L’arte trafugata nel Sud Italia e il contenzioso con i musei stranieri. Intervista a Maurizio Fiorilli (2 P.)

Reperti archeologici recuperati dal Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, in mostra alla sede UNESCO di Parigi

Reperti archeologici recuperati dal Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, in mostra alla sede UNESCO di Parigi – Courtesy of Giannella Channel Blog

Seconda parte dell’intervista all’avvocato dello Stato che per anni è riuscito ad assicurare il rientro in Italia di beni culturali trafugati sul territorio ed esportati illegalmente all’estero. Numerosi i contenziosi ancora aperti o potenzialmente attivabili con i musei stranieri

di Enzo Garofalo

Dopo aver esposto a grandi linee, nella 1a parte dell’intervista, le proporzioni del vero e proprio saccheggio a cui è soggetto il patrimonio culturale italiano, prosegue la nostra conversazione con Maurizio Fiorilli, per oltre 50 anni avvocato dello Stato e dal 2004 al 2014 a capo del Comitato Ministeriale per le problematiche afferenti l’esercizio dell’azione di restituzione dei beni culturali, ruolo nel quale ha operato in modo determinante per la conclusione di accordi con Enti culturali stranieri che hanno assicurato la ricontestualizzazione dei nostri beni esportati illegalmente all’estero. In questa seconda e penultima parte dell’intervista, l’attenzione si concentra sul fenomeno del trafugamento di reperti archeologici nelle regioni del Sud Italia - area che figura tra quelle maggiormente esposte all’azione di tombaroli e trafficanti – e più in generale sul complesso rapporto con gli Enti museali stranieri il cui ruolo, rispetto a questo fenomeno, è spesso caratterizzato da forti connotati di ambiguità se non di palese responsabilità, rendendo non facile il percorso verso la restituzione delle opere illegittimamente detenute.
 

Alcuni dei capolavori riportati in Italia da Maurizio Fiorilli

Alcuni dei capolavori riportati in Italia da Maurizio Fiorilli

Avvocato Fiorilli, in passato lei ha sottolineato come i reperti archeologici trafugati siano inevitabilmente esibiti in modo decontestualizzato e che, così trattati, non sono altro che “cadaveri” oltre che “ambasciatori di furti”. Qualcuno però sostiene provocatoriamente che, considerata la ormai proverbiale trascuratezza dell’Italia verso il proprio patrimonio culturale, sarebbe forse meglio lasciarli all’estero dove almeno trovano risalto e visibilità…Cosa si sente di rispondere a questa provocazione?

E’ una provocazione che abbiamo ricevuto dai rappresentanti del J.P.Getty Trust e poi raccolta da giornalisti italiani e sedicenti uomini di cultura. La mia dichiarazione che i musei aventi nelle loro collezioni beni privi di provenienza o che occultano la provenienza specifica non sono altro che cimiteri della cultura, nasce dalla semplice constatazione che solo la contestualizzazione consente alla cosa di essere testimonianza di civiltà. Il riferimento al “contesto” vuole significare che la conservazione del patrimonio culturale non passa solo attraverso operazioni tecniche sull’opera, sull’oggetto che si vuole salvaguardare, ma dalla osservazione e dal controllo dell’intero ambito di cui fa parte.

Facciamo qualche esempio…

Maurizio Fiorilli | courtesy of Guido Fuà ©

Maurizio Fiorilli | courtesy of Guido Fuà ©

Beh…non è irrilevante per la storia dei rapporti tra popoli e la loro cultura che, ad esempio, il Cratere di Eufronio, già presente nelle collezioni del Metropolitan Museum di New York, sia stato rinvenuto in uno scavo eseguito nel Vallo di Adriano o a Cerveteri. Se rinvenuto a seguito di uno scavo nell’Inghilterra settentrionale può fornire la prova di rapporti commerciali tra la Grecia – intesa come area culturale – e le popolazioni autoctone o delle presenza di un presidio romano nel luogo. Se, invece, come è stato documentato, il cratere è stato rinvenuto a Cerveteri, esso è testimonianza importantissima dei rapporti commerciali e culturali tra gli abitanti di Caere/Cerveteri e la Grecia. Non solo, l’oggetto strappato dai resti di una tomba o di un tempio perde la sua funzione di testimonianza del gusto e della cultura di una determinata società regredendo a mera opera artistica e, perdendo la connessione con il luogo di ritrovamento, lo snatura a rudere accanto ad altri ruderi. La persona che esce dal parco archeologico di Cerveteri e visita il museo archeologico nel quale, accanto ad altri reperti di valore, trova il cratere di Eufronio comprende che la assenza del cratere avrebbe compromesso la testimonianza di civiltà dei resti architettonici del sito archeologico. La sollecitazione culturale del cratere nelle collezioni del Metropolitan Museum e nel museo di Cerveteri è incomparabile perché a New York il cratere era decontestualizzato: non aveva riferimento ai resti di un manufatto e ad un ambiente naturale unico; era un oggetto “bello”, “artisticamente importante”, ma non trasmetteva nulla.

In base ai dati a lei noti sulla vasta quantità di reperti italiani trafugati e fatti espatriare all’estero, che incidenza ha la presenza di opere provenienti dal nostro Sud? Ritiene che i territori del Mezzogiorno siano per qualche ragione più vulnerabili di altre aree del Paese? E in che misura, in generale, lo Stato agisce – o non agisce – per fronteggiare questa incessante emorragia?

Fin dal XIX secolo il nostro Meridione ha subito terribili perdite che hanno colpito il suo patrimonio artistico ed archeologico. Gli inventari – facilmente reperibili in rete – dei più grandi musei del mondo dimostrano l’enorme saccheggio subito dai territori della Magna Grecia. Va sottolineato che queste esportazioni sono da ritenersi senza dubbio illecite, poiché il Regno di Napoli si era dotato di efficaci leggi per la tutela del patrimonio culturale, eppure violate per secoli da trafficanti e antiquari senza scrupoli. Nel corso degli ultimi decenni il saccheggio delle regioni del Sud si è addirittura intensificato per le immorali richieste di reperti da parte del mercato internazionale e delle istituzioni museali straniere. Lo Stato ha risposto in molti casi in maniera efficace, anche se ultimamente ho notato un certo disinteresse da parte degli organi preposti. La partecipazione dei cittadini alla salvaguardia del patrimonio culturale locale è ostacolata dalla burocrazia locale, che nell’incertezza delle direttive ricevute e soprattutto nel timore – non sempre infondato – di incorrere in responsabilità amministrative e penali non esercita appieno la discrezionalità che la legge le riconosce. Questo atteggiamento di inerzia allontana i cittadini e li deresponsabilizza .

Può parlarci in particolare di qualche recupero da lei compiuto che sia legato proprio al Sud Italia?

Indubbiamente durante la mia carriera ho potuto condurre trattative internazionali che hanno portato al recupero di eccezionali capolavori provenienti dal Sud. Lo si è potuto grazie alla attività investigativa dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e alla collaborazione di cittadini che hanno fornito frammenti di informazioni che hanno consentito al Comitato da me presieduto di ricostruire la trama della appropriazione indebita. Molti di essi sono stati esposti al Quirinale e in altre mostre itineranti che hanno reso noti gli importanti risultati del lavoro svolto dal Ministero dei Beni Culturali, dalla Magistratura, dalle forze dell’ordine e, ovviamente, dall’Avvocatura dello Stato. Posso – tra le altre opere rientrate in Italia – citare la cosiddetta Venere – in realtà Demetradi Morgantina. Era senza dubbio uno dei pezzi più straordinari esposti al Getty Museum. Dal Metropolitan Museum di New York abbiamo inoltre recuperato anche un meraviglioso tesoro di argenti, provenienti dallo stesso sito siciliano. Gli incredibili marmi ellenistici di Ascoli Satriano, in Puglia, anch’essi provenienti dal Getty Museum, sono ora conservati in un museo a loro dedicato. A proposito di questo recupero, ricordo una lettera di ringraziamento al Comitato di uno studente di giurisprudenza che ringraziava per avergli restituito la testimonianza della propria gente. Sono tornati anche numerosi vasi apuli di grande qualità: cito ad esempio il cratere a volute dal museo di Cleveland ora esposto nel museo di Taranto. L’elenco dei recuperi sarebbe lunghissimo, e spero si possa incrementare: sono infatti ancora molti i nostri capolavori in esilio.

Soffermiamoci un attimo su alcuni casi controversi legati al Sud Italia intorno ai quali immagino lei abbia maturato una sua opinione. Partiamo dalla Calabria e dai Bronzi di Riace: due anni fa, in una delle sue rare interviste, lei ha dichiarato al giornalista Giovanni Zucconi che una studentessa americana, a Firenze per motivi di studio, aveva riferito ai Carabinieri che il suo ragazzo, dipendente del Getty, sapeva della presenza di un terzo Bronzo nei depositi del museo. Inoltre esisteva già qualche altra segnalazione in merito alla presenza di scudi, lance ed elmi, oggetti peraltro menzionati nelle stesse relazioni ufficiali del ritrovamento delle due celebri sculture, ma ad oggi mai ritrovati. Cosa può dirci in proposito?

Posso dire che queste voci attualmente non hanno riscontri di fondatezza. Nel corso del processo nei confronti di alcuni mercanti di reperti archeologici scavati e illecitamente trasferiti all’estero e di alcuni dipendenti di musei americani, che hanno interessato l’opinione pubblica nazionale ed americana, sono pervenute segnalazioni relative a reperti archeologici acquisiti da Istituzioni museali americane ed europee che sono state sottoposte a riscontri. Tra le altre si è avuta anche quella che non tutto il corredo della nave che trasportava le due statue sia stato consegnato alle Autorità italiane, ma l’informazione non ha ricevuto riscontri a me conosciuti.

Che ne pensa del recente ritorno di attenzione su questo caso?

Penso che l’attenzione, recentemente riaccesa dai mass media, per il carico della nave naufragata nel mare territoriale italiano, ha un innesco scandalistico e non costruttivo. Se corrisponde al vero quanto recentemente comunicato ai giornalisti da alcune persone in merito al “dopo” del ritrovamento dei Bronzi di Riace, perché non ne hanno informato per tempo le autorità locali o i giornalisti? Le autorità italiane sono state significativamente aiutate dal giornalismo di inchiesta americano che ha motivato l’interesse dell’opinione pubblica di tutto il mondo al problema del depredamento dei patrimoni culturali nazionali, laddove il giornalismo disinformato provoca invece solo discredito e pregiudica le iniziative per il ritorno dei beni culturali trafugati. Non bisogna infine dimenticare che ogni richiesta di restituzione implicitamente presuppone l’addebito di un furto o, comunque, di un comportamento illecito e, quindi, è necessario presentare le prove raccolte come un mezzo concreto per sollecitare il detentore dell’oggetto alla revisione della decisione dell’acquisto, riconoscendogli il beneficio dell’incolpevole ignoranza della provenienza illecita dell’oggetto medesimo.

Rimaniamo in Calabria soffermandoci sulla Persefone in trono custodita a Berlino dal 1915, prima al Pergamon e oggi all’Altes Museum. Di recente il volume “Sulle tracce di Persefone, due volte rapita” di Giuseppe Macrì ne ha sapientemente ricostruito una provenienza locrese altamente probabile e un espatrio dai forti indizi di illegittimità. A suo parere ci sarebbero gli estremi per una restituzione, o il troppo tempo trascorso dall’acquisizione tedesca renderebbe vano ogni tentativo, a dispetto dei dubbi e delle incongruenze circa il titolo di possesso?

La circostanza che la statua è custodita a Berlino dal 1915 esclude che possa essere oggetto di una richiesta di restituzione in via legale. Non è comunque da escludersi un accordo tra le parti per la restituzione in base a principi etici condivisi. Non conosco le modalità di trasferimento della statua in Germania, ma quand’anche fosse illegittima per assenza della autorizzazione alla esportazione a seguito di furto o per iniziativa del proprietario, il fatto non potrebbe essere perseguito penalmente per consentirne la confisca, in quanto il reato di esportazione illecita è prescritto. Le Convenzioni internazionali che disciplinano la materia della appropriazione di beni culturali a titolo di preda di guerra o quella della esportazione illecita si applicano, a tutto volere concedere, dalla seconda metà dello scorso secolo. Lo strumento di recupero che viene qualificato come “diplomazia culturale” presuppone che il bene culturale richiesto in restituzione sia stato sottratto al patrimonio culturale nazionale successivamente alla data di conclusione della conferenza diplomatica che ha approvato il testo della Convenzione che prevede i casi di uscita del bene dal territorio nazionale di appartenenza individuane la causa: bottino di guerra, furto seguito da esportazione illecita, reperti rinvenienti da scavo clandestino seguito da esportazione illecita, o esportazione illecita.

Chiudiamo con la Puglia e con il gruppo fittile Orfeo e le Sirene proveniente da Taranto e ancora custodito al Getty Museum nonostante comparisse in un elenco di 46 opere di cui lo Stato italiano aveva richiesto la restituzione; richiesta a cui seguì nel 2007 un accordo tra l’ex Ministro dei beni e delle Attività Culturali Francesco Rutelli e l’allora direttore del Getty, Michael Brand…

Per quanto riguarda il gruppo di statue in questione, faccio presente che la documentazione raccolta in sede istruttoria era enorme, e non era possibile studiarla nella sua interezza. La istruttoria della Procura della Repubblica di Roma, nonostante la carente collaborazione di alcune autorità estere, è stata approfondita, ma era necessario arrivare in tempi brevi a un punto fermo per concludere il processo in tempi ragionevoli. Sulla base delle risultanze della istruttoria, e in alcuni casi utilizzando informazioni raccolte sulle relazioni tra alcuni commercianti e le istituzioni museali nelle cui collezioni erano presenti reperti archeologici di incerta provenienza, sono state assunte iniziative di confronto finalizzate alla restituzione non solo delle opere indicate nei capi di imputazione, ma anche di altre opere presenti nelle collezioni dell’interlocutore. Non sono state verificate tutte le informazioni fornite dalla documentazione acquisita alla istruttoria e, quindi, non si può escludere né la riapertura di procedimenti penali né l’assunzione di nuove richieste di restituzione alla luce di nuovi riscontri tra la documentazione acquisita al processo e i cataloghi di musei, collezionisti o case d’asta. E’ su queste basi che il Comitato ministeriale dovrà assumere l’iniziativa di promuovere nuovi specifici negoziati per le restituzioni.

Al di là dei casi controversi, può dirci se ci sono all’estero reperti di alto valore storico-artistico provenienti dal Sud Italia la cui origine risulta invece già chiaramente illegittima ma per i quali non è stata ancora avviata o portata a compimento alcuna procedura volta a ottenerne il rimpatrio?

Come le dicevo prima il numero di oggetti provenienti dal Meridione e detenuti in musei e collezioni straniere è impressionante. Al Getty Museum sono conservati, ad esempio, parti di armature di provenienza calabrese e apula. Gianfranco Becchina, Bob Hecht e Robin Symes, già imputati per traffico illecito di beni archeologici sono importantissimi fornitori del museo californiano: hanno venduto vasi straordinari, oreficerie, sculture e affreschi. Ma anche in altri musei americani ed europei sono esiliati altri capolavori trafugati dal Sud Italia. Molti di questi compaiono nelle foto degli archivi e nelle documentazioni sequestrati ai più importanti trafficanti e possono essere oggetto di nuovi contenziosi.

E’ vero che il Getty Museum dal quale Lei è riuscito a farsi restituire numerose opere scavate in Italia, dovrebbe in realtà restituire ancora al nostro Paese almeno altre 260 opere?

Nel corso del negoziato intrattenuto con il J. P. Getty Trust, il Los Angeles Journal ha pubblicato la notizia della esistenza di un rapporto riservato interno del museo che indicava che oltre la metà degli oggetti archeologici presenti nelle Collezioni del museo americano erano di provenienza illecita da scavi clandestini in Italia. La circostanza non è stata smentita dai rappresentanti del J. P. Getty Trust, i quali peraltro hanno chiesto che si fornisse la prova delle nostre ulteriori richieste.

Quali sono i principali mezzi di prova che l’Italia può esibire?

Nella istruttoria penale nei confronti dei trafficanti italiani e stranieri di beni archeologici è stata acquisita documentazione fotografica e commerciale che ha dovuto, e deve ancora, essere comparata con il materiale archeologico presente nelle collezioni dei musei acquirenti. La comparazione costituisce l’innesco della richiesta di restituzione. Il materiale archeologico acquisito è costituito da fotografie polaroid, che per loro natura non consentono la riproduzione, e generalmente rappresentano la condizione del reperto immediatamente dopo lo scavo e quindi ancora sporco di terra. Le condizioni del reperto e la circostanza che esso non è stato pubblicato e, quindi, conosciuto, ne conferma la origine da scavo clandestino. Inoltre, la circostanza della presenza della polaroid negli archivi sequestrati del trafficante consente di interpellare la istituzione museale o il collezionista, nelle cui collezioni si rinviene, circa la sussistenza di un titolo di acquisto opponibile. E’ da segnalare che sovente non viene rinvenuto un reperto intatto ed è emerso che i trafficanti al fine di ricavare dalla vendita del reperto un prezzo maggiore provvedono a romperlo in più frammenti (cosiddetti orfanelli). La presentazione al compratore della polaroid consente di provare la autenticità dell’oggetto proposto in vendita e, in caso di vendita separatamente dei frammenti, di fornire la prova per la ricostruzione del pezzo in uno alla sua autenticità.
(continua)*

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*La 3a e ultima parte dell’intervista a Maurizio Fiorilli sarà on line su Famedisud giovedì 5 dicembre 2019
 

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