Sul dorso della sirena. La Crotone pitagorica in alcuni capolavori d’arte funeraria

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skos in bronzo a forma di sirena dalla necropoli delle Murgie di Strongoli (l’antica Petelia), Museo Nazionale di Crotone

Askos in bronzo a forma di sirena dalla necropoli delle Murgie di Strongoli (l’antica Petelia), Museo Nazionale di Crotone. Nel manico del vaso unguentario è raffigurata l’anima del defunto

di Margherita Corrado*

Le testimonianze materiali dell’adesione dei Krotoniati alla dottrina di Pitagora, il filosofo che, lasciata l’isola di Samo per trasferirsi in Magna Grecia, verso il 530 a.C. raggiunse la città achea fondata da Miscello di Ripe e vi si stabilì, dedicandosi poi all’insegnamento, sono necessariamente quasi nulle. A distanza di 2500 anni, la ricerca archeologica non ha trovato tracce neppure della sua abitazione e della sua scuola, tanto celebrata dalla tradizione antiquaria calabrese, ammesso che un luogo fisico sia mai stato destinato a tale scopo nell’epoca remota dei “maestri orali”.

Fig. 1

Fig. 1 – Sirena, Grecia

Quello trasmesso da Pitagora ai discepoli era, del resto, un sistema di pensiero e di vita pressoché privo di ripercussioni tangibili in grado di arrivare fino a noi e di essere colte. La sola eccezione riguarda il costume funerario: la modestia dei corredi di accompagno dei defunti distintiva delle tombe krotoniati alla fine dell’età arcaica e all’inizio di quella classica, tratto che contraddice la floridezza economica raggiunta allora dalla polis, è stata messa in relazione dagli esperti con la condanna del lusso ostentato e i richiami alla sobrietà rivolti dal filosofo samio alla cittadinanza, in specie alle donne. Più concreto è il riflesso del pitagorismo in alcuni oggetti davvero eccezionali, usciti verosimilmente da botteghe metallurgiche di Kroton all’inizio del quinto secolo a.C. ma diffusi (anche) nel territorio limitrofo, da dove provengono i soli due esemplari fin qui noti.

Destinati ad accompagnare il defunto nell’aldilà, questi manufatti sembrano richiamarsi esplicitamente alla dottrina pitagorica: modellano infatti ad immagine di sirene per come le concepiva l’iconografia greca (fig. 1), figure ibride, cioè, umane (e in prevalenza di genere femminile) fino al busto e volatili quanto al resto del corpo, certi vasi in bronzo porta-profumi accomunati dall’avere un manico a sua volta sagomato in forma umana. La sirena rappresentata come fanciulla con coda di pesce comparirà solo nel Medioevo.

fig. 3 - Askos a forma di sirena, da Kroton

fig. 2 – Vaso a forma di sirena, da Kroton,
Museo Archeologico Nazionale di Crotone

Se il vaso plastico rinvenuto per primo, negli anni Trenta del XX secolo, spetta al territorio agricolo a sud di Kroton (fig. 3), la necropoli delle Murgie di Strongoli, località che fu sede di un importante abitato indigeno di precoce ellenizzazione (Makalla), ha restituito un secondo soggetto a distanza di circa mezzo secolo, anch’esso di stile severo e con fattezze femminili ma più grande del precedente (altezza cm 15,3; lunghezza cm 18,7), mancante solo del coperchio e dotato di braccia che consentono alla sirena di stringere tra le mani una melagrana e un flauto a sette canne (v. foto di apertura).

Trovato nel corso di scavi non ufficiali, il prezioso reperto finì sul mercato antiquario e pervenne ad un prestigioso museo statunitense, costretto a restituirlo all’Italia nel 2007 dopo che gli investigatori specializzati nel seguire le tracce del patrimonio artistico trafugato riuscirono a dimostrarne la provenienza dalla Magna Grecia e l’acquisto illegale. Entrambi i vasi configurati sono oggi esposti nelle vetrine del Museo Archeologico Nazionale di Crotone dedicate al comprensorio petelino.

Ma perché le sirene si suppongono compagne non casuali del corpo preparato per la sepoltura?

fig. 4 -  Poppatoio in ceramica a forma di sirena, Museo Archeologico Statale "Vito Capialbi", Vibo Valentia

fig. 4 – Poppatoio in ceramica a forma di sirena, Museo Archeologico Statale “Vito Capialbi”, Vibo Valentia

Sono creature sovrumane, figlie della Terra e ancelle di Persefone, la signora dell’Ade, che la tradizione voleva dimorassero alle soglie dell’oltretomba perché chiamate ad alleviare il dolore dei familiari in lutto unendosi ai loro lamenti e a facilitare al defunto l’accesso al suo nuovo status, eredi, inoltre, nel caso di decessi infantili, del ruolo di nutrici dei nuovi nati (fig. 4) altrimenti svolto dalle principali dee olimpie.

E perché rimandano esplicitamente al pensiero pitagorico?

Pitagora poneva le sirene nella Tetrade, dunque nel mondo ultrasensibile, considerandole espressione dell’armonia cosmica e garanti della stessa. Da qui la scelta, nelle necropoli di Kroton, tra fine VI e l’inizio del III sec. a.C., di realizzare tombe (a cappuccina e a cassa) con laterizi bollati con marchi che sono espliciti richiami a Delfi (fig. 5), poiché la Tetrade si identifica con l’oracolo delfico.

fig. 5

fig. 5 – Bolli laterizi che rimandano all’oracolo di Delfi, Museo Archeologico Nazionale di Crotone

In altri casi si registra, ed è anch’essa significativa, la tendenza a privilegiare i vasi attici con immagini di sirene, care agli abitanti di Kroton già prima dell’arrivo di Pitagora, per il forte legame di queste creature con Hera nella sua dimensione di nutrice e di sovrintendente ai rituali di passaggio.

Nel territorio che fa capo a Kroton, invece, le sirene, accompagnatrici dell’anima ormai libera dall’involucro corporeo verso una destinazione che, nella migliore delle ipotesi, la più auspicata dai parenti del morto, ai quali spettava la scelta degli oggetti da associargli all’atto della sepoltura, doveva essere fuori del mondo sensibile, interrompendo così la catena delle rinascite, si materializzano mediante i vasi plastici sopra descritti. Le anime dei defunti, connotate ora da fattezze e abbigliamento femminili ora maschili e modellate nei manici degli unguentari krotoniati di “bronzo lucente”, sono sorrette e dunque ‘viaggiano’ verso la loro felice destinazione finale sul dorso dei prodigiosi volatili che in altre più famose opere d’arte le reggono invece tra le braccia.

Fig. 4 - Askos in bronzo a forma di sirena dalla necropoli delle Murgie di Strongoli (l’antica Petelia), Museo Nazionale di Crotone

fig. 6 – Askos in bronzo a forma di sirena dalla necropoli delle Murgie di Strongoli (l’antica Petelia), Museo Archeologico Nazionale di Crotone

Le sirene krotoniati non possono fare altrettanto o perché mancano degli arti superiori, in un caso, o perché, nell’altro, li utilizzano per impugnare oggetti carichi di significati simbolici (fig. 6) che confermano e rafforzano l’interpretazione suggerita. La melagrana, infatti, frutto infero per eccellenza, implica i concetti di fertilità e di rinascita, mentre la siringa o flauto di Pan, metafora, con le sue sette canne, dei sette pianeti erranti dell’astronomia caldea, rimanda al mondo soprasensibile e specificamente all’armonia celeste dei sette suoni che costituiscono l’ottava, cioè la consonanza perfetta.

Abbiamo davanti quasi un’anticipazione per immagini, dunque, della ben nota formula orfica “Sono figlio della Terra e del Cielo Stellato…” che in ogni epoca tocca le corde più profonde, e la metafora musicale non è scelta a caso, di ciascun essere umano.

Epigrafe che ricorda la Scuola Pitagorica di Crotone. E' murata sull'ingresso di Casa Sculco a Capo Colonna, la più antica delle case di villeggiatura settecentesche costruite sul promontorio - Ph. Margherita Corrado

Epigrafe che ricorda la Scuola Pitagorica di Crotone. E’ murata sull’ingresso di Casa Sculco a Capo Colonna, la più antica delle case di villeggiatura settecentesche costruite sul promontorio – Ph. Margherita Corrado

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Versione ampliata dell’articolo pubblicato su “Il CalabrOne. Periodico di informazione e promozione calabrese”, anno VIII, n. 19, giugno 2015, p. 8 (ed. PubliGRAFIC – Cotronei, Kr)

Margherita Corrado, calabrese, è nata a Crotone nel 1969. Si è laureata in Lettere Classiche (indirizzo archeologico) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e specializzata presso la Scuola di Specializzazione in Archeologia di Matera. Romanista di formazione, ha prestissimo orientato i propri interessi verso l’età post-classica, con particolare riferimento all’alto Medioevo di marca bizantina. Dopo un lungo tirocinio nel volontariato archeologico, dal 1996 lavora come collaboratrice esterna per la Soprintendenza Archeologica della Calabria. Negli anni, è stata incaricata della catalogazione di migliaia di reperti di diversa origine e cronologia ed ha operato sul campo in tutte le provincie calabresi (saltuariamente anche in Puglia), affiancando la Direzione Scientifica nell’indagine stratigrafica di siti databili dall’età arcaica fino al XIX secolo, compresi importanti cantieri di archeologia urbana, aree santuariali magnogreche ed edifici di culto cristiani. Ha collaborato con l’Amministrazione anche per l’allestimento di mostre temporanee e di esposizioni museali permanenti. E’ autrice di un centinaio di pubblicazioni, una decina delle quali monografiche, eterogenee per impostazione, cronologia e contenuti ma con una spiccata predilezione per la cultura materiale e le arti minori (in particolare l’oreficeria), molte delle quali edite negli atti di convegni nazionali e internazionali. E’ membro della Società degli Archeologi Medievisti Italiani, dell’Istituto per gli Incontri di Studi Bizantini, del Circolo di Studi Storici Le Calabrie e dell’Istituto Italiano dei Castelli. Collabora con l’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina. Referente del Gruppo FAI di Crotone dal 2013, è anche socia fondatrice di un paio di associazioni culturali a carattere locale per conto delle quali svolge attività didattica nelle Scuole e cura visite guidate gratuite tese ad avvicinare la cittadinanza ai temi dell’archeologia e della storia calabrese.

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