Selinunte, una ‘Pompei’ siciliana: scoperte e rivelazioni degli archeologi

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Scorcio del Tempio di Hera, a Selinunte (Trapani) - Ph. Aurelio Candido

Scorcio del Tempio di Hera, Selinunte (Trapani), VI sec. a.C. – Ph. Aurelio Candido

L’antico contesto urbano e ambientale, il circuito dell’acqua ad uso domestico, gli spazi privati dedicati al culto, la più antica immagine mai trovata della misteriosa dea Ecate 

di Redazione FdS

Aspetti finora sconosciuti della città di Selinunte e del suo territorio risalenti a 2700 anni fa, epoca di fondazione dell’antica polis magno greca, e alcuni reperti legati al costume religioso dei suoi abitanti, sono stati al centro della due giorni che il 16 e 17 gennaio ha coinvolto la stampa internazionale nel parco archeologico più vasto d’Europa. Ne è emersa innanzitutto una città da ridisegnare nel suo effettivo perimetro: “Una vasta Selinunte che non si limita ad andare oltre l’Acropoli ma che addirittura occupa gli spazi della collina orientale e certamente anche quelli della collina occidentale nei pressi della Necropoli”. A parlare è Enrico Caruso, Direttore del Parco Archeologico di Selinunte, Soprintendente ad Interim ai Beni Culturali di Trapani, il quale ha messo in risalto il ruolo determinante, ai fini delle nuove acquisizioni, del progetto di ricerca condotto dal team di geomorfologi dell’Università di Camerino, guidato dal professor Gilberto Pambianchi, Ordinario di Geomorfologia presso l’ateneo marchigiano e Presidente Nazionale dei Geomorfologi Italiani. Dopo un anno di studi sul campo i ricercatori, muniti di una sofisticata termocamera in grado di sondare il terreno seguendone le variazioni di calore, ritengono – ha aggiunto Caruso – “che intorno ai Templi di Selinunte esista un quartiere molto importante, praticamente una nuova Pompei”,  una realtà urbanistica che “grazie a scavi archeologici continuati nel tempo, si può immaginare possa essere portata alla luce”.

STRUTTURE SEPOLTE E UN PIU’ AMPIO ASSETTO URBANISTICO

Fabio Pallotta, geoarcheologo, collaboratore dell’Università di Camerino e del Parco Archeologico di Selinunte, ha evidenziato come lo strumento ad alta sensibilità termica montato su un drone a sei bracci lanciato 14 volte in volo sul territorio, abbia permesso di ottenere la elaborazione di ben 150.000 immagini dalle quali emergono anomalie termiche riconducibili ad opere antropiche sepolte. Si tratterebbe di strutture attualmente invisibili ad occhio nudo perché ricoperte da dune e sedimenti depositatisi nei millenni, ma che “verosimilmente ci parlano di una Selinunte molto più estesa e dotata di infrastrutture ben organizzate”. Pallotta descrive il tutto come “un susseguirsi di templi e di vasche colme di limpida acqua sorgiva che ruscellava verso il mare africano per offrire prezioso ristoro ai viaggiatori di confine. Da queste immagini termiche tutti possono osservare come il gradiente di calore delinei nel terreno perfetti disegni geometrici che circondano proprio i resti del cosiddetto ‘Tempio M’, ora collocato lungo la sponda destra del fiume Selino, ma che in origine spiccava con tutta la sua bellezza sull’estremo promontorio occidentale dell’incantevole laguna”.

Elaborazione grafica di un rilievo effettuato con termocamera - Università di Camerino

Elaborazione grafica di un rilievo effettuato con termocamera – Università di Camerino

“Questa scoperta – ha commentato Caruso – “permetterà di meglio comprendere il genere di calamità che in antico hanno afflitto la città e di trovare le soluzioni migliori per conservare nel futuro e preservare da rischi lo straordinario patrimonio di Selinunte”. L’antica città greca ha infatti subito, nella sua storia plurimillenaria, “due periodi con forti sequenze sismiche che hanno generato crolli diffusi nei templi e questi crolli  – ha spiegato Pierantonio Pietropaolo, geologo dell’Università di Camerino – “hanno avuto due direzioni preferenziali, una tendenzialmente lungo l’asse Nord-Sud ed un’altra in direzione Est-Ovest, molto probabilmente dovute a due sorgenti sismiche, a due faglie distinte, in un’area come questa della Sicilia Occidentale che ne presenta diverse, come dimostra la sequenza sismica del Belice nel 1968 che peraltro non ha prodotto danni nelle ricostruite strutture dell’antica città e che quindi è da considerarsi estranea agli eventi disastrosi del III, IV e VI sec. d.C.”

Immagine ottenuta con termocamera - Università di Camerino

Immagine ottenuta con termocamera – Università di Camerino

I PALEOAMBIENTI NATURALI DI SELINUNTE

Nell’intento di comprendere la originaria conformazione ambientale della zona e le ragioni per cui i coloni scelsero questo luogo per il loro insediamento, sono state ulteriormente ”interrogate” le immagini ottenute con la termocamera, grazie alle quali “è stato possibile constatare – ha dichiarato Marco Materazzi, geomorfologo dell’Università di Camerino – come 2700 anni fa ci fossero ampi golfi sia ad Est sia ad Ovest dell’Acropoli di Selinunte, oltre a un ampio golfo presente alla foce del Belice. Abbiamo inoltre rilevato come i fiumi non fossero come li vediamo oggi ma caratterizzati da una dinamica diversa e, molto verosimilmente, erano navigabili per diversi chilometri verso l’entroterra, il che li rendeva sicuramente un asse viario di grande importanza per i traffici commerciali, come ad esempio il trasporto di merci o di legname”.

Elaborazione grafica di paleoambiente costiero a Selinunte - Università di Camerino

Elaborazione di paleoambiente costiero a Selinunte – Università di Camerino

SCAVI E REPERTI RIPORTATI ALLA LUCE

Ai rilevamenti geomorfologici si vanno affiancando da tempo anche campagne di scavo che via via rivelano nuovi e importanti aspetti dell’antica città greca: “Abbiamo trovato – rivela Caruso – le tubature costruite dai greci, attraverso le quali l’acqua arrivava nelle case, così come sono stati rinvenuti ambienti domestici riservati al culto dai quali provengono alcuni altari cilindrici e una rappresentazione in terracotta di Ecate, divinità di origine pre-indoeuropea successivamente confluita nella mitologia greca. Quella ritrovata qui a Selinunte è la più antica raffigurazione di tutto il mondo greco”. Ecate (o Hekate) era venerata nell’antichità sia dai greci che dai romani come una dea-madre spesso raffigurata, come nel caso dell’oggetto trovato a Selinunte, in forma triplice (giovane, adulta/madre e vecchia): associata ai cicli lunari, era considerata la dea che regnava sulla notte e sulla luna, mentre nell’Alessandria tolemaica assunse più marcatamente i connotati di divinità delle arti magiche e della stregoneria, in grado di governare i demoni malvagi; non a caso le sue statue venivano spesso poste negli incroci (trivi) a protezione dei viandanti. Questa dea non è estranea al contesto culturale siciliano: basti pensare che secondo il mito fu lei a sentire le grida disperate di Persefone quando, rapita da Ade presso il Lago Pergusa (unico lago naturale dell’isola a pochi chilometri da Enna), fu portata negli Inferi e fu sempre lei ad avvertire Demetra dell’accaduto.

Ecate in triplice forma, terracotta - Ufficio Stampa AlGeo

Ecate in triplice forma, terracotta, Selinunte – Ufficio Stampa AlGeo

Oltre a questo straordinario oggetto sono poi stati rinvenuti “vasi corinzi, oggetti ornamentali, statue e persino un flauto sempre d’epoca greca”. La moderna tecnologia 3D applicata ai dati raccolti negli scavi ha poi consentito di “ricostruire graficamente le case risalenti all’epoca classica ed ellenistica, successive alla distruzione del 409 a.C.  così come è stato possibile ricostruire parzialmente la facciata del tempio dorico Y – il più antico fra quelli di Selinunte – di cui sono stati rinvenuti alcuni elementi architettonici”.

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Altare cilindrico dagli scavi di Selinunte - Ph. Ufficio Stampa AlGeo

Altare da Selinunte – Ph. Ufficio Stampa AlGeo

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