L’INTERVISTA | Roraima Andriani: una pugliese in prima linea nella lotta al crimine internazionale

roraima andriani - ph. ferruccio cornicello

Roraima Andriani, Direttore di Gabinetto del Segretariato Generale dell’INTERPOL a Lione – Ph. © Ferruccio Cornicello

di Enzo Garofalo

A sentirla parlare intuisci subito che è una di quelle persone che non hanno bisogno di essere autoritarie per risultare autorevoli. Nel suo caso la capacità di essere incisiva le deriva da preparazione, carattere, determinazione e da una sensibilità sociale e civile che è imprescindibile componente di un lavoro di frontiera come quello che ha scelto di svolgere nella vita. Se a tutto questo aggiungiamo cordialità e comunicativa, oltre ad uno charme e un’eleganza di prim’ordine, avremo il quadro di una persona davvero fuori dal comune. Vi parlo del colonnello di Polizia Roraima Andriani, Direttore di Gabinetto del Segretariato Generale dell’Interpol a Lione, che ho incontrato in occasione del suo passaggio a Bari, presso la sede del Consiglio della Regione Puglia, dove è stata ospite dell’evento di presentazione del volume “La valigia di cartone. Storie di Emigrate stra-ordinarie”. Roraima è una delle 4 donne chiamate a testimoniare un fenomeno semisconosciuto, quello dell’emigrazione al femminile, che da fine Ottocento ad oggi ha assunto connotati diversi col mutare della società e degli equilibri socio-economici. L’esperienza di Roraima si inserisce in una delle manifestazioni più recenti del fenomeno, quella della cosiddetta “fuga dei cervelli”, un allontanamento che deriva dall’esigenza di affermare pienamente se stessi in professioni che in Italia non trovano ancora sufficienti opportunità realizzative.

Nata in Venezuela da padre pugliese e madre sudamericana, Roraima ha trascorso infanzia e adolescenza a Giovinazzo (Bari). La sua è una vita di scelte coraggiose e difficili ma anche di grandi soddisfazioni come quella di essere arrivata ai vertici di un’importante organizzazione come l’Interpol, dedita al contrasto del crimine internazionale attraverso la cooperazione fra forze di polizia di numerosi paesi. Un lavoro che normalmente non si concilia con le luci della ribalta mediatica, ma capirete che non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione per conoscerla più da vicino e per presentarla ai nostri lettori.

Dott.ssa Andriani, lei oggi è in Puglia per la presentazione dei risultati di un interessante progetto conoscitivo e divulgativo sul tema dell’emigrazione femminile. A distanza di diversi anni dalla sua partenza ci vuol dire cosa rappresenta per lei questa terra?

La Puglia è per me tante cose. Innanzitutto il legame con la mia famiglia. Se infatti sono a Bari per presenziare a questo importante evento, sono qui anche per festeggiare l’anniversario di matrimonio dei miei genitori, Senovia e Antonio: lei venezuelana doc, lui pugliese doc, un battito d’ali che dura da 59 anni. Colgo pubblicamente l’occasione per augurarne a loro altri 100. Quanto al resto, devo dire che la Puglia è la terra dei miei sogni. Spesso si pensa che sia il sogno a farci partire: io invece sono partita portando con me tanta determinazione e volizione, ma soprattutto tanta voglia di impegnarmi in modo serio. I miei sogni li ho lasciati in Puglia: me ne rendo conto quando sono all’estero, perché sogno di tornare a casa e alle cose che amo di più. E fra ciò che più amo della Puglia c’è il suo orizzonte, il colore e l’odore del mare, quel brivido che si prova al suo cospetto.

Quando ha deciso quale sarebbe stato il suo futuro professionale?

Direi che nel momento stesso in cui ho intrapreso il mio corso di studi universitari ho fatto una scelta che poi col tempo è andata definendosi in percorsi professionali ben precisi. Ho studiato Giurisprudenza a Bari optando per un piano di studi internazionale e, una volta laureata, sebbene avessi anche vinto il concorso da segretario comunale, ho partecipato all’assegnazione di una borsa di studio presso il Segretariato Generale della Commissione Europea a Bruxelles. Giunta dal Belgio la telefonata che mi annunciava la vittoria, ho preferito la “valigia” e un futuro tutto da costruire alla sicurezza di un posto fisso.

La valigia. Cosa le evoca questo oggetto, e soprattutto quante volte ha dovuto farla nella sua vita? Le rivolgo questa domanda perché immagino che il suo lavoro la porti a viaggiare molto…

La valigia, soprattutto quella “di cartone”, metaforica e non, dell’emigrante, evoca a me  – come credo a tutti – soprattutto emozioni: immagini di partenze, addi, distacchi, lontananze, ritorni, sogni, speranze. La valigia può in qualche modo considerarsi il simbolo stesso della storia italiana dell’emigrazione del dopoguerra, della povertà, possiamo dire della fame, dei transatlantici, delle terre lontane e sconosciute, delle famiglie divise. Ma oggi soprattutto riporta alla mente la storia quotidiana degli sbarchi di emigrati sulle nostre coste, di morti affogati, di bagagli galleggianti, di vite spezzate. Anch’io sono figlia della grande emigrazione italiana del dopoguerra: avevo infatti solo sei anni quando insieme alla mia famiglia mi sono imbarcata sul transatlantico ‘ Irpinia’ che nel 1969 ci avrebbe portato dal Venezuela (o come diceva mia nonna “la Venezuela”), dopo 21 giorni di navigazione, al porto di Napoli. E’ stato il grande ritorno in Italia della mia famiglia dopo l’emigrazione di mio padre appena ventenne nel 1953. Poi sono cresciuta in Puglia, a Giovinazzo, dove ho vissuto dai 6 ai 24 anni…

Quella dal Venezuela è dunque stata la sua prima valigia…

Si…ma poi ce ne sono state diverse altre. Finiti gli studi universitari a Bari, ho capito che volevo inventarmi una vita, un percorso esistenziale che non fosse scontato, già disegnato da altri e cosi sono partita. Non eravamo ancora ai tempi del Progetto Erasmus, non c’era ancora l’Unione Europea ma solo la Comunità Economica Europea, quindi non ancora un’entità política. Non c’era ancora una moneta unica, né globalizzazione, Easyjet o Ryanair, niente cellulari, niente Skype o Facetime o Facebook, niente wifi. Avevamo lettere, telefoni a gettoni, silenzi, coraggio, solitudine, tanta solitudine…quella vera che ti senti dentro. Presi un treno nel 1987 che in un viaggio interminabile mi ha portato da Bari a Bruxelles dove avevo vinto una borsa di studio in Cooperazione Internazionale. Quando sono arrivata nel nord Europa avevo solo 24 anni, faceva freddo, c’era tanta nebbia e nell’aria un odore fortissimo di mules et frites (cozze e patatine fritte) …ma niente mare, niente sole, niente focaccia, niente cappuccino, niente mamma…Quel giorno ero anche febbricitante, ma in quella stazione ho capito da subito che la fase più importante della mia vita stava per cominciare. Ho capito che molto sarebbe dipeso da me, che dovevo rimboccarmi le maniche, raccogliere le energie e puntare l’obiettivo. Da quel lontano 1987 non mi sono mai più fermata…Ho vissuto a Roma, in Belgio, in Olanda, in Francia (dove risiedo tuttora). Ho visitato per motivi di lavoro circa 85 Paesi nel mondo: ho conosciuto tutte le lingue, tutti gli odori, tutti i colori, tutte le religioni, tutte i i climi…insomma il mondo. Ne ho viste tante, ho vissuto tantissimo ed ho lavorato senza sosta.

Se dovesse spiegare le ragioni della sua partenza, cosa direbbe?

Direi sicuramente che non è stata espressione di una voglia di fuga, di una necessità di scappare, un voler inseguire un sogno, una voglia di volare. No. Sono partita dalla Puglia perché avevo voglia di fare, ma soprattutto, necessità di essere…di provare a fare nella vita un lavoro che mi avrebbe gratificata ogni giorno; di potermi permettere, un giorno, il lusso di guardare dall’alto ognuno dei giorni che mi hanno portato dove sono ora e a cosa sono ora e trovare sempre almeno un motivo per compiacermi d’averlo vissuto nel modo in cui l’ho vissuto.

Qual è la fonte di così tanta determinazione?

Credo che la determinazione, oltre che da un naturale temperamento, venga alimentata dal tipo di educazione che si riceve. L’educazione che ho ricevuto in famiglia è qualcosa che mi ha accompagnato sempre. Ho avuto molto affetto ma anche tanta solidità. E siccome quando si parte per l’estero ad un’età così giovane come è capitato a me, le probabilità di sbagliare sono molto elevate, se si ha un’educazione solida, di quelle che strutturano, si possiede uno strumento non indifferente per riuscire a fronteggiare e a vincere le difficoltà .

Ci parli ora della meta professionale più importante conquistata anche grazie alle sue ‘peregrinazioni’…Mi riferisco al suo lavoro di Direttore di Gabinetto del Segretariato Generale Interpol. Ci spieghi a grandi linee in cosa consiste l’attività di questo organismo, che a molti capita di sentir citare nelle cronache dei telegiornali senza però poi averne particolari ragguagli. E’ un modo anche per spiegare alla gente qual è l’effetto sulla nostra vita quotidiana del suo personale successo…

Posso dirle che l’Interpol è l’Organizzazione Internazionale di Polizia Criminale di cui sono membri 190 Paesi ed ha come compito principale la cooperazione internazionale di polizia per la lotta al crimine transnazionale. La sede principale è a Lione, in Francia, ed ha sei Uffici Regionali fra Africa e Sud America, un Ufficio di collegamento in Thailandia, un Ufficio di rappresentanza presso le Nazioni Unite in New York ed un Ufficio di rappresentanza presso l’Unione Europea a Bruxelles. Quest’anno è stata aperta una nuova sede a Singapore. Il Segretariato Generale ha 800 dipendenti che complessivamente rappresentano 100 diverse nazionalità. Quotidianamente si lavora in tre lingue: inglese, francese, spagnolo. L’Interpol coordina indagini e sviluppa progetti operativi in aree criminali quali terrorismo, traffico di esseri umani, traffico di donne ai fini di sfruttamento sessuale, pedopornografia, traffico di stupefacenti, crimine organizzato, crimini finanziari, crimini informatici, riciclaggio, contraffazione di banconote, contraffazione di medicinali, crimini contro la proprietà intellettuale, corruzione, traffico di opere d’arte. Inoltre, al fine di assicurare che le polizie di tutto il mondo abbiano accesso alle informazioni di cui hanno bisogno per prevenire un crimine, identificare ed arrestare i responsabili, l’organismo per cui lavoro dispone di banche dati mondiali che raccolgono nominativi, impronte digitali, profili Dna, passaporti rubati, banconote contraffatte, autovetture ed opere d’arte rubate.

Di particolare rilievo è la banca dati contro la pedopornografia che contiene migliaia di immagini di abusi di minori e si è rivelata di grande utilità per l’identificazione di numerose vittime e dei responsabili. L’Interpol persegue, inoltre, l’obiettivo di dotare le forze di polizie delle regioni del mondo meno sviluppate con infrastrutture, tecnologie e formazione che le avvicinino il più possibile a livelli standard per una efficace cooperazione internazionale. Nei programmi relativi allo sviluppo delle capacità e delle best practice in Paesi di aree depresse, grande attenzione viene prestata ad una formazione mirata all’applicazione della legge ed anche al rispetto dei diritti umani. Di recente sviluppo è il programma contro i crimini di guerra grazie al quale l’Interpol collabora con i tribunali internazionali per il rintraccio e l’arresto di responsabili di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Accordi di cooperazione sono stati conclusi con il Tribunale per la ex Jugoslavia, il Ruanda e la Corte Internazionale Penale. Parallelamente, nuove forme di collaborazione si stanno intensificando anche con le Nazioni Unite per affermare il ruolo delle forze di polizia per il mantenimento della pace nelle aree critiche o di conflitto.

Di recente l’Interpol ha lanciato una campagna dal titolo TURN BACK CRIME. Visto che lei oggi ha distribuito ai ragazzi qui presenti dei braccialetti con questo motto, vuole spiegare anche ai nostri lettori di cosa si tratta…?

Abbiamo sviluppato una campagna di comunicazione contro il traffico di merce contraffatta con la quale vogliamo spiegare come con l’acquisto per strada di un cd contraffatto, di un medicinale falso, di una borsa firmata stiamo finanziando il crimine organizzato ed il terrorismo. Quindi invito tutti, e soprattutto i ragazzi, a dire NO al crimine: let’s turn it back!

Essere italiana, e in particolare italiana del Sud, ha mai costituito un ostacolo per una carriera internazionale come la sua?

Diciamo che mi è capitato di dovermi difendere ed affermare in contesti internazionali dove esistono lobby anglo-americane e franco-tedesche, ed ho dovuto far valere in certi momenti la mia italianità. Ma a tal proposito posso dire che l’essere italiana e pugliese mi ha dato un background certamente differenziato, molto più versatile e agile che mi ha molte volte avvantaggiata.

In un’epoca in cui la strada delle conquiste femminili nel mondo del lavoro è ancora lastricata di difficoltà e discriminazioni, ci può dire qual è a suo avviso il modo migliore per una donna di riuscire a lavorare con equilibrio in un settore che, come il suo, sia di tradizione tipicamente maschile?

Io ritengo che per affermarsi in tutti i settori sia necessario riuscire a creare del rapporti di collaborazione sia con donne che con uomini. Infatti pur essendo una donna che promuove le proprie colleghe, io non mi sento una femminista né voglio esserlo. Credo sia giusto porsi verso le persone indipendentemente dal genere di appartenenza, secondo una prospettiva di costruttività, coltivando rapporti di intelligenza emotiva. Non amo infatti partire da posizioni di attacco o di difesa. Penso che le donne possano portare avanti un loro messaggio fatto di contenuti, impegno e anche mediazione, perché il loro sembra essere il genere eletto per la conciliazione, grazie ad una intelligenza emotiva che le rende più aperte al dialogo.

Lei dott.ssa Andriani ha raggiunto la sua prestigiosa posizione grazie a scelte di grande impegno e coraggio. Nel salutarla, le chiedo di dare un messaggio a tutti quei ragazzi che si approssimano al ‘grande momento’ delle scelte sul proprio futuro…

Quello che sento di dire loro è che nella vita abbiamo pochi anni per fare gli investimenti fondamentali; una volta persi quegli anni, diventa troppo tardi. Ecco perché bisogna non aver paura di osare e, se necessario, anche di fare una scelta radicale come quella di andarsene. In fondo si parte con una valigia carica che ti affatica nel cammino tra sole, pioggia, neve e tempesta, ma poi si fanno esperienze varie per strada e ci si accorge che la vita è un battito d’ali, l’inafferrabile volatilità di ciò che si cerca, si è avuto e si è vissuto. Ma proprio per questo, non bisogna, non è giusto, non deve accadere che ‘sfugga di mano’! Quindi dico ai ragazzi fatevi artefici del vostro destino, cercate di capire il più presto possibile qual’è la vostra passione, puntate l’obiettivo e, con tenacia, determinazione e temperamento, non mollate mai. Non mollate! Non abbiate paura di partire perché è solo un’occasione per tornare.

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