Pompei Gold | Live at Pompeii il film-documentario cult dei Pink Floyd girato negli scavi della città vesuviana

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Campania – L’Anfiteatro di Pompei, set principale del film-documentario Live at Pompeii dei Pink Floyd, 1972 – Photo by Kari Bluff |CCBY-ND2.0 | Il logo in alto è di SunOfErat | Public Domain

di Kasia Burney Gargiulo

Nei 1935 anni che ci separano dalla sua distruzione ad opera del Vesuvio in eruzione, Pompei è stata fonte di ispirazione e suggestione per le arti nelle loro più variegate espressioni. In questo oscuro momento storico nel quale il suo lascito di cultura e civiltà e la sua memoria vengono quotidianamente calpestate attraverso un’incuria che non ha precedenti e alla quale la nuova gestione dell’area archeologica sta tentando di finalmente di porre rimedio, ho pensato di ripercorrere alcuni di quei momenti che in ogni epoca hanno visto Pompei diventare a vario titolo modello di riferimento per la pittura, le arti decorative, la letteratura, la musica, il teatro, il cinema. Non seguirò alcun ordine cronologico, limitandomi ad assecondare l’istinto del momento. Inizio così dalla “fine”, ossia da quel Novecento nei cui ultimi anni è stato maggiormente coltivato il seme del degrado, un degrado che sta irrimediabilmente incrinando quello che forse può ritenersi il più grande “specchio” che il Caso, la Natura, il Destino – chiamiamolo come vogliamo – ha lasciato all’Occidente; uno specchio in cui riflettersi e scoprire ciò che siamo stati, ciò che per molti versi siamo ancora, e che continueremo ad essere sempre. Pompei è la nostra umanità. Pompei siamo noi. Come scriveva nell’Ottocento il grande Hermann Melville nel suo “Diario Italiano”Pompei è uguale ad ogni altra città. La stessa antica umanità. Che si sia vivi o morti non fa differenza. Pompei è un sermone incoraggiante. Amo più Pompei che Parigi.”

Iniziamo così da Live at Pompeii un film-documentario che è diventato un cult per gli amanti del rock e della band britannica dei Pink Floyd*, gruppo che dalla seconda metà degli anni sessanta fino a tempi a noi recenti è riuscito a tracciare da protagonista un percorso di riscrittura assolutamente originale delle tendenze musicali del proprio tempo, influenzando intere generazioni di musicisti.

Girato dal regista scozzese Adrian Maben, noto per essere l’autore di una serie di documentari su artisti della pittura e della fotografia, Live at Pompeii  è uscito nelle sale cinematografiche nel 1974. Maben approdò al progetto cinematografico ambientato a Pompei solo dopo aver ricevuto dai Pink Floyd agli inizi del ’71 un rifiuto alla proposta di associare la loro musica ad alcune opere pittoriche. Durante l’estate il regista tornò infatti all’attacco con una nuova idea: era reduce di una vacanza in Italia con la sua ragazza e proprio a Pompei gli era capitato di perdere il passaporto. Era quindi tornato nell’area degli scavi per cercarlo, e ripercorrendo il viale che porta al grande Anfiteatro si ritrovò immerso nella luce del crepuscolo. Fu una folgorazione. Nella sua mente già vedeva la band al centro dell’arena vuota di pubblico. Non perse tempo e prese contatto con il prof. Ugo Carputi dell’Università di Napoli, grazie alla cui conoscenza riuscì ad ottenere dalla Soprintendenza la possibilità di effettuare le riprese a Pompei per sei giorni, periodo durante il quale gli scavi sarebbero rimasti chiusi ai visitatori.

Fu un’impresa di non poco conto perchè i Pink Floyd pretesero di eseguire le loro musiche rigorosamente in versione live per cui dovettero trasferire in Italia con dei Tir tutte le attrezzature da concerto necessarie per la performance, compreso un impianto da registrazione a 24 tracce che garantisse la stessa qualità di un lavoro effettuato in studio. Giunti sul posto, non mancò la sorpresa di un impianto elettrico incapace di sostenere il carico di tutte quelle attrezzature, per cui si dovette ricorrere ad un mega cavo che dal Municipio, attraversando l’intera città, riuscì a garantire negli scavi l’alimentazione elettrica necessaria. La circostanza del tutto eccezionale spinse tuttavia il regista a stringere i tempi di ripresa che da sei giorni furono ridotti a quattro, dal 4 al 7 ottobre 1971.

Le prime scene furono in realtà girate fra i vapori della Solfatara di Pozzuoli con i quattro musicisti intenti ad aggirarsi in una sorta di paesaggio surreale. Poi fu il turno dell’Anfiteatro Romano di Pompei dove la band eseguì dal vivo tre brani: la prima metà ed il finale di Echoes, One of These Days e A Saucerful of Secrets. Ogni brano fu eseguito in sezioni separate, poi montate assieme, mentre alla fine di ogni ripresa la band faceva le verifiche sulla qualità della parte audio attraverso un riascolto in cuffia. Nel 2003, in un’intervista, Maben ha rivelato il motivo per cui nel brano One of These Days si vedono quasi esclusivamente inquadrature del batterista Nick Mason: la circostanza era stata determinata dallo smarrimento di diverse bobine di pellicola subito dopo il termine delle riprese, il che fece venir meno gli stacchi di camera sugli altri componenti del gruppo.

Il regista dovette in qualche modo compensare le conseguenze dei problemi tecnici avuti e lo fece ricorrendo ad una sessione di riprese in uno studio cinematografico, l’Europasonor di Parigi, dal 13 al 20 dicembre del 1971. In sede di montaggio, per mantenere una certa uniformità di ambientazione furono utilizzate altre sequenze italiane girate a Pozzuoli ed immagini di repertorio messe a disposizione dalla Soprintendenza. A Parigi furono registrati dal vivo i brani Set the Controls for the Heart of the Sun, Careful with That Axe, Eugene, la sezione centrale di Echoes e, su esplicita richiesta del gruppo, fu aggiunto il brano Mademoiselle Nobs (rifacimento di Seamus dall’album Meddle) nel quale ad una femmina di Levriero russo detta Nobs, viene assegnato il buffo ruolo di “cantante” blues, accompagnata da Roger Waters alla chitarra e David Gilmour all’armonica mentre il tastierista Rick Wright le porge il microfono.

Maben completò a casa sua il primo montaggio del film nel 1972 ottenendo una durata di circa un’ora. Un debutto del film programmato per il 25 novembre 1972 al Rainbow Theatre di Londra, alla fine fu cancellato per questioni burocratiche. Intanto il regista ritenendo che l’opera fosse un po’ troppo breve chiese a Roger Waters di poter riprendere il gruppo mentre era impegnato in studio su uno dei suoi album più celebri: The Dark Side of the Moon. I Pink Floyd furono così ripresi nel gennaio ’73 mentre suonavano negli studi della EMI ad Abbey Road, nell’atto di rilasciare alcune interviste al regista e anche mentre facevano colazione nella caffetteria degli studi. Si ottenne così una seconda versione del film che, portata a circa 80 minuti grazie agli  special sul making of dell’album, uscì nell’agosto del 1974, proprio quando l’album The Dark Side of the Moon schizzò in testa alle classifiche mondiali consacrando definitivamente i Pink Floyd a star incontrastate del rock. Gli amatori della band apprezzarono molto il film sebbene fosse il documento di una fase creativa ormai superata dal nuovo progetto discografico.

A distanza di trent’anni, nel 2003, quel lavoro a cui Pompei e Pozzuoli fecero da potente sfondo, ha avuto un suo rilancio a seguito dell’iniziativa del regista Maben di proporre – per l’edizione in DVDuna terza versione del film denominata Director’s Cut, che comprende anche elementi di computer grafica nel montaggio originale, oltre a proporre dei “contenuti speciali” tra cui un’intervista al regista e la prima versione del film-concerto del 1971-72 autonomamente fruibile. Questi i brani presenti nella versione del 1972, ossia quella da un’ora: Echoes, part I; Careful with That Axe, Eugene; A Saucerful of Secrets; One of These Days I’m Going to Cut You into Little Pieces; Set the Controls for the Heart of the Sun; Mademoiselle Nobs (Seamus); Echoes, part II. Nella seconda e nell’ultima versione troviamo inoltre i frammenti di Us and Them e Brain Damage. Tutte o quasi le edizioni del film-documentario sono reperibili in Rete in versione integrale.

* Questo l’assetto della band dei Pink Floyd in Live at Pompeii: David Gilmour: chitarra elettrica, voce, armonica nel brano Mademoiselle Nobs; Nick Mason: batteria; Roger Waters: basso, voce, chitarra elettrica su Mademoiselle Nobs, gong, piatti; Rick Wright (scomparso nel 2008): organo Hammond, organo Farfisa Duo, pianoforte, voce.

I tre membri supersiti del gruppo hanno suonato insieme l’ultima volta nel 2011 in occasione del tour mondiale The Wall, probabilmente la loro ultima esibizione pubblica.

 

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