Casaranello: l’impronta di Bisanzio in Salento

Mosaici bizantini nella Chiesa di S. Maria della Croce (V° sec. d.C.), Casarano (Lecce) - Ph. © Alessandro Romano

Mosaici bizantini nella Chiesa di S. Maria della Croce (VI° sec. d.C.), Casarano (Lecce) – Ph. © Alessandro Romano

Esempio di architettura paleocristiana, tra le testimonianze più antiche del culto mariano in Occidente, la chiesa di S. Maria della Croce a Casarano cela al suo interno mosaici e affreschi d’età bizantina

di Redazione FdS

Distesa tra uliveti secolari, rigogliosi vigneti, agrumeti e orti c’è Casarano, cittadina in provincia di Lecce le cui origini si fanno risalire agli albori dell’Impero romano. Qui, in una contrada anticamente nota col nome di Caesaranum parvum, – corrispondente all’attuale Casaranello, ritenuta il nucleo originario del nuovo centro abitato (Caesaranum magnum, l’attuale Casarano) sorto nell’842 d.C. al tempo delle invasioni saracene – c’è una piccola chiesa dall’aspetto austero, Santa Maria della Croce, che vanta oltre 1500 anni di storia. Siamo nel cuore del Salento sud-occidentale, a pochi chilometri da Lecce, dalla punta estrema della Puglia e dal mar Jonio. Qui, una facciata a capanna, un micro rosone a otto petali, due umili finestre, un semplice portale rettangolare sormontato da una lunetta e, sulle estremità laterali, due piccole statue di Santa Lucia e Santa Caterina, accolgono il visitatore, nulla lasciandogli presagire dello splendore che lo attende all’interno.
 

Chiesa di S. Maria della Croce, Casarano (Lecce), V-XVI sec. - Image source

Chiesa di S. Maria della Croce, Casarano (Lecce), VI-XVI sec. – Image source

Riavvolgendo il nastro della Storia, arriviamo all’incirca al VI secolo, durante la dominazione Bizantina, quando Casarano, come il resto del Salento, conferma la sua vocazione di terra d’incontro tra Oriente e Occidente. E’ infatti a tale periodo che studi recenti fanno risalire la fondazione di questo edificio che rappresenta una delle testimonianze più antiche del culto mariano in Occidente - diffusosi non molto tempo dopo il Concilio di Efeso che sancì il dogma della divina maternità – oltre a conservare un raffinato mosaico parietale bizantino di circa cinquanta metri quadri. Una vera rarità se si considera che, escludendo le capitali imperiali (Roma, Milano e Ravenna), la conservazione di opere musive parietali paleocristiane in Italia è circoscritta a pochi esempi: il Battistero di S. Giovanni in Fonte a Napoli, la cappella di S. Matrona nella chiesa di S. Prisco a S. Maria Capua Vetere e un sottarco nel Battistero di Albenga. Una rarità anche in rapporto all’intero Mediterraneo, dove abbondano i mosaici pavimentali paleocristiani, ma relativamente scarse sono le coeve opere musive parietali giunte fino a noi. Siamo insomma di fronte a un tesoro d’arte e di cultura, testimone degli intensi scambi con l’Oriente mediterraneo, che fin dagli albori del XX secolo ha attirato l’attenzione di illustri studiosi, come il tedesco Arthur Haseloff che lo ha scoperto nel 1907 insieme al suo assistente Martin Wackernagel; circostanze che hanno favorito l’avvio dei lavori di restauro dell’edificio, ripresi in varie fasi fino ai nostri giorni ed essenziali al recupero di quanto resta della costruzione originaria e delle sue successive stratificazioni.
 

Part. dei mosaici della cupola, VI° sec. d.C. - Ph. © Alessandro Romano

Mosaici della cupola, con croce, cielo stellato e motivi vegetali (part.), VI° sec. d.C. – Ph. © Alessandro Romano

Come fanno notare le studiose Miriam Barone e Manuela De Giorgi nel loro volume Sulle tracce di Maria (ed. Regione Puglia), il legame dell’edificio col culto mariano è testimoniato dall’intitolazione che già in età medievale risulta essere Sancta Maria de Cruce, evidente allusione alla grande croce rossa che campeggia al centro della cupola, sospesa in un cielo stellato dall’azzurro cangiante, e rappresenta la salvezza divina verso la quale Maria guida l’umanità, ruolo di cui i mosaici di Casaranello costituirebbero il manifesto figurativo. Questa arcaica presenza del culto mariano in Terra d’Otranto, secondo le due studiose avrebbe addirittura fatto da “trampolino di lancio per la sua successiva diffusione in Europa”. Tessere marmoree, vitree e in laterizio, splendidamente policrome, disegnano così - su cupola, volta a botte e abside -  motivi geometrici, vegetali e zoomorfi, attingendo al repertorio del simbolismo cristiano, al quale lo storico dell’arte Francesco Danieli, autore dell’importante monografia Casaranello e il suo mosaico (ed. Esperidi), ascrive anche un insolito elemento zoomorfo presente nella cupola, una medusa, che rappresenterebbe “l’anima del credente, con la sua natura immateriale”. La chiesa era dotata anche di un mosaico pavimentale formato da tre file concentriche di cerchi policromi, affiancati e in parte intersecanti, di cui resta solo un piccolo lembo lungo un muro perimetrale.
 

Mosaici bizantini nella Chiesa di S. Maria della Croce (VI° sec. d.C.), part. della volta a botte, Casarano (Lecce) - Ph. © Alessandro Romano

Mosaici bizantini nella Chiesa di S. Maria della Croce (VI° sec. d.C.), part. della volta a botte, Casarano (Lecce) – Ph. © Alessandro Romano

Il complesso di mosaici di Casaranello, come nota la studiosa Marina Falla Castelfranchi, costituisce una delle decorazioni musive più antiche della regione insieme a quelle del battistero di Canosa, del complesso di San Giusto a Lucera e del battistero della cattedrale di Siponto e, similmente ad altri impianti musivi (ad es. quelli ravennati del celebre mausoleo di Galla Placidia), doveva articolarsi secondo un programma iconografico dal doppio registro: non figurativo nella cupola e sulla volta a botte, figurativo nell’abside, spazio destinato alle immagini più significative del ciclo. Della parte con figure umane sopravvive solo un frammento di nimbo rosso su fondo celeste, probabilmente riconducibile a una Madonna con Bambino stante o in trono, secondo un’ipotesi avanzata dal Bartoccini (1934) e riscontrabile in altre realtà pugliesi coeve. Nel registro non figurativo, composto per lo più da cornici multiple che si intrecciano in due riquadri simmetrici separati da un motivo a coda di pavone, sono inclusi elementi di natura zoomorfa e fitomorfa, tra cui un rametto con pere rosso-rosate, un grappo d’uva di tonalità cilestrina, due anatre accovacciate su un fiore, un galletto tra due ramoscelli, un pesce dalle sfumature verdine, una lepre che pilucca dell’uva, un colombaccio e una pernice, tre fave grigio-cilestrine, un carciofo e un ramo fiorito. Questa ricchezza decorativa si presenta oggi come un unicum perché, sebbene debba supporsi – come fa notare lo studioso Leo Stefàno nel volume S. Maria della Croce. Oltre un secolo di studi su un monumento paleocristiano del Salento (ed. Grifo) – che opere più o meno ricche fossero presenti almeno nelle cattedrali delle più antiche diocesi della provincia diLecce (Lupiae, Gallipoli, Otranto), si dà il caso che nessuno di questi edifici, a differenza della chiesa di Casaranello, sia giunto fino a noi.
 

Mosaici della volta a botte, V-VI sec. d.C. - Ph. © Alessandro Romano

Mosaici della volta a botte, VI° sec. d.C. – Ph. © Alessandro Romano

Circa la funzione originaria dell’edificio – caratterizzato da un impianto a croce latina, con tre navate divise da pilastri raccordati a loro volta da ampie arcate – la studiosa Marina Falla Castelfranchi ritiene che abbia potuto svolgere la funzione di chiesa battesimale, nata per andare incontro alle esigenze della popolazione rurale, ma non esclude che possa aver custodito una sacra reliquia della Croce, a cui potrebbero alludere la presenza della croce nel mosaico della cupola e la stessa intitolazione. Certo è che nei secoli l’edificio ha subito modifiche e interventi sulla parte decorativa, come testimoniano i diversi cicli di affreschi succedutisi nel tempo, talora sovrapposti gli uni agli altri e oggi visibili grazie ai restauri. Quelli più antichi vengono datati tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo, come conferma anche l’indagine paleografica su alcune iscrizioni votive che André Jacob fa risalire agli anni intorno al Mille. Di grande bellezza è la Madonna con Bambino presente sull’ultimo pilastro di sinistra della navata centrale: in atteggiamento ieratico, raffigurata come Kyriotissa (che assisa in trono porta il Signore) secondo i più alti canoni della pittura bizantina, la Vergine presenta il Figlio in attitudine benedicente ed entrambi appaiono sospesi come in una dimensione sensa spazio e senza tempo. Sulla destra un’iscrizione fa riferimento all’attributo di Maria quale Theotokos, cioè Madre di Dio, definito in occasione del Concilio di Efeso.
 

Part. della Vergine con Bambino, affresco, X-XI sec. - Ph. © Alessandro Romano

Part. della Vergine con Bambino, affresco, X-XI sec. – Ph. © Alessandro Romano

Allo stesso ciclo appartiene la Santa Barbara posta sull’ultimo pilastro a destra. Raffigurata con una croce in mano, in sontuose vesti bizantine e con fastosi orecchini semilunati di modello coevo, colpisce per il volto fortemente espressivo delineato con sapienti pennellate. Un dittico absidale, identificato di recente, rimanderebbe invece a un San Nicola e a un San Demetrio.
 

Santa Barbara, affresco, X-XI sec. - Ph. © Alessandro Romano

Santa Barbara, affresco, X-XI sec. – Ph. © Alessandro Romano

Alla stessa epoca risalirebbero gli affreschi sui primi due pilastri che danno sulla navata centrale: il santo a sinistra viene interpretato come l’arcangelo Michele, in qualità di archistrategos (principe delle milizie celesti), munito di labaro (vessillo) e indossante il loros (stola bizantina), di fonte al quale, dal lato opposto, poche labili tracce di affresco sembrano rivelare la presenza di un San Gabriele.
 

Affresco con S. Michele arcangelo, X-XI sec. - Ph. © Alessandro Romano

Affresco con S. Michele arcangelo, X-XI sec. – Ph. © Alessandro Romano

A sinistra, sulla controfacciata, si staglia una santa con il pane tra le mani interpretata come Santa Parasceve, sulla base di altre pitture bizantine.
 

Santa Parasceve, affresco, X-XI secolo - Ph. © Alessandro Romano

Santa Parasceve, affresco, X-XI secolo – Ph. © Alessandro Romano

Un altro gruppo di pitture, collocabili tra il XII e il XIV secolo, è quello presente sulle pareti della navata centrale, dove campeggiano i resti di affreschi a tema cristologico.
 

Scorcio della navata centrale con i resti di affreschi del XII-XIV sec. - Ph. © Alessandro Romano

Scorcio della navata centrale con i resti di affreschi del XII-XIV sec. – Ph. © Alessandro Romano

Si tratta di quattro scene ascrivibili al ciclo della Passione delle dodici (dodekaorton) che dovettero formare l’impianto iconografico originario: l’Ultima Cena e il Bacio di Giuda, a sinistra, mentre sulla destra troviamo le Pie donne al Sepolcro, affresco scarsamente leggibile, e l’Anastasi (la discesa di Cristo negli inferi). La prima scena riprende i tipici canoni bizantini, ravvisabili nella forma a semiluna del tavolo, nel parapetasma (la tenda attorcigliata al bastone che sovrasta lo spazio della cena) e nella posizione del Cristo all’estremità sinistra del tavolo. La seconda si caratterizza per il particolare dinamismo conferitole dalla presenza di soldati abbigliati all’orientale e armati di lance puntate in varie direzioni.
 

Part. dell'affresco con l'Ultima Cena - Ph. © Alessandro Romano

Ultima Cena (part.), affresco – Ph. © Alessandro Romano

 
Il Bacio di Giuda (part.), affresco - Ph. © Archeocasarano

Il Bacio di Giuda (part.), affresco – Ph. © Archeocasarano

I restauri hanno permesso di accertare come al ciclo cristologico si sia sovrapposto un ciclo di affreschi tardo svevi dedicati al martirio delle Sante Caterina d’Alessandria e Margherita d’Antiochia, molto venerate in quel tempo. La prima, vissuta durante il regno di Marco Aurelio Massenzio (inizi IV secolo), fu martirizzata col supplizio della ruota dentata per aver rifiutato di andare in sposa all’imperatore pagano. A lei sono dedicate tredici scene inserite all’interno di riquadri di varie dimensioni, i cui personaggi principali sono facilmente identificabili grazie all’indicazione del nome in latino.
 

Martirio di S. Caterina d'Alessandria (part.) - Ph. © Alessandro Romano

Martirio di S. Caterina d’Alessandria (part.), affresco, XIII sec. – Ph. © Alessandro Romano

La seconda, nata nel 275 ad Antiochia, in Asia Minore, fu decapitata a 15 anni per aver respinto il prefetto romano confessando la sua fede cristiana e dopo aver lottatto e vinto contro il demonio che le apparve in cella sotto forma di drago. Anche in questo caso abbiamo varie scene in successione, in questo caso separate dall’artista con architetture di fantasia e non prive di suggestivi spunti naturalistici.
 

Martirio di S. Margherita d'Antiochia (part.) - Ph. © Alessandro Romano

Martirio di S. Margherita d’Antiochia (part.), affresco, XIII sec. – Ph. © Alessandro Romano

Allo stesso periodo viene fatto risalire l’affresco per la nuova decorazione dell’abside, oggi staccato e collocato sulla parete perimetrale della navata destra, nel quale è raffigurata una Deisis (dal greco ”supplica”), ossia una scena che solitamente include Maria e Giovanni Battista che intercedono ai lati del Cristo Giudice. A Casaranello l’artista introduce delle varianti sostituendo il Battista con S. Giovanni Evangelista e introducendo a destra una quarta figura, una santa (forse Caterina o Margherita) impossibile da identificare data la pessima conservazione della figura.
 

Deisis (part.), affresco, XIII sec. - Ph. © Alessandro Romano

Deisis (part.), affresco, XIII sec. – Ph. © Alessandro Romano

A questo gruppo di opere appartiene anche la cosiddetta Madonna di Casaranello, un tempo collocata sull’altare maggiore ed oggi sulla navata destra, nei pressi della sacrestia. Opera bizantineggiante del tardo XIV secolo, sottoposta a varie ridipinture, mostra la Vergine nell’atto di donare un fiore al Bambino, con lo sguardo pieno di malinconia e tristezza, mentre a destra compare un uomo in atteggiamento orante, probabilmente il committente dell’opera.
 

Madonna di Casaranello, affresco, tardo XIV° secolo - Ph. © Alessandro Romano

Madonna di Casaranello (part.), affresco, tardo XIV° secolo – Ph. © Alessandro Romano

Collocato oggi sulla navata destra, l’affresco con papa Urbano V, in origine sovrapposto a quello di S. Barbara, mostra il pontefice in trono del quale si vede il baldacchino cuspidato sullo sfondo di un arco acuto a lobi intrecciati, di carattere tardo-gotico, sul cui estradosso il pittore ha riprodotto un tessellato di carattere cosmatesco.
 

Papa Urbano V, affresco, tardo XIV secolo - Ph. © Alessandro Romano

Papa Urbano V, affresco, tardo XIV secolo – Ph. © Alessandro Romano

Al XVI° secolo risalgono invece l’affresco con San Bernardino da Siena, santo francescano di cui è documentata la presenza a Nardò (Lecce) nel 1433, e il dittico con i Santi Eligio e Antonio Abate, raffigurati il primo con abito vescovile e attrezzi da fabbro ferraio, e il secondo in abito monacale appoggiato al tipico bastone a “tau”, accompagnato da un piccolo suino visibile in basso alla sua destra.
 

Sant'Eligio e Sant'Antonio Abate, affresco, XVI° secolo - Ph. © Alessandro Romano

Sant’Eligio e Sant’Antonio Abate, affresco, XVI° secolo – Ph. © Alessandro Romano

Chiude la serie iconografica della chiesa di Casaranello un Madonna con Bambino, opera di devozione popolare del 1643 presente sulla navata sinistra, più volte ridipinta e ispirata all’antico modello bizantino della Vergine galaktotrophousa (Madonna che allatta).
 

Madonna del latte, affresco 1643 - Ph. © Alessandro Romano

Madonna del latte, affresco, 1643 – Ph. © Alessandro Romano

A questo luogo sacro – ancor oggi officiato e frequentato soprattutto in occasione della festa mariana che si tiene ogni terza domenica di ottobre – è legato il nome di Papa Bonifacio IX (al secolo Pietro Tomacelli, nativo di Casarano) che qui fu battezzato nel 1354, e a ricordarlo è una lapide commemorativa fatta apporre nel 1717 dal vescovo Antonio Sanfelice in sostituzione di un’altra finita in frantumi dopo oltre trecento anni. Il valore storico-artistico della chiesa di S. Maria della Croce e del suo apparato decorativo è tale da aver ispirato l’emissione nel 2016 di un francobollo ordinario della serie tematica Il patrimonio artistico e culturale italiano, eppure questo luogo continua a sfuggire ai grandi flussi turistici pugliesi, lacuna per rimediare alla quale le associazioni culturali Archeocasarano e Domus Dei hanno dato vita al progetto Touch Casaranello le cui attività divulgative sono supportate dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale.
 

Chiesa di S. Maria della Croce, interno, Casarano (Lecce) - Ph. © Alessandro Romano

Chiesa di S. Maria della Croce, interno, Casarano (Lecce) – Ph. © Alessandro Romano

 
Il mosaico della cupola riprodotto ad acquerello nel 1914 da Carlo Tabanelli su incarico dell'archeologo Joseph Wilpert per la sua opera Die römischen Mosaiken und Malereien der kirchlichen Bauten vom IV. bis XIII, 1917

Il mosaico della cupola di Casaranello riprodotto ad acquerello nel 1914 da Carlo Tabanelli su incarico dell’archeologo Joseph Wilpert per la sua opera Die römischen Mosaiken und Malereien der kirchlichen Bauten vom IV. bis XIII, 1916

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