L’INTERVISTA | «I documenti parlano chiaro: la dea in trono custodita a Berlino proviene da Taranto». Conversazione con l’archeologo Angelo Conte

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La Persefone custodita presso l’Altes Museum di Berlino, V° sec. a.C. – Ph. Jean-Pierre D’Albéra | CCBY2.0

di Enzo Garofalo

L'archeologo Angelo Conte

L’archeologo Angelo Conte

Lo scorso marzo la nostra Kasia Burney Gargiulo ha ricostruito in un suo articolo la storia della grande scultura greca in marmo pario del V° sec. a.C. che dagli inizi del ‘900 viene custodita a Berlino: attualmente si trova all’Altes Museum dopo essere rimasta a lungo esposta presso il celebre Pergamonmuseum. Si tratta della effigie di una divinità femminile proveniente dall’Italia meridionale,  che si ritiene sia approdata in nord Europa attraverso i circuiti del mercato clandestino di opere d’arte, almeno in quelli che furono i primi passaggi del suo lungo viaggio di espatrio. Per quanto concerne la sua storia rinviamo dunque al precedente articolo, limitandoci qui a ricordare che la statua – via via identificata come Persefone o come Afrodite –  è da decenni oggetto di una diatriba in merito alla sua reale provenienza geografica: a contendersi le origini dell’opera sono la città pugliese di Taranto e quella calabrese di Locri, nell’antichità entrambe colonie di fondazione greca e importanti centri di irradiazione della cultura ellenica nel nostro territorio. Questa rivalità – supportata negli anni dalle tesi degli studiosi che si sono occupati dell’argomento e riemersa di recente anche con il lancio di una petizione on line volta a rivendicare a Locri la restituzione della scultura – continua a persistere nonostante da ultimo l’archeologo tarantino Angelo Conte, abbia argomentato, in un saggio intitolato ”La Dea del Sorriso” (Scorpione Editore), le ragioni della provenienza tarantina – peraltro già affermata da altri studiosi – producendo una serie di documenti inediti emersi dall’archivio storico della Sovrintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e concernenti, fra l’altro, gli esiti di indagini condotte dalla Guardia di Finanza nei primi anni ’30. Abbiamo deciso di incontrare  lo studioso per rivolgergli alcune domande sull’argomento nel tentativo di tratteggiare – soprattutto per chi non abbia ancora letto il suo saggio – alcuni passaggi chiave di questa vicenda, e per chiedergli se, a suo avviso, ci sono gli estremi per una possibile restituzione all’Italia di quest’opera ricca di fascino e di mistero.

Dott. Conte, la statua di dea greca in trono che dagli inizi del ‘900 si trova custodita a Berlino, com’è noto, risulta provenire dal sud Italia. Fin qui nulla di strano, considerati gli innumerevoli reperti di analoga matrice disseminati nei musei di tutto il mondo. Nel caso di specie però, le circostanze vogliono che a fasi alterne riemergano la vecchia diatriba sulla esatta provenienza della scultura e più o meno opinabili aspettative di restituzione. La celebre archeologa Zancani Montuoro e, molto più recentemente, lei stesso in un suo saggio, ne affermate la provenienza da Taranto, mentre altri la vorrebbero originaria di Locri Epizefiri. Addirittura è di poche settimane fa l’avvio di una petizione on line finalizzata a chiedere che il museo berlinese la restituisca alla città di Locri. Ci dica quali sono, ad oggi, i termini della questione, soprattutto alla luce dei documenti inediti che lei ha reperito, e se altri studiosi in precedenza abbiano o meno avuto accesso all’archivio pubblico che li conteneva…

Personalmente, a dire il vero, trattai l’argomento già nella mia prima pubblicazione “I signori del piccone” del 1984, ma dovetti limitarmi a fornire solo pochi cenni sul trafugamento della Dea in trono, la cui foto campeggia sulla copertina rosso-mattone del libro, in quanto l’allora Soprintendente archeologo non mi permise di pubblicare i documenti dell’Archivio Storico di quella Soprintendenza. Mi è stato concesso solo di recente, e buona parte di questa preziosa documentazione si trova ora nel mio ultimo libro “La dea del sorriso. La Persefone o Afrodite dei tarantini”. Prima di me, pochi altri studiosi hanno potuto consultare queste carte: fra questi Temistocle Scalinci, che le girò a Vittorio Del Piano per le sue battaglie miranti alla restituzione della statua, e Gaudio Incorpora [artista e scrittore calabrese recentemente scomparso – NdR], il fautore della provenienza locrese della statua che però, come avrò modo di precisare, le utilizzò in maniera impropria. Io però ho avuto la fortuna di scovare ancora altri documenti, per cui veramente inediti, che ritengo determinanti per la definizione della querelle Taranto/Locri. Si tratta di lettere-denunce risalenti al 1912, anno della scoperta della statua; appunti autografi dell’allora Direttore del Museo; corrispondenze varie, fra cui interessantissima quella fra il Museo di Taranto ed il Ministero dell’Educazione Nazionale, ed infine un dossier su una indagine effettuata nel 1934 dalla Guardia di Finanza di Taranto, che a vent’anni di distanza, rintracciò i responsabili del trafugamento della statua, e mise a verbale le loro confessioni; quindi testimonianze ineccepibili. Tutta questa documentazione, insieme ad altre mie indagini, corregge e completa quanto scritto nel lontano 1933 dall’archeologa Paola Zancani Montuoro nel suo saggio “La Persefone di Taranto”, finora testo autorevole, precisando ancor meglio l’esatto luogo di rinvenimento della statua, da ubicare in Via Duca degli Abruzzi n.73, confermato anche da contributi di importanti studiosi stranieri. Questa la versione tarantina.

E Locri…in che modo è entrata in scena in questa storia?

Per quanto concerne Locri, tutto ruota sulla testimonianza di un contadino ottantenne che alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, rivelò di essere stato lui lo scopritore della statua nel 1905 in un terreno del suo padrone e di averla nascosta per suo conto in una vigna nei pressi di Locri. A lui aveva fatto promessa di non parlarne con nessuno; per oltre sessant’anni aveva quindi taciuto, anche per un voto fatto alla Madonna. Questa versione venne fatta propria da uno studioso locale, l’Incorpora prima citato, ed inserita in alcune pubblicazioni: secondo il suo racconto la statua, recuperata dopo diversi anni, venne portata a Taranto via mare, nascosta nei pressi dell’Arsenale, dove fu rinvenuta casualmente durante lavori di costruzione di una abitazione e poi venduta ad un mercante straniero. Ovviamente del caso si interessò la Magistratura locrese che aprì e chiuse subito l’inchiesta in quanto il contadino, di nome G. Giovinazzo, non venne ritenuto credibile. Negli Archivi della Soprintendenza di Reggio Calabria non esiste alcuna documentazione al riguardo, anche se ulteriori indagini furono condotte dall’allora Soprintendente Foti.

In che modo ritiene che le argomentazioni di Gaudio Incorpora abbiano pesato nell’alimentare la tesi dell’origine locrese?

Gaudio Incorpora è stato il grande fautore della provenienza locrese della statua, per giustificare la qual cosa finì col travisare il senso di quanto dichiarato dal vecchio Giovinazzo, finendo in sostanza col mettergli in bocca parole non sue e dando una interpretazione tutta sua su rinvenimento e trafugamento della statua, senza un minimo di documentazione plausibile. Come accennavo prima, egli scrive, per esempio, che la statua, rinvenuta casualmente in una vigna presso Locri nel 1905 (data mai supportata da alcuna prova), fu nel 1911 prelevata dal suo nascondiglio e via mare trasportata a Taranto dove sarebbe stata nascosta nei pressi dell’Arsenale (quest’ultima è la stessa indicazione data dalla Zancani Montuoro, rivelatasi poi errata). I documenti inediti che riporto nel mio libro dimostrano che la statua venne rinvenuta in un pozzo profondo 4 metri (questo Incorpora forse non lo sapeva, e di certo non lo ha scritto). E qui l’incongruenza: è mai possibile che una statua pesante circa una tonnellata e che deve essere venduta viene calata in un pozzo-cisterna, dove casualmente venne trovata nel 1912 durante dei lavori edili? Quindi l’Incorpora ha fornito una versione tutta sua dei fatti, molto differente dalla realtà, omettendo o trascurando una certa documentazione, di cui pure (forse) disponeva.

Stando a voci di corridoio risulterebbe che anni fa, interpellata sulla questione, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria abbia elaborato una relazione favorevole all’origine tarantina della statua, relazione rimasta purtroppo inedita. Lei è al corrente di questo risvolto della vicenda?

Non mi risulta. Certo i funzionari di quella Soprintendenza conoscono bene la vicenda e propendono per la versione tarantina, ma non credo l’abbiano messo per iscritto; gli unici documenti in loro possesso consistono in un duplicato della documentazione tarantina, quella citata prima, inviata loro nel passato.

Ci dice qual è la sua idea in merito alla identificazione della divinità rappresentata?

Da sempre la Dea in trono viene ritenuta la personificazione di Persefone, ma devo dire senza valido motivo in quanto non c’è alcun elemento identificativo che possa giustificarne l’attribuzione; di recente una importante studiosa tedesca, Madelein Mertens Horn, ha avanzato una nuova interpretazione che io condivido pienamente: la divinità potrebbe rappresentare Afrodite, non la tradizionale dea dell’amore, ma quella che presiedeva ai riti nuziali e di passaggio dall’età infantile a quella adolescenziale, con culto attestato a Taranto sull’acropoli e a Saturo; elementi identificativi di questa divinità sono il copricapo, esclusivo di Afrodite, il mantello che accenna ad un movimento in avanti come per ricevere fra le sue braccia il figlioletto Eros, ed infine il sorriso, particolarissimo ed inusuale per una scultura del V sec. a.C., da poco uscita dai tradizionali canoni dell’arcaismo maturo, quasi a voler infondere fiducia e serenità nei fedeli.

Al di là degli aspetti, pur rilevanti, circa l’originario luogo di ritrovamento della statua, lei ritiene che oggi ci siano le premesse necessarie e sufficienti per una richiesta di restituzione dell’opera al museo tedesco?

Assolutamente no. Berlino non ci restituirà mai quella statua: primo perchè fa ormai parte delle collezioni storiche dei Musei tedeschi; secondo, perchè fu acquistata per una cifra incredibilmente alta, equivalente oggi grosso modo a 150 milioni di euro, da un mercante che di sicuro presentò documenti fasulli di proprietà, quindi, diciamo, un acquisto fatto all’epoca in perfetta buona fede; terzo, perchè non esiste alcuna normativa internazionale che obblighi uno Stato a restituire un bene sottratto illecitamente ad un altro Stato che ne faccia richiesta; non può valere neanche la Convenzione UNIDROIT stipulata nel 1995 fra alcuni Stati europei, secondo cui la restituzione di un Bene Culturale può essere richiesta solo se la sottrazione sia avvenuta nei precedenti trent’anni. La nostra statua è entrata nei Musei tedeschi nel 1915, quindi una restituzione legalmente è fuori discussione. Fra l’altro, la Direzione del Pergamonmuseum, dove fino a due anni fa la statua era in esposizione (ora lo è all’Altes Museum), si è già chiaramente espressa sulla non restituzione, in nessun caso e per nessun motivo.

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