“Io non ho niente da insegnare ma solo da imparare”: parola di Angelo Gaja ‘le roi d’Italie’

gaja

di Luciana Doronzo

Io non ho niente da insegnare, ma solo da imparare. Con questa frase Angelo Gaja – “le roi d’Italie” come lo chiamano i francesi – ha esordito lunedì 4 novembre alla serata a lui dedicata, organizzata dall’AIS Puglia a Savelletri presso il Resort Borgo Egnazia, in cui ha raccontato storie di vino e di vita. Classe 1940, con una grinta e l’energia di un ventenne, Angelo Gaja ci ha raccontato la sua storia, quella della sua famiglia che dal 1800 produce vino, ma soprattutto del territorio e degli uomini che lo hanno fatto crescere e conoscere in tutto il mondo. Ha citato Camillo Benso conte di Cavour, nato ricco ma morto povero per aver speso parte del suo patrimonio a difendere e valorizzare il paesaggio del Piemonte. Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica Italiana, che favoriva le attività private. Durante la sua permanenza al Quirinale, vietò la consumazione del vino della sua zona, per evitare che si pensasse che si stessero favorendo le cantine piemontesi. Ha ricordato, inoltre, grandi scrittori e poeti come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio; ha citato L’anello forte, un romanzo di Nuto Revelli, anch’egli piemontese. Ha parlato di un periodo in cui si pensava al bene comune, da dove tutti noi dobbiamo ripartire. Non poteva non citare Carlo Petrini, di Bra, fondatore di Slow Food, un uomo che ha lavorato per gli altri; apprezzato in tutto il mondo per la sua capacità di mettere insieme i contadini di tutto il mondo e farli arrivare ogni due anni al Salone del Gusto.

Gaja è un fiume in piena, le sue storie parlano di uomini e donne che con tanti sacrifici hanno dato un’identità al territorio. Quello che stupisce di Angelo Gaja, è che potresti ascoltarlo per molte ore senza stancarti, perché ha la capacità di farti viaggiare per le vigne delle Langhe, di portarti a New York, a Tokio, ad Eataly di Oscar Farinetti, nato ad Alba: il suo merito è quello di far conoscere i prodotti italiani in tutto il mondo. Di una rete, quindi, fatta di tanti uomini, di tante storie di artigiani e scrittori intrecciate tra loro che non guardano l’industria come un nemico da abbattere ma – come dichiara lo stesso Gaja – come una risorsa come la Ferrero che dà lavoro alla gente, benessere, quindi denaro da spendere.

Nel suo racconto ci sono anche i tartufi, “gioielli” che tutto il mondo vuole; la nocciola, considerata la migliore d’Europa per l’elevato contenuto di olio. Ci sono gli alberghi, i ristoranti stellati, ma anche tante trattorie dove si mangia la cucina del territorio. Infine ha parlato delle persone a lui molto care: Paolo Desana, il padre delle Doc e delle IGT, che ha speso la sua vita per far capire ai commercianti che non dovevano prendere il vino dal sud per e trasformarlo in vino piemontese, bastava lavorare bene ed imbottigliare il vino del territorio, con il suo tratto identitario. Ha citato una frase di Luigi Veronelli enologo, cuoco, gastronomo, e scrittore italiano: il vino è il canto della terra che si eleva verso il cielo. Poi suo padre, che gli diceva sempre che i suoi vini non possono piacere a tutti. In fondo tra gli 11 vini diversi, ci sarà quello che piace di più. Sua nonna, invece, gli diceva in francese: faire, savoir faire, savoir-faire faire-faire et faire-savoir. Questo è marketing e comunicazione che i nostri avi hanno appliccato senza frequentare master e girare il mondo come lo si fa oggi. Grandi uomini, con accanto grandi donne, con la passione, dedizione e impegno hanno costruito la storia di un territorio che adesso Angelo Gaja trasmette ai suoi tre figli, già ambasciatori del loro vino, ma soprattutto di un territorio. Lezione di vino. Lezione di vita!

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Immagini:  © Luciana Doronzo – All rights reserved – FdS: courtesy dell’Autrice

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