-culturale, con conseguente distruzione o cementificazione del sito. Del resto, dicono a Ceglie, non sarebbe la prima volta che simili scoperte sono rimaste nascoste ed ignorate. Stessa preoccupazione giunge anche da due sodalizi di cegliesi rispettivamente di Milano e Varese, i quali con una lettera aperta hanno lanciato un’appello firmato da 29 persone, con cui chiedono la tutela e la valorizzazione della necropoli messapica individuata nei pressi dell’opera Don Guanella.

Fra i primi ad essersi posti il problema di cosa ne sarà di tale ritrovamento c’è Vito Amico, responsabile di Speleocem, l’associazione di speleologi volontari abili conoscitori del sottosuolo di Ceglie, terra di grotte, cunicoli e specchie, ma anche contrada di trulli e di un ambiente di straordinaria biodiversità. Amico, intervistato da Affari Italiani, invoca l’intervento del Comune quale istituzione che prima di ogni altra dovrebbe manifestare interesse alla salvaguardia del sito ma, a quanto pare, la Pubblica Amministrazione locale non ha ancora preso alcuna posizione sulla vicenda. Inoltre – dice lo speleologo – la Curia che è diretta interessata alla costruzione della nuova chiesa, potrebbe, se debitamente sollecitata, provvedere all’aggiornamento del progetto, spostando di pochi metri l’edificio da realizzare.  Occorre dunque prendere rapidamente delle decisioni per evitare che l’area sia devastata dalle ruspe e che gli oggetti ritrovati finiscano in qualche scantinato di museo, fra l’indifferenza generale, rinunciando ancora una volta a trasformare delle preziose testimonianze storiche nello strumento principale di una intelligente politica culturale e turistica.

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