A Oplontis manca il museo e i tesori della città vesuviana prendono il volo per gli States

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Campania – Affresco con pavone, Villa di Poppea, Oplontis, Torre Annunziata (Napoli) – Ph. Paul Asman and Jill Lenoble | CCBY2.0

di Kasia Burney Gargiulo

Sta per consumarsi l’ennesimo episodio della paradossale gestione italiana dei beni culturali. Un gruppo di pregiatissimi reperti provenienti dall’area archeologica della Villa di Poppea – fiore all’occhiello del parco archeologico di Oplontis, centro vesuviono non lontano da Pompei e oggi nel territorio comunale di Torre Annunziata (Napoli) – partiranno per gli Stati Uniti dove, dalla fine del 2015,  rimarranno a lungo esposti nell’ambito di una mostra itinerante che toccherà le università di quattro stati. Il paradosso risiede nel fatto che questi reperti sono assolutamente inediti per il pubblico italiano, essendo rimasti per decenni nel deposito degli scavi di Oplontis in attesa di un museo archeologico mai realizzato nonostante le promesse di politici e soprintendenti succedutisi nel tempo.

Gli oggetti sono particolarmente preziosi e comprendono un intero gruppo marmoreo, sculture varie, pezzi di anfore, vasi, intonaci affrescati delle ville A e B e una buona parte dei famosi Ori di Oplonti. Oggetti rimasti finora occultati per mancanza di un luogo idoneo alla loro esposizione. Come già accaduto per i reperti pompeiani esposti lo scorso anno al British Museum dove per mesi interi hanno richiamato code interminabili di visitatori entusiasti, si prevede che anche la mostra americana riuscirà a creare interesse e clamore intorno ad oggetti di assoluto fascino che l’Italia, ancora una volta, si dimostra incapace di valorizzare.

L’operazione di espatrio in corso di organizzazione rientra nel progetto “The Oplontis Projetct” curato dal professore americano John Robert Clarke che con una sua equipe sta conducendo gli scavi nella villa B di Oplontis. Il professor Clarke ha messo in evidenza come questi reperti non siano stati degnati della benché minima considerazione da parte delle autorità italiane, comune e Soprintendenza archeologica compresi, laddove negli Stati Uniti andranno invece a costituire il pezzo forte della mostra itinerante in programma che illustrerà al pubblico americano la vita della antica Oplontis tra ozi e lusso ai tempi dell’imperatore Nerone e della consorte Poppea. La mostra si intitolerà “Leisure and luxury in age of Nero. The villas of Oplontis Near Pompei” e toccherà il Kelsey museum of Archaeology dell’università del Michigan, Il “Montana State University, Museum of the Rockes” nello stato del Montana, lo “Snet college Massachusetts, ed infine il “Museum di Sant’Antonio nello stato del Texas”. Una mostra che per circa due anni, andrà a magnificare questi tesori fino ad oggi mortificati dall’ indifferenza e dall’abbandono.

 “Della mostra – fa sapere il professor Clarke – sarà realizzato anche un catalogo.” Ritiene invece di escludere la possibilità che questi pezzi possano non fare più rientro in Italia, sebbene – osserva – “a Torre Annunziata manchi ancora un museo, a causa della indifferenza di tutti, della città del sindaco e delle istituzioni in generale”.

In questi giorni alle rovine della villa di Poppea, è giunta in visita la presidentessa dell’Università del Montana che ha incontrato lo studioso americano promotore della mostra: “Per la nostra università questa mostra – ha dichiarato la signora Waded Cruzado – rappresenta una opportunità davvero unica e incredibile. Sarà un grandissimo privilegio riuscire a far conoscere all’ampio pubblico di tutta la regione questi capolavori dell’antichità che, oltre ad essere preziosi, hanno anche la particolarità di non essere mai stati visti.” Invitata ad esprimere le proprie impressioni sulla Villa di Poppea, ha avuto un solo aggettivo, “magnifica!”, accompagnato dallo stupore per il tanto disinteresse che penalizza un luogo di tale interesse storico e artistico. Se l’Italia manda a ramengo il suo patrimonio, gli americani infatti non hanno badato a spese per riuscire ad avere questa mostra, spendendo quasi un milione di dollari solo per le spese di assicurazione, imballaggi e trasporto.

Alla notizia della mostra americana in corso di preparazione, non si sono fatti attendere i commenti durissimi di alcuni esponenti  del mondo della cultura italiano, come quello di Vincenzo Marasco presidente del centro studi storici Nicolò D’Alagno che sta collaborando agli scavi della villa B: “E’ una vera vergogna – ha dichiarato – che i torresi non abbiano l’opportunità di vedere il loro patrimonio culturale, se non indirettamente tramite le mostre realizzate all’estero e dovendosi accontentare di un catalogo”.

Il sindaco di Torre Annunziata Giosuè Starita, dal canto suo si è risentito per le critiche mosse all’amministrazione comunale dal professor Clarke, al quale – nella dichiarazioni rilasciate alla stampa in questi giorni – ha voluto rendere noto l’impegno dell’amministrazione comunale in concerto con la Soprintendenza e con i comuni, per varare il nuovo piano di gestione per le aree archeologiche Unesco. Ha inoltre respinto le accuse rivolte alla sua persona dicendo che il sindaco non ha competenze dirette in materia.

Come potete notare stiamo assitendo al solito, grottesco – per non dire ridicolo – gioco dello scarica barile. In questo Paese tutti si impegnano, nessuno è responsabile di nulla, oppure lo è sempre qualcun’altro, e intanto il Patrimonio va in malora. Inoltre ci offendiamo pure se poi viene qualcuno dall’estero, come il professor Clarke, a mostrarci quanto siamo incapaci di tutelare i nostri tesori e di trasformarli in una redditizia risorsa economica. Riflettiamo insieme su un unico dato, semplice ma emblematico: se un paese straniero è pronto a investire un milione di dollari solo per coprire parte delle spese organizzative di una mostra realizzata con reperti nostri, è evidente che si aspetta una ricaduta ben più ampia in termini economici da tutta l’operazione. Noi che invece di quei beni siamo proprietari non riusciamo a (o non vogliamo) trovare neppure il modo di spostarli dagli scaffali dove restano a marcire per decenni, se non secoli (emblematico in tal senso il caso del Museo di Medma, a Rosarno, in Calabria, aperto di recente dopo un’odissea durata 20 anni, allestito con reperti che l’emerito Paolo Orsi aveva scavato a inizi ‘900 ma che erano rimasti sigillati nella casse dell’epoca in un deposito del Museo Nazionale di Reggio Calabria).

 

 

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