Quel Caravaggio che dovremmo farci restituire dal MET di New York

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Negazione di Pietro, olio su tela, 1610, Metropolitan Museum, NY

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Negazione di Pietro, olio su tela, 1610, Metropolitan Museum, NY

“È una cosa estremamente cruda e lacerata, un’immagine strappata dalla voragine delle avversità più oscure, dipinta da un uomo che riusciva a malapena a tenere in mano un pennello…la pennellata è così ampia, la definizione delle forme così incerta che il pittore sembra essere caduto preda di una qualche forma di tremore acuto, un tremito incontrollabile delle mani, oltre che forse di danni agli occhi.”
Andrew Graham-Dixon, in “Caravaggio: A Life Sacred and Profane”, 2010

di Redazione FdS

Da queste parole di iperbolica intensità, scritte da un biografo di fama, vogliamo partire per fare il punto sulle notizie ad oggi note intorno a un discusso dipinto del grande Michelangelo Merisi da Caravaggio, che su evidenti basi stilistiche e compositive è ritenuto dagli studiosi riconducibile al secondo soggiorno napoletano dell’artista (1609-1610) che precede di poco la sua drammatica morte. Si tratta della Negazione di Pietro, un’opera che mai avrebbe dovuto lasciare l’Italia e che invece fa mostra di sè da decenni nella Gallery 601 (dedicata alla pittura barocca italiana) del Metropolitan Museum of Art di New York già proprietario di un altro Caravaggio, I musici, del 1597. Oggetto di polemiche e di interrogazioni parlamentari sollevate a fronte dell’inerzia dello Stato italiano nel far valere le proprie ragioni, è giusto che su quest’opera si torni a discutere in un momento come quello attuale nel quale, dopo la scoperta in Spagna di uno straordinario Ecce Homo quasi unanimentente attribuito a Caravaggio, si parla con insistenza del genio lombardo e ci si chiede quante sue opere non identificate possano ancora esserci nel mondo. Mentre infatti c’è chi favoleggia di un acquisto da parte dell’Italia dell’opera ritrovata in Spagna (cosa peraltro inverosimile date le prerogative dello Stato spagnolo e di un museo prestigioso come il Prado, sicuramente non disposti a lasciarsi sfuggire un tale capolavoro), a nessuno, tranne pochi addetti ai lavori, viene in mente che forse sarebbe il caso di rivendicare con forza la Negazione di Pietro, dipinto ritenuto dagli esperti illecitamente esportato all’estero. Vediamo dunque di ricostruire le tappe del viaggio di un’opera che a quanto pare racchiude l’ultimo sofferto battito d’ali di un impareggiabile artista.

L’episodio, ricavato dai Vangeli e ritratto nel dipinto, fa riferimento alla triplice negazione dell’apostolo Pietro di fronte all’accusa di essere un seguace di Gesù. Un rinnegamento già profetizzato dal Maestro molto prima della sua cattura, quando disse al discepolo “prima del canto del gallo mi rinnegherai tre volte”. L’episodio è messo in scena con straordinaria concisione narrativa: davanti a un camino si scorgono l’apostolo Pietro e una donna che lo denuncia a un soldato. Gli studiosi ritengono che il quadro sia stato realizzato negli ultimi mesi della vita tempestosa di Caravaggio, segnando la manifestazione più estrema del suo stile rivoluzionario. L’opera viene infatti ascritta al gruppo degli ultimi suoi lavori, caratterizzati dall’effetto fortemente drammatico di aree luminose in contrasto con lo sfondo scuro.

Il rapporto di quest’opera con l’artista lombardo non risulta da documenti coevi alla sua vita, ma il ritrovamento di una quietanza datata al 3 maggio 1613, quindi di pochi anni posteriore alla sua morte, ha consentito di avere notizia dell’avvenuta vendita del dipinto al pittore Guido Reni da parte di un suo collaboratore, il celebre incisore urbinate Luca Ciamberlano. L’opera, di mano del Caravaggio, valutata duecentoquaranta scudi, fu ceduta dal proprietario per ripianare in larga parte il considerevole debito di trecentocinquanta scudi da lui non estinguibile con moneta contante. Questa notizia ha una grande rilevanza perché costituisce la prima menzione del quadro, non ricordato dalle fonti, di cui – scrivono gli studiosi Nicolaci e Gandolfi – non si conoscono né la committenza né i primi passaggi di proprietà. Una menzione dubbia la troviamo invece nel testo di Bellori del 1672 Le vite de’ pittori, scultori e architetti moderni, nel quale si parla appunto di una Negazione di Pietro del Caravaggio collocata nella Certosa di S. Martino, a Napoli; ma secondo gli esperti l’opera erroneamente menzionata come lavoro del Merisi non coinciderebbe col dipinto di New York, ma con quello ancor oggi presente nel complesso conventuale napoletano e attribuito da ultimo a un ignoto caravaggesco nordico.

Le tracce del dipinto di Caravaggio si fermano dunque al 1613 e la prova della sua presenza a Roma va di pari passo con l’immediato successo riscosso presso la cerchia più stretta dei pittori suoi seguaci, dando vita ad una delle iconografie “caravaggesche” più diffuse del secondo decennio di quel secolo. A un certo punto il dipinto appare nel patrimonio del cardinale Paolo Savelli - forse fornito dallo stesso Guido Reni, come si è ipotizzato – risultando attestato nel suo palazzo di Ariccia, poi ancora nelle proprietà della famiglia a Roma, a Palazzo di Monte Savello, citato nei rispettivi inventari come “S. Pietro con l’ancella cornice dorata”  e, infine, menzionato in un altro inventario del 1650 nel quale si parla di una “Ancella con S. Pietro negante, et una altra meza figura per traverso…del Caravaggio”, nota in cui lo storico dell’arte Maurizio Marini riconobbe la descrizione del dipinto oggi a New York. L’opera sarebbe dunque rimasta presso i Savelli e i loro eredi fino al XX° secolo, per poi finire acquistato sul mercato napoletano, in un momento imprecisato tra il 1945 e il 1952, dal collezionista Vincenzo Imparato Caracciolo. Alla fine degli anni ’60 il dipinto prese il volo verso l’estero per approdare nel 1997 – dopo una serie di passaggi in mani private – al Metropolitan Museum di New York.

Sulle vicende del dipinto intercorse tra l’acquisto da parte del Caracciolo e l’arrivo nel museo newyorchese, ci sono diverse versioni. Innanzitutto quella del MET: secondo il museo la figlia di Caracciolo, principessa Elena Imparato Caracciolo, avrebbe venduto l’opera nel 1970 a un restauratore di Losanna, certo Ian Dik, che a sua volta avrebbe ceduto il dipinto al mercante newyorchese Julius Weitzner, il quale, nel 1976, lo rivendette al collezionista Herman Shickman, da cui nel 1997 lo acquisì il Metropolitan. In una recente  ricostruzione, contenuta in una interrogazione al Ministro Franceschini presentata dalla senatrice Margherita Corrado (nov. 2020), si legge che nel 1964 il dipinto si trovava ancora a Napoli “dove fu riconosciuto dal restauratore Pico Cellini” e a seguito del restauro (1959-1964), “sul finire del decennio la tela fu venduta a nobili svizzeri e uscì dal Paese per approdare, infine, alla collezione di Herman Shickman, la cui moglie Lila Acheson Wallace la cedette al MET nel 1997, tant’è che risulta inventariata con il n. 1997.167”. 

A queste ricostruzioni - secondo il critico Vittorio Sgarbi – andrebbe aggiunto un precedente passaggio romano del dipinto che sarebbe avvenuto con la sua acquisizione nella collezione Arditi di Castelvetere. Tornando quindi alla tappa napoletana del dipinto, Sgarbi aggiunge che in realtà già il celebre storico dell’arte Roberto Longhi – a cui dobbiamo la grande ”riscoperta” moderna di Caravaggio grazie alla cruciale mostra da egli curata al Palazzo Reale di Milano nel 1951 – aveva individuato l’opera in casa Imparato Caracciolo, ma avrebbe “furbescamente” attribuito l’opera al napoletano Battistello Caracciolo“per favorire la vendita a persone di sua fiducia”; una “sentenza” che lo avrebbe portato ad escludere dalla mostra di Milano il dipinto, salvo poi riscoprirlo come un Caravaggio una volta finito abusivamente all’estero. Il primo però a convincersi del fatto che quello fosse un Caravaggio era stato il grande restauratore Pico Cellini a cui la figlia del collezionista Caracciolo si era rivolta, e presso il cui studio – tra il 1963 e il 1964 – il dipinto fu visto anche dallo storico Maurizio Marini. Cellini, che raccontò del quadro nel volume Falsi e restauri del 1992, nonostante le perplessità iniziali di Longhi e malgrado la stima che provava per lui, non ebbe mai grossi dubbi sulla sua vera paternità, anzi man mano che progrediva nel restauro andò rafforzandosi nella propria convinzione, ottenendo alla fine da Longhi l’ammissione che si trattava realmente di un Caravaggio.

Il trasferimento illegale all’estero del dipinto fu un epilogo che Sgarbi ha definito di recente “un crimine contro la tutela”, affermazione che rievoca le sue molteplici e vane denunce tra cui quella affidata a un articolo sul Corriere della Sera del 2015 nel quale scriveva: “La traccia del percorso del dipinto, la mia diretta conoscenza degli eredi, con i quali spesso ho parlato, le pubblicazioni e anche gli articoli sui giornali, che descrivono le vicissitudini del dipinto e ne indicano inconfutabilmente l’uscita illegale dall’Italia, dovrebbero essere sufficienti a scatenare qualunque inquirente e qualunque nucleo dei carabinieri, soprattutto in considerazione dell’eccezionale importanza del dipinto, capolavoro della maturità del pittore, con un potente ed eloquente chiaroscuro: un’opera il cui valore non è oggi inferiore ai 150 milioni di dollari”.

E a proposito dell’abusivo espatrio, sul quale gli studiosi italiani unanimemente concordano, la senatrice Corrado scende più nel dettaglio e ricorda come Maurizio Marini, autore di una fortunata monografia sul Caravaggio, avesse fin dal 1973 ricostruito minuziosamente e svelato l’anomalo percorso compiuto dal dipinto: dall’Italia, questo sarebbe passato prima in una collezione di Losanna, in Svizzera, uscendo dal Paese senza permesso di esportazione; di seguito, con la mediazione del restauratore Ian Dik, sarebbe passato all’antiquario newyorchese Julius Waitzner, da cui lo Shickman lo avrebbe acquistato nel 1981 per poi esporlo a Londra nel 1982, a Washington nel 1983 e a New York nel 1985, “fino alla presunta vendita camuffata da donazione da parte di Lila Shickman alla direzione del Metropolitan, che ben difficilmente poteva ignorare le vicissitudini descritte”.

Rimane infatti deplorevole l’atteggiamento ipocrita tenuto negli USA in occasione della grande mostra Caravaggio e il suo tempo allestita a Napoli e a New York nel 1985: mentre nel catalogo in lingua italiana si legge una dichiarazione della storica dell’arte Mina Gregori, secondo la quale l’opera “dopo il 1964 è uscita illegalmente dall’Italia”, nella traduzione inglese si legge un eufemistico “It left Italy after 1964” (lasciò l’Italia dopo il 1964). A quel tempo il dipinto era ancora nelle mani dell’ultimo collezionista, la cui vedova dodici anni dopo lo avrebbe venduto al MET. E per questo acquisto Vittorio Sgarbi individua un preciso responsabile, ovvero il curatore della pittura europea del museo, lo storico dell’arte Keith Christiansen, “che conosceva perfettamente la storia del dipinto e la sua provenienza abusiva, tra l’altro minuziosamente raccontata da Maurizio Marini, prima che nella monografia su Caravaggio, sulla rivista Napoli Nobilissima, nel 1973, pubblicando il dipinto”. Su questo punto la Corrado rincara la dose e aggiunge che “il Museo sembra ormai così certo di averla fatta franca che nel comunicato stampa di cordoglio per la morte di Lila (2018) ammette che la generosità dei coniugi Shickman permise ‘to acquire’ [di acquistare] la Negazione di Pietro di Caravaggio, mentre in quello per la morte di Herman (2007) aveva evitato riferimenti diretti”. 

Tornando ai giorni nostri, di fronte all’immobilismo persistente su questa vicenda rimane dunque attuale la domanda (ancora inevasa) rivolta dalla senatrice Corrado al Ministro della Cultura per sapere “quali iniziative abbia inteso intraprendere finora e quali assumerà in futuro per reclamare la restituzione all’Italia del suddetto dipinto di Caravaggio che è pacifico sia uscito dal Paese senza che ne fosse stata autorizzata l’esportazione e senza che la direzione del Metropolitan, che lo detiene dal 1997, possa accampare la scusante dell’acquisto in buona fede, poiché lo acquisì ben conscio della sua storia recente ricorrendo ad una donazione fittizia allo scopo di attenuare, apparentemente, le proprie responsabilità, a ben 14 anni dalla ratifica da parte degli Stati Uniti della Convenzione UNESCO di Parigi del 1970″. “È quindi tempo - conclude la parlamentare – che la nostra diplomazia culturale torni ad agire ispirandosi ai principi che la guidarono negli anni in cui altri Ministri non esitarono a sfidare potenza economica e peso politico dei musei statunitensi pur di non farsene sudditi”.

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Bibliografia:
Pico Cellini,
Falsi e restauri. Oltre l’apparenza, editore Archivio Guido Izzi, Roma, 1992, pp. 226
Maurizio Marini, Caravaggio 1607: la “Negazione di Pietro”, in Napoli Nobilissima, Vol. XII, 1973, pp. 189-194
Maurizio Marini,
Io Michelangelo da Caravaggio, Bestetti e Bozzi editori, Roma, 1973, pp. 520
Michele Nicolaci, Riccardo Gandolfi
, Il Caravaggio di Guido Reni. La Negazione di Pietro tra relazioni artistiche e operazioni finanziarie, in Storia dell’Arte, 130/2011 Nuova Serie n. 30, CAM Editrice, Roma, pp. 41-64 e appendice documentaria pp. 147-150

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