Perché il sangue è la vita. Un racconto di vampiri ambientato a S. Nicola Arcella

"la luce cadde sulla gola riversa di Angelo, mentre un filo rosso di sangue gli colava lungo il collo..." - Illustrazione di Walter Appleton Clark, Collier’s Weekly Magazine, 16 dic. 1905

“la luce tremolante della lanterna illuminò il volto pallido di Angelo…e la sua gola dalla quale colava un sottile rivolo di sangue…” – Illustrazione di Walter Appleton Clark, Collier’s Weekly Magazine, 16 dic. 1905

Il numero del Collier's su cui il racconto fu pubblicato nel 1905

Il numero del Collier’s su cui il racconto fu pubblicato nel 1905

Il racconto For the bood is the life (Perché il sangue è la vita), è uno dei primi racconti di vampiri apparsi sulla scena letteraria internazionale. La sua stesura risale al 1880 e precede di oltre un decennio quella del più famoso Dracula di Bram Stoker che però andrà in stampa sei anni prima (1897). Ne è autore il celebre scrittore americano Francis Marion Crawford, nato in Toscana e morto nella penisola sorrentina, che lo pubblicò per la prima volta sul n. del 16 dicembre 1905 del periodico americano Collier’s Weekly Magazine, noto fra l’altro per i racconti di sir Arthur Conan Doyle. Il testo era accompagnato dalle suggestive illustrazioni di Walter Appleton Clark, che riproponiamo ai lettori in questa nostra versione italiana. Successivamente esso fu ripubblicato postumo nel 1911 a Londra nella raccolta Uncanny Tales e a New York in Wandering Ghost. Nel racconto compare la torre costiera del borgo calabrese di S. Nicola Arcella, oggi nota come Torre Crawford, dove lo scrittore trascorse lunghi soggiorni estivi e compose molte delle sue opere. Il titolo è ispirato al versetto 12:23 del Deteuronomio: “ma guardati assolutamente dal mangiarne il sangue, perché il sangue è la vita; e tu non mangerai la vita insieme con la carne”. Il racconto di Crawford è uno dei capisaldi di quella temperie creativa che fra arti figurative e letteratura, ebbe come protagonista la donna-vampiro – declinazione horror della femme fatale, lussuriosa e pericolosa seduttrice – a cui avrebbe presto conteso la scena il Dracula di Stoker. Molti gli esempi: dalla donna-vampiro di Munch (1893), a quella di Philip Burne-Jones (1897), dalla Sposa di Corinto di Goethe (1797), alla Geraldine di Coleridge (1800), la Belle dame sans merci di Keats (1819), le Ligeia di Poe (1838), la celebre Carmilla di Le Fanu (1872), la Sarah di Loring (1900).

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di F. Marion Crawford

Avevamo cenato al tramonto sull’ampia terrazza della vecchia torre, poiché lì faceva più fresco durante il gran caldo dell’estate. Inoltre, una piccola cucina era stata ricavata su un angolo della grande piattaforma quadrata, e ciò era molto più comodo che non andare su e giù coi piatti lungo quei ripidi gradini di pietra sbrecciati in più punti e ovunque logorati dal tempo. La torre era una di quelle fatte costruire lungo la costa occidentale della Calabria dall’imperatore Carlo V agli inizi del XVI secolo per tenere alla larga i pirati barbareschi, quando gli infedeli si erano alleati con Francesco I contro l’Imperatore e la Chiesa. Molte di esse sono andate in rovina, poche sono ancora intatte, e la mia è una delle più grandi. Come essa sia entrata in mio possesso dieci anni fa, e per quale motivo io vi trascorra una parte dell’anno, sono questioni che non riguardano questo racconto.

La torre di Crawford a S. Nicola Arcella, 1900

La torre di Crawford a S. Nicola Arcella, fotoincisione, 1900

La torre sorge in uno dei luoghi più solitari dell’Italia meridionale, all’estremità di un promontorio roccioso e ricurvo, che forma un piccolo ma sicuro porticciolo all’estrema punta sud del golfo di Policastro, poco a nord di Capo Scalea, il luogo in cui – secondo un’antica leggenda locale – sarebbe nato Giuda Iscariota. La torre si erge isolata su questo sperone uncinato di roccia e nel raggio di tre miglia non si scorge una sola casa. Quando ci vado, porto con me un paio di marinai, uno dei quali è un cuoco di discreta abilità, e quando sono assente affido tutto a un piccolo essere simile a uno gnomo, che un tempo è stato minatore e da tanto si è affezionato a me.

L’amico che a volte viene a trovarmi nella mia solitudine estiva è un artista di professione, scandinavo di nascita e cosmopolita per varie circostanze della vita. Abbiamo cenato al tramonto; il bagliore del sole si era come infuocato per poi attenuarsi e il purpureo manto della sera avvolgeva l’ampia catena di montagne che abbraccia il profondo golfo verso oriente sollevandosi sempre più in alto verso sud. Faceva caldo per cui ci sedemmo nell’angolo della terrazza rivolto verso terra, in attesa che la brezza notturna calasse giù dalle colline più basse. Quel colore si dissolse nell’aria, e vi fu un breve intervallo di crepuscolo dal grigio intenso. Una lampada proiettò una striscia gialla dalla porta della cucina, nella quale gli uomini stavano cenando.

Poi, improvvisamente, la luna spuntò dietro la cresta del promontorio, inondando la terrazza con il suo chiarore e illuminando ogni sperone roccioso o zolla d’erba sotto di noi, giù fino alla sponda dell’acqua immobile. Il mio amico accese la sua pipa e rimase seduto guardando verso un punto sul fianco della collina. Mi accorsi che lo stava guardando, e mi chiesi a lungo cosa avesse mai visto da attirare così la sua attenzione. Io conoscevo bene quel luogo ed era evidente che fosse oggetto del suo interesse ma ci mise del tempo prima di decidersi a parlare. Come molti pittori, si fidava della propria vista così come un leone confida nella propria forza e un cervo nella sua velocità, ed era sempre infastidito quando non riusciva a conciliare ciò che vedeva con ciò che credeva di dover vedere.

“E’ strano…”, disse. “Tu vedi quel piccolo tumulo sul fianco di quel macigno?”

“Sì…”, dissi, indovinando cosa ne sarebbe seguito.

“Sembra una tomba”, osservò Holger.

“E’ proprio vero. Sembra una tomba.”

“Sì…”, proseguì il mio amico, tenendo i suoi occhi fissi su quel punto. “Ma la cosa strana è che vedo il corpo che giace sopra di essa. Naturalmente…”, continuò Holger, girando un po’ la testa da un lato come fanno gli artisti, “…dev’essere un effetto di luce. Per prima cosa non è affatto una tomba. In secondo luogo, se anche lo fosse, il corpo dovrebbe essere al suo interno e non all’esterno. Quindi è solo un effetto della luce lunare. Non lo vedi!”

“Perfettamente. Lo vedo sempre nelle notti col chiaro di luna”.

“La cosa non sembra interessarti molto”, disse Holger.

“Al contrario, mi interessa, sebbene io ci sia abituato. E non ti sei affatto sbagliato: quel tumulo è davvero una tomba”.

“Sciocchezze!”, gridò Holger incredulo. “E immagino che ora mi dirai pure che ciò che vedo disteso sopra è davvero un corpo!”

“No”, risposi. “Non lo è. Lo so, perché mi son preso la briga di andar giù a vedere.”

“Quindi cos’é?”, chiese Holger.

“Non è nulla”.

“Suppongo tu intenda dire che si tratta di un semplice effetto di luce?”

“Forse lo è. Ma il lato inesplicabile della questione è che non ha alcuna importanza che la luna stia sorgendo o tramontando, né che sia crescente o calante. Se c’è un qualche chiaro di luna, da est da ovest o diffuso, appena esso risplende sulla tomba tu puoi notare il profilo di un corpo sulla sua sommità”.

Holger attizzò la pipa con la punta del coltello, poi usò il suo dito per comprimervi dentro il tabacco e quando questo arse per bene si alzò dalla sua sedia. “Se non ti dispiace”, disse, “vado giù a dare un’occhiata”.

Mi lasciò, attraversò la terrazza, e scomparve giù per la stretta e buia scala. Io non mi mossi ma rimasi seduto guardando in basso finché non lo vidi uscire dalla torre. Lo sentii canticchiare una vecchia canzone danese mentre attraversava lo spazio aperto nella splendente luce lunare, andando dritto verso il misterioso tumulo. Quando fu a dieci passi da esso, Holger si fermò un attimo, avanzò di altri due passi, poi ne fece tre o quattro all’indietro e quindi si fermò di nuovo. Compresi cosa stava facendo. Aveva raggiunto il punto dove quella “cosa” cessava di essere visibile, dove cioè, come egli stesso avrebbe detto, l’effetto luminoso mutava. Poi è andato avanti fino a quando raggiunse il tumulo e vi montò sopra. Io potevo vedere ancora quella “cosa”, ma non era più distesa; ora era in ginocchio avvinghiando con le sue pallide braccia il corpo di Holger e fissandolo in volto. In quel momento una fredda brezza agitò i miei capelli, mentre il vento della notte cominciava a soffiare giù dalle colline, ma sembrava come l’alito di un altro mondo.

Quella “cosa” sembrò tentare di alzarsi in piedi facendo leva sul corpo di Holger, mentre egli si sollevava dritto, quasi inconsapevole di quella presenza e volgendo apparentemente lo sguardo verso la torre, molto suggestiva quando la luce della luna la investe su quel lato. “Vieni!”, gridai. “Non stare lì tutta la notte!” Mi sembrò si muovesse con riluttanza mentre si allontanava dal tumulo, o comunque con difficoltà. Era così. Le braccia della “cosa” erano ancora intorno alla sua vita, ma i suoi piedi non potevano lasciare quella tomba. Mentre egli avanzava lentamente, quella ”cosa” si staccò e si allungò come una spirale di nebbia, bianca e sottile, finché non vidi distintamente Holger colto da un fremito, come fa un uomo che avverta un brivido. In quello stesso istante un lieve lamento di dolore giunse alle mie orecchie come portato dalla brezza – forse era il grido della piccola civetta che vive tra le rocce – e quella nebbiosa presenza arretrò rapidamente fluttuando, staccandosi dalla figura di Holger che avanzava, e tornò a distendersi supina sopra il tumulo.

Avvertii di nuovo una brezza fredda fra i capelli, ma questa volta un gelido brivido di terrore corse lungo la mia spina dorsale. Ricordai molto bene che una notte ero sceso laggiù da solo, alla luce della luna: ma pur trovandomi così vicino non avevo visto nulla. Come Holger, ero andato ed ero salito sopra il tumulo; e ricordai come, tornando indietro, sicuro che là non ci fosse nulla, all’improvviso avevo provato la sensazione che, dopo tutto, avrei visto qualcosa se soltanto mi fossi voltato a guardare. Ricordai la forte tentazione di guardare indietro, una tentazione alla quale ho resistito ritenendola indegna di un uomo di buon senso. Fino a quando, per sbarazzarmene, mi ero scrollato, proprio come fece Holger. Ora però sapevo che quelle pallide braccia nebbiose si erano strette anche intorno a me; lo compresi in un lampo, e rabbrividii ricordando che anch’io, allora, avevo udito il grido della civetta. Ma non era stata la civetta. Quello era il pianto della “cosa”.

Riempii nuovamente la pipa e mi versai un bicchiere di robusto vino del Sud; meno di un minuto dopo, Holger era nuovamente seduto accanto a me. “Naturalmente, là non c’era nulla”, disse, “ma è comunque qualcosa che dà i brividi. Sai…mentre tornavo ero convinto che ci fosse qualcosa dietro di me, al punto che stavo per girarmi a guardare. Ho dovuto lottare per non farlo.” Ridacchiò un po’, levò la cenere dalla sua pipa e si versò un po’ di vino. Per un po’ nessuno di noi due parlò, e mentre la luna sorgeva alta nel cielo entrambi volgemmo lo sguardo verso la ”cosa” sdraiata sul tumulo. “Dovresti scriverci sopra una storia”, disse Holger dopo molto tempo. “Ne esiste già una”, risposi. “Se non hai sonno, posso raccontartela”. “Sì, dai…”, disse Holger, al quale piacevano le storie.

 

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Il vecchio Alario stava morendo nel villaggio là dietro la collina. Lo ricorderai senz’altro, non ho dubbi. Dicono che si fosse arricchito vendendo gioielli falsi in Sud America e che sia fuggito con tutti i suoi guadagni non appena fu scoperto il suo inganno. Come tutti quelli che non ritornano a mani vuote, egli si mise subito al lavoro per ingrandire la sua casa, e poiché qui non ci sono muratori ne mandò a chiamare due a Paola. Questi erano due canaglie dall’aspetto rude: un napoletano privo di un occhio e un siciliano con una vecchia cicatrice profonda mezzo pollice sulla guancia sinistra. Li ho visti spesso, poiché la domenica avevano l’abitudine di venire quaggiù a pescare tra le rocce.  Quando Alario si beccò la febbre che lo uccise, i due muratori erano ancora al lavoro.

Poiché aveva pattuito che una parte del loro compenso sarebbe stata costituita dal vitto e dall’alloggio, li aveva fatti dormire in casa. Sua moglie era morta e Alario aveva un solo figlio di nome Angelo, che era di gran lunga migliore di lui. Angelo stava per sposare la figlia dell’uomo più ricco del villaggio e, strano a dirsi, sebbene il matrimonio fosse stato combinato dai genitori, i due giovani si amavano veramente. Per questo motivo l’intero villaggio amava Angelo, e fra gli altri una creatura selvaggia e di bell’aspetto di nome Cristina, assai più simile a una zingara che a qualsiasi ragazza io avessi mai visto nel villaggio. Aveva labbra vermiglie e occhi nerissimi, un corpo da levriero e la lingua di un diavolo. Ma ad Angelo nulla importava di lei. Egli era un tipo piuttosto ingenuo, abbastanza diverso da quella vecchia canaglia di suo padre, e in quelle che io chiamerei circostanze normali sono convinto che non avrebbe mai guardato nessun’altra ragazza oltre a quella graziosa e prosperosa creatura, con una ricca dote, che suo padre gli aveva destinato in moglie. Ma accaddero cose tutt’altro che normali o naturali.

D’altro canto, un giovane e bellissimo pastore che abitava fra le colline sopra Maratea era innamorato di Cristina, ma lei sembrava essere alquanto indifferente alle sue attenzioni. Cristina non aveva regolari mezzi di sostentamento, ma era una brava ragazza, disposta a fare qualunque lavoro e a percorrere qualunque distanza per procurarsi una pagnotta, un po’ di fagioli e la posibilità di dormire al coperto. Era particolarmente contenta quando aveva qualcosa da fare a casa del padre di Angelo. Nel villaggio non c’era alcun medico e quando i vicini s’accorsero che il vecchio Alario stava morendo, mandarono Cristina a Scalea a chiamarne uno. Questo accadde nel tardo pomeriggio ed essi avevano aspettato così a lungo perché l’avaro moribondo avrebbe rifiutato una tale stravaganza finché fosse stato ancora in grado di parlare. Ma mentre Cristina era ancora via, le cose volsero rapidamente al peggio; il prete fu portato al capezzale del vecchio e quando ebbe fatto quello che poteva, comunicò ai presenti che a suo parere l’uomo era morto, per cui lasciò la casa.

Tu conosci questa gente: hanno tutti una sorta di terrore fisico della morte. Fino a quando il prete non ebbe parlato, la stanza era piena di gente. Le parole erano appena uscite dalla sua bocca che la stanza si era già svuotata. Era notte, ormai. Tutti si precipitarono giù per la buia scala, e uscirono in strada. Angelo, come ho già detto, non c’era, Cristina non era ancora tornata, la semplice donna di servizio che accudiva l’uomo malato era fuggita con tutti quanti gli altri, e il corpo fu lasciato solo nella luce tremolante di una lucerna di terracotta.

Cinque minuti più tardi due uomini sbirciarono con cautela nella stanza e si diressero furtivi verso il letto. Erano il muratore guercio siciliano e il suo compare napoletano. Sapevano bene cosa volevano. In un attimo trascinarono da sotto il letto un piccolo ma pesante cofano rivestito di ferro, e molto prima che a qualcuno venisse l’idea di tornare accanto al morto, lasciarono la casa e il villaggio col favore delle tenebre. Fu abbastanza facile perché la casa di Alario è l’ultima prima della gola che conduce quaggiù, e i ladri semplicemente uscirono dalla porta sul retro, scavalcando il muro di pietra, e nulla rischiarono così facendo tranne la possibilità di incontrare qualche contadino che rientrava tardi, ma il rischio era davvero minimo, dato che poche persone utilizzano quel sentiero. Avevano una vanga e un piccone e si sono fatti strada senza incidenti.
 
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Ti sto raccontando questa storia come deve essere accaduta, perché, naturalmente, non c’erano testimoni per questa parte dei fatti. Quegli uomini portarono il cofano giù nella gola, intendendo seppellirlo fino a quando non avessero avuto la possibilità di tornare e di portarlo via con una barca. Devono essere stati abbastanza acuti da comprendere che una parte del denaro era in banconote, altrimenti lo avrebbero seppellito sulla spiaggia, nella sabbia umida dove sarebbe stato più al sicuro. Ma la carta sarebbe marcita se avessero dovuto lasciarlo lì a lungo, per cui scavarono la fossa accanto a quel macigno. Sì, proprio dove ora si trova il tumulo.

Cristina non trovò il medico a Scalea, perché era stato là inviato da un luogo sulla valle, posto circa a metà della strada per San Domenico. Se lo avesse trovato, il dottore sarebbe venuto col suo mulo lungo la strada alta, più agevole ma più lunga. Cristina, invece, prese la scorciatoia tra le rocce, che passa una ventina di metri sopra il tumulo e gira dietro quell’angolo. I due uomini stavano scavando quando Cristina arrivò e li sentì armeggiare. Non sarebbe stato da lei proseguire senza prima scoprire cosa fosse quel rumore, poiché nella sua vita non aveva mai avuto paura di niente e, inoltre, i pescatori a volte venivano a riva, qui, di notte, per procurarsi una pietra come ancora o per raccogliere dei rami con cui accendere un piccolo fuoco. La notte era cupa, e probabilmente Cristina si avvicinò ai due uomini prima di vedere cosa stessero facendo. Li conosceva, naturalmente, come loro conoscevano lei, e subito compresero che sarebbero stati in suo potere. C’era solo una cosa da fare per salvarsi e la fecero. La colpirono alla testa, scavarono la buca ancora più profonda e la seppellirono velocemente insieme al cofano rivestito di ferro. Devono aver senz’altro capito che l’unica possibilità di sfuggire ai sospetti era quella di ritornare al villaggio prima che la loro assenza fosse notata, perciò lo fecero in tutta fretta e mezz’ora più tardi furono visti intenti a confabulare con l’uomo che stava approntando la bara di Alario. Era un loro amico, e aveva lavorato anche lui alle riparazioni nella casa del vecchio.

Da quanto sono riuscito a scoprire, le uniche persone che presumibilmente sapevano dove Alario nascondeva il suo tesoro erano Angelo e la donna di servizio di cui ho parlato prima. Angelo era via. Fu la donna a scoprire il furto. Era facile capire perché nessun altro sapeva dove si trovasse il tesoro. Il vecchio teneva la porta chiusa, si infilava la chiave in tasca quando era fuori, e consentiva alla donna di entrare per le pulizie soltanto in sua presenza. Tutto il villaggio, però, sapeva che Alario aveva del denaro da qualche parte, e i muratori probabilmente avevano scoperto dove si trovava il cofano arrampicandosi attraverso la finestra in sua assenza. Se il vecchio non fosse stato delirante fino al momento in cui perse conoscenza, sarebbe certamente stato in terribile angoscia pensando alle sue ricchezze.

La fedele governante si era dimenticata dell’esistenza del denaro soltanto per pochi attimi, quand’era fuggita insieme agli altri sopraffatta dal terrore della morte. Non erano passati venti minuti prima che tornasse con le due orrende vecchie streghe che sempre vengono chiamate per preparare il morto alla sepoltura. Perfino allora, per qualche minuto, non aveva trovato il coraggio di avvicinarsi al letto insieme a loro, ma fece finta di lasciar cadere qualcosa, s’inginocchio come a raccoglierla e guardò sotto il letto. Le pareti della stanza erano state appena ridipinte di bianco, e in un colpo d’occhio si rese conto che il cofano era sparito. Eppure nel pomeriggio c’era ancora, perciò doveva essere stato rubato nel breve intervallo in cui aveva lasciato la stanza. Non ci sono carabinieri di guardia nel villaggio e neppure un vigile urbano poiché non c’è un municipio. Credo non ci sia un altro posto simile a questo. In qualche modo misterioso toccherebbe a Scalea farsene carico, ma ci vogliono un paio di ore per far venire qualcuno da lì. Poiché la vecchia aveva passato tutta la sua vita nel villaggio, non le passò neppure per la testa di rivolgersi a qualche autorità civile per chiedere aiuto. Cominciò semplicemente a strillare e corse nell’oscurità attraverso il villaggio urlando che la casa del suo defunto padrone era stata saccheggiata.

Molte persone si affacciarono ma sulle prime nessuno sembrò disposto ad aiutarla. In molti, giudicandola con lo stesso criterio che usavano per se stessi, bisbigliavano fra loro dicendo che probabilmente era stata lei stessa a rubare i soldi. Il primo a darsi da fare fu il padre della ragazza che Angelo avrebbe dovuto sposare; avendo radunato i suoi familiari, ognuno dei quali aveva un interesse personale nei confronti di quella ricchezza che presto sarebbe arrivata in famiglia, si disse convinto che il cofano fosse stato trafugato dai due muratori che avevano abitato nella casa. Capeggiò così la loro ricerca che naturalmente cominciò dalla casa di Alario e finì nella bottega del falegname, dove i due furono trovati a discutere con l’artigiano per una certa quantità di vino, sopra la bara quasi finita, alla luce di una lanterna di terracotta piena di olio e sego.
 

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“i due furono trovati a discutere con l’artigiano di una certa quantità di vino…”

Quanti parteciparono alla ricerca immediatamente accusarono del crimine i due delinquenti, e minacciarono di rinchiuderli in cantina fino a quando i Carabinieri non fossero arrivati da Scalea. I due uomini si guardarono reciprocamente per un attimo e poi, senza esitare un secondo, spensero la lanterna, afferrarono da entrambi i lati la bara incompleta e usandola come una sorta di ariete la scagliarono nel buio contro gli assalitori. E in pochi attimi si dileguarono senza che alcuno potesse inseguirli.

Così finisce la prima parte della storia. Il tesoro era sparito, e siccome non se ne trovò alcuna traccia, la gente naturalmente suppose che i ladri fossero riusciti a portarlo via. Il vecchio venne sepolto e quando finalmente Angelo fece ritorno, dovette prendere a prestito del denaro per pagare il misero funerale, ed ebbe qualche difficoltà a procurarselo. Non ebbe certo bisogno di sentirsi dire che, avendo perduto la sua eredità, avesse perso anche la sua sposa. In questa parte del mondo i matrimoni vengono contratti per lo più secondo criteri affaristici e, se il denaro promesso non compare nel giorno stabilito, la sposa o lo sposo i cui genitori hanno violato la promessa, possono tranquillamente andarsene, perché non ci sarà alcun matrimonio. Il povero Angelo lo sapeva molto bene. Il padre non possedeva pressoché alcuna terra e ora anche il denaro contante che aveva portato dal Sud America era perduto; non gli erano rimasti che i debiti per il materiale da costruzione impiegato per allargare e sistemare la vecchia casa. Angelo era caduto in miseria e la prosperosa e simpatica creatura che avrebbe dovuto esser sua, arricciò il naso davanti a lui nel peggiore e più scontato dei modi. Quanto a Cristina, passarono molti giorni prima che fosse notata la sua assenza, poiché nessuno ricordava che era stata mandata a Scalea a cercare un dottore, in realtà mai arrivato. Lei spesso spariva per molti giorni nello stesso modo, quando riusciva a trovare qualche lavoretto da fare qua e là nelle lontane fattorie fra le colline. Ma quando s’accorsero che non era più tornata, le persone cominciarono a chiedersi cosa mai fosse successo, e alla fine conclusero che doveva essere d’accordo con i muratori e fuggita con loro.

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Feci una pausa e vuotai il mio bicchiere. “Questo genere di cose non potrebbe accadere in nessun altro luogo” , commentò Holger, caricando nuovamente la sua eterna pipa. “Mi lascia stupefatto il fascino naturale che circonda un assassino e una morta improvvisa, in un paese romantico come questo. Azioni che sarebbero semplicemente brutali e disgustose in qualunque altro paese, diventano drammatiche e misteriose perché questa è l’Italia, e noi viviamo in una autentica torre fatta personalmente costruire da Carlo V per fronteggiare degli autentici pirati barbareschi.”

“C’è qualcosa di vero in questo”, ammisi. Nel suo intimo, Holger è l’uomo più romantico che esista al mondo, ma pensa sempre di dover spiegare agli altri la ragione di qualunque cosa egli provi.

“Suppongo che abbiano ritrovato il corpo della ragazza insieme al cofano”, disse subito. “Poiché sembri molto interessato”, dissi, “ti racconterò il resto della storia.” La luna era ormai alta nel cielo e riuscivamo a distinguere il profilo della ”cosa” distesa sul tumulo ancora più chiaramente di prima.

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Il villaggio molto presto tornò alla sua consueta monotona vita. Nessuno sentì la mancanza del vecchio Alario, i cui viaggi in Sud America lo avevano tenuto così lontano da non essere mai diventato una figura familiare per il suo luogo natìo. Angelo visse nella casa incompiuta e poiché non aveva denaro per pagare la vecchia donna di servizio, questa non volle più rimanere con lui; ma qualche volta, anche se di rado, tornava a lavargli qualche camicia in virtù della vecchia conoscenza. Oltre alla casa aveva ereditato un piccolo fazzoletto di terra a qualche distanza dal villaggio; tentò di coltivarlo, ma non riuscì a metterci molto trasporto, poiché sapeva che non avrebbe mai potuto pagare le tasse sul terreno e sulla casa, che gli sarebbero certo stati confiscati dal Governo o sequestrati per coprire i debiti del materiale da costruzione, poiché l’uomo che l’aveva fornito rifiutava di riprenderselo.

Angelo era molto infelice. Fino a quando suo padre era stato vivo,e ricco, ogni ragazza,al villaggio, era innamorata di lui; ma ora tutto era cambiato. Era stato piacevole essere ammirato e corteggiato e invitato a bere vino da quei padri che avevano figlie in età da marito. E ora era duro sentirsi guardato con freddezza e talvolta deriso perché qualcuno lo aveva derubato della sua eredità. Egli cucinava da solo il suo misero pasto e dall’essere triste finì col diventare malinconico e cupo.

Al crepuscolo, quando il lavoro della giornata era compiuto, anziché trattenersi sul sagrato della chiesa insieme a giovani della sua età, cominciò a vagare in luoghi solitari ai margini del villaggio, fino a quando non faceva buio. Quindi rientrava a casa e correva a letto per risparmiare sulla spesa della luce. Ma in quelle solitarie ore del crepuscolo cominciò a fare strani sogni a occhi aperti. Non era sempre solo, poiché, spesso, quando si sedeva sul ceppo di un albero, dove lo stretto sentiero svolta giù nella gola, era sicuro che una donna si avvicinasse silenziosamente a lui, a piedi scalzi sulle scabre roccie, fermandosi sotto un gruppo di castagni a una mezza dozzina di metri dal sentiero, chiamandolo con un cenno, senza parlare. Sebbene lei fosse immersa nell’ombra, si accorse che le sue labbra erano rosse, e che quando si scostavano un po’ e gli sorridevano, mostravano due piccoli denti acuminati. Capì subito, anche senza distinguerla chiaramente, che si trattava di Cristina, e che era morta. Eppure non aveva paura. Si chiedeva soltanto se non fosse un sogno, perché, pensava, se fosse stato sveglio, avrebbe dovuto provare un grande spavento. Inoltre quella donna morta aveva labbra vermiglie e questo poteva accadere solo in un sogno. Quando lui si avvicinava alla gola, dopo il tramonto, lei era già lì ad aspettarlo, oppure compariva subito dopo; così lui finì per convincersi che lei andava avvicinandosi ogni giorno di più. All’inizio era sicuro solo di aver visto quella bocca rosso-sangue, ma ora ogni suo lineamento si faceva più distinto, e quel volto pallido lo fissava con occhi profondi e famelici.
 

"I suoi occhi si nutrivano della sua anima e lanciavano un incantesimo su di lui"

“I suoi occhi si nutrivano della sua anima e lanciavano un incantesimo su di lui”

Erano gli occhi ad attirarlo. Un po’ alla volta finì per convincersi che qualche giorno il sogno non sarebbe cessato quando lui si fosse voltato per tornare a casa, ma lo avrebbe guidato giù nella gola da cui la visione traeva origine. Ora, quando gli faceva il cenno, era molto più vicina a lui. Le sue guance non erano livide come quelle di un cadavere ma pallide per la fame, quella furibonda e inappagata fame fisica dei suoi occhi che lo divoravano. Si nutrivano, così gli sembrò, della sua anima, e lanciavano su di lui come un incantesimo, finendo con l’imprigionarlo. Egli non avrebbe saputo dire se il suo alito fosse ardente come il fuoco o freddo come il ghiaccio, né se le sue labbra vermiglie bruciassero le sue, o le congelassero, o se le cinque dita avvinghiate al suo polso gli lasciassero ustioni o mordessero la sua carne con un gelo tagliente; non avrebbe saputo neppure dire se fosse sveglio o addormentato, vivo o morto, ma comprese che lei lo amava, lei sola fra tutte le creature, terrene e ultraterrene, e che il suo incantesimo aveva potere su di lui.

Quando quella notte la luna salì alta nel cielo, l’ombra della ”cosa” non era sola sul tumulo. Angelo si svegliò nella gelida alba, intriso di rugiada, e si sentì gelare nella carne, nel sangue, e persino nelle ossa. Aprì i suoi occhi alla debole luce grigiastra e vide le stelle ancora splendenti su di lui. Era molto debole e il suo cuore batteva così lentamente che gli sembrò di essere sul punto di svenire. Lentamente girò la sua testa sul tumulo, come su un cuscino, ma l’altro viso non era lì. Improvvisamente fu afferrato da una paura inesprimibile e sconosciuta; balzò in piedi e fuggì su per la gola, e non si guardò mai alle spalle finché non raggiunse la porta di casa sua, alla periferia del villaggio. Quel giorno andò al lavoro pieno di tristezza, e le ore si trascinarono stancamente finché il sole non toccò finalmente il mare e vi affondò, e le grandi colline aguzze sopra Maratea non diventarono purpuree sullo sfondo color tortora del cielo orientale.

Angelo si mise in spalla la pesante zappa e lasciò il campo. Ora si sentiva meno stanco che al mattino, quando aveva cominciato a lavorare, ma si ripromise ugualmente di recarsi direttamente a casa, senza fermarsi nei pressi della gola, e di mangiare la cena più abbondante che avrebbe potuto imbandire, dormendo poi tutta la notte nel suo letto come un cristiano. Non sarebbe più stato tentato di seguire quello stretto sentiero da un ombra dalle labbra rosse e l’alito gelato; non avrebbe più fatto quel sogno di terrore e di delizie. Ora era vicino al villaggio; era passata mezz’ora dal tramonto del sole e la campana incrinata della chiesa faceva rimbalzare i suoi echi dissonanti sulle rocce e gli anfratti annunciando a tutta la brava gente che la giornata si era conclusa. Angelo restò immobile per un attimo, là dove il sentiero si biforcava, a sinistra conducendo al villaggio, e a destra giù nella gola, dove un gruppo di castagni sovrastava la stretta via. Rimase immobile per un minuto, sollevando lo sdrucito cappello dalla testa e fissando il mare che sembrava dissolversi a occidente, e le sue labbra si mossero come a ripetere silenziosamente la familiare preghiera della sera. Le sue labbra si mossero ma le parole che le seguirono nel suo cervello persero il loro significato, trasformandosi in altre, e si conclusero con un nome che egli pronunciò ad alta voce – “Cristina!”. Con quel nome, la tensione della sua volontà improvvisamente scemò, la realtà svanì e il sogno si impadronì nuovamente di lui e, inesorabile, lo trasportò con sé come un uomo che cammini nel sonno, giù, giù, lungo il rapido sentiero, nell’oscurità più fitta.

E, mentre scivolava accanto a lui, Cristina gli bisbigliò nelle sue orecchie cose dolci e strane che, per qualche ragione, se fosse stato sveglio, gli sarebbero risultate pressoché incomprensibili; ora, però, erano le parole più meravigliose che avesse mai udito in vita sua. E lei lo baciò, ma non sulla bocca. Egli avvertì i suoi avidi baci sulla sua bianca gola, e seppe che le sue labbra erano rosse. Così quel folle sogno continuò attraverso il crepuscolo, l’oscurità profonda, il sorgere della luna, e tutta la gloria della notte estiva. Ma giunta l’alba gelida, ancora una volta si ritrovò a giacere mezzo morto sul tumulo laggiù, in stato confusionale, prosciugato del proprio sangue, eppure stranamente bramoso di donarne ancora a quelle labbra vermiglie. Poi sopraggiunse la paura, il terribile panico senza nome, l’orrore mortale che custodisce i confini del mondo a noi invisibile e inconoscibile, ma che avvertiamo quando il suo gelido brivido agghiaccia le nostre ossa e fa rizzare i capelli al tocco della sua mano spettrale.

Ancora una volta Angelo saltò giù dal tumulto e fuggì su per la gola nella luce del giorno che irrompeva, ma questa volta il suo passo era meno sicuro, e ansimava nel correre. E quando raggiunse la sorgente d’acqua limpida che sgorga a metà strada, sul fianco della collina, cadde sulle ginocchia e sulle mani e vi affondò il viso, bevendo avidamente come non aveva mai fatto prima, poiché era la sete di un uomo ferito che per tutta la notte era rimasto sanguinante sul campo di battaglia. Lei ora lo possedeva e lui non poteva più sfuggirle: sarebbe andato da lei ogni sera al crepuscolo, fino a quando Cristina non gli avesse succhiato l’ultima goccia di sangue. Invano, quando il giorno si concludeva, cercava di svoltare da un’altra parte, ritornando a casa lungo un sentiero che non passasse nei pressi della gola. Invano prometteva a se stesso, ogni mattina all’alba, quando risaliva il solitario percorso che porta dalla riva al villaggio. Tutto era vano, perché quando il sole, ardendo, affondava nel mare, e il freddo della sera si propagava come uscendo da un nascondiglio per dare sollievo al mondo esausto, i suoi piedi puntavano sempre verso la solita via, e lei lo aspettava all’ombra dei castagni; quindi, tutto si ripeteva come prima, e lei cominciava a baciargli la candida gola già mentre scivolava lungo il sentiero, cingendolo con un braccio.

E via via che il suo sangue andava esaurendosi, lei diveniva sempre più affamata e assetata, e ogni giorno, quando lui si risvegliava alle prime luci dell’alba, gli era sempre più difficile alzarsi e affrontare lo sforzo di arrampicarsi lungo il ripido cammino che conduce al villaggio; e quando egli andava al lavoro trascinava penosamente i piedi, mentre nelle sue braccia non c’era quasi più alcuna forza per maneggiare la pesantissima zappa. Ora non parlava quasi più con nessuno, ma la gente diceva che si stava “consumando” d’amore per la ragazza che avrebbe dovuto sposare prima di perdere la sua eredità, e rideva fragorosamente a questo pensiero, perché questa terra non è poi così romantica.

In quel momento, Antonio, un uomo che vive qui e custodisce la torre, ritornò da una visita ai suoi, che abitano vicino Salerno. Era rimasto via molto tempo, già da prima che Alario morisse, e non sapeva cos’era successo. Mi disse che era rientrato nel tardo pomeriggio e si era subito chiuso nella torre per mangiare e dormire perché era molto stanco. Era passata la mezzanotte quando si svegliò, e quando guardò fuori stava sorgendo la luna calante sul dorso delle colline. Guardò verso il tumulo e vide qualcosa che quella notte gli impedì di dormire. Quando uscì la mattina seguente era già chiaro e non c’era più nulla da vedere sul tumulo tranne delle pietre sparse e  sabbia di riporto. Evitò di avvicinarsi e andò dritto per il sentiero che porta al villaggio, precipitandosi a casa del vecchio prete. “Ho visto una cosa diabolica stanotte!”disse. “Ho visto come un morto beve il sangue di un vivente. E il sangue è la vita!” “Dimmi cosa hai visto…”, replicò il prete. Antonio gli raccontò quindi tutto ciò a cui aveva assistito. “Lei deve portare il suo libro e la sua acqua santa, stanotte!”, aggiunse. “Verrò quassù prima del tramonto per accompagnarla. Se il Reverendo vorrà cenare con me, mentre aspettiamo, preparerò ogni cosa.”

“Verrò”, rispose il prete, “poiché ho letto in vecchi libri di questi strani esseri che non sono né vivi né morti, e giacciono sempre intatti nelle loro tombe, uscendo furtivi all’imbrunire per nutrirsi del sangue e della vita altrui.” Antonio non sapeva leggere ma era contento di vedere che il prete aveva ben compreso la situazione; i libri, pensò, dovevano averlo senz’altro istruito sul modo migliore con cui placare per sempre quella creatura non ancora del tutto morta. Così Antonio andò via per tornare al suo lavoro, che consiste per lo più nello starsene seduto all’ombra della torre, quando non è appollaiato su una roccia con una lenza in mano, senza pescare niente. Quel giorno, tuttavia, si recò due volte a osservare il tumulo alla viva luce del sole, e cercò tutt’intorno qualche foro dal quale la creatura potesse entrare o uscire; ma non ne trovò alcuno.

Quando il sole cominciò a scendere, e l’aria nell’ombra si fece più fresca, Antonio andò su a prendere il vecchio prete, portando con sé un cestino di vimini. Dentro vi misero la bottiglia di acqua santa, il bacile, l’aspersorio e la stola di cui il prete avrebbe avuto bisogno; quindi discesero fino alla torre e aspettarono al suo ingresso fino a quando non calarono le tenebre. Ma mentre la luce persisteva ancora grigia e debole, videro qualcosa muoversi lì vicino: due figure, quelle di un uomo che camminava e di una donna che gli fluttuava accanto e, mentre gli teneva la testa appoggiata sulla spalla, lo baciava sul collo. Anche il prete mi ha raccontato questa scena, confessando che i suoi denti all’improvviso si erano messi a battere, mentre si aggrappava al braccio di Antonio. La visione passò e scomparve fra le ombre.

Poi Antonio tirò fuori la sua fischietta di cuoio con liquore molto forte che tiene da parte per le grandi occasioni, e ne mandò giù un tale sorso da sentirsi di nuovo giovane. Quindi prese la lanterna, il piccone e la vanga e passò al prete la stola da indossare e l’acqua santa da spargere; si diressero quindi verso il punto in cui il lavoro doveva essere fatto. Antonio mi ha detto che, nonostante il rum, le ginocchia gli tremavano, mentre il prete balbettava nel suo latino. Quando erano a qualche metro dal tumulo, la luce tremolante della lanterna illuminò il volto pallido di Angelo, frastornato come se stesse dormendo, e la sua gola, dalla quale colava un sottile rivolo di sangue fin dentro la camicia; la luce della lanterna illuminò quindi un altro volto che si era sollevato da quel banchetto: due occhi infossati e spenti, ma in grado di vedere nonostante la morte, due labbra socchiuse più rosse della stessa vita, due denti luccicanti sui quali scintillava una goccia rosata.
 

"...il prete

“…il prete chiuse gli occhi e sparse l’acqua santa davanti a sé…

Poi quel bravo vecchio del prete chiuse gli occhi e sparse l’acqua santa davanti a sé e la sua voce rotta s’alzò quasi a diventare un urlo. Allora Antonio, che dopo tutto non è un codardo, sollevò il piccone con una mano e la lanterna con l’altra, e balzò in avanti senza sapere cosa sarebbe accaduto. Lui giura di aver sentito un pianto di donna, dopodiché la creatura scomparve; Angelo invece giaceva incosciente sul tumulo, con una striscia rossa alla gola e la fronte gelida imperlata di un sudore mortale. Lo sollevarono, mezzo morto com’era, e lo adagiarono sul terreno lì accanto. Poi Antonio si mise all’opera, e il prete lo aiutò, sebbene fosse vecchio e non potesse fare più di tanto. Scavarono in profondità e alla fine Antonio, in piedi nella fossa, si chinò con la sua lanterna per vedere quanto più era possibile.I suoi capelli erano castano scuri, leggermente brizzolati alle tempie, ma in meno di un mese da quel giorno sarebbero diventati grigi come i peli di un tasso. Da giovane aveva fatto il minatore e la maggior parte di chi fa quel lavoro ha dovuto affrontare, almeno una volta nella vita, l’orrenda vista di qualche catastrofe; ma Antonio non aveva mai visto ciò che vide quella notte, un essere né morto né vivo, una “cosa” che non aveva dimora né sopra, né sotto terra.

Antonio aveva portato con sé qualcosa che non aveva mostrato al prete. Lo aveva preparato quel pomeriggio: un paletto acuminato, fatto con un legno vecchio e duro recuperato in giro. Ora lo aveva con sé insieme al pesante piccone e alla lanterna, che portò giù nella tomba. Credo che nessun potere, su questa terra, riuscirebbe mai a convincerlo a descrivere ciò che accadde poi, mentre il vecchio prete era troppo spaventato per guardare. Questi racconta di aver sentito Antonio ansimare come una bestia selvaggia e dibattersi come se stesse lottando contro qualcuno forte quasi quanto lui; sentì inoltre un diabolico rumore, come dei colpi, come se qualcosa venisse piantato con violenza nella carne e nelle ossa; e poi il suono più orribile di tutti: il grido di una donna, un urlo disumano di donna né morta né viva, ma sepolta in profondità da molti giorni. E lui, il povero vecchio prete, poté soltanto barcollare finendo in ginocchio sulla sabbia, gridando le sue preghiere e i suoi esorcismi per soffocare quei terribili suoni. Poi improvvisamente un piccolo cofano rivestito di ferro saltò fuori e rotolò davanti alle ginocchia del vecchio uomo, e un attimo dopo Antonio fu al suo fianco, il volto pallido come sego alla luce tremolante della lanterna, intento a spalare sabbia e ciottoli nella tomba con furiosa rapidità, senza mai guardare oltre l’orlo finché la fossa non fu mezza piena. Il prete aggiunse che le mani e i vestiti di Antonio grondavano di sangue fresco.
 

mietitrice_crawford

 

Ero così arrivato alla fine della mia storia. Holger finì il suo vino e si appoggiò allo schienale della sedia. “Così Angelo ha riavuto ciò che era suo” disse. “Ha poi sposato quella fanciulla florida e altera alla quale era stato promesso?”

“No. Dopo quel terribile spavento, ha preferito emigrare in Sud America e non abbiamo più saputo nulla di lui.”

“E il corpo di quella povera creatura è ancora lì, suppongo”, osservò Holger. “Mi chiedo se sia finalmente morta…”

Me lo chiedo anch’io. Ma, se sia morta o viva, non ho alcun desiderio di scoprirlo, neanche alla luce del giorno. Antonio ora è grigio come un tasso, e da quella notte non è più stato lo stesso uomo.

Traduz. dall’inglese a cura di Famedisud © Tutti i diritti riservati

 

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