Leonardo e il presunto autoritratto di Acerenza. Critici e tecnici sempre più orientati verso l’attribuzione al genio toscano

Part. dell' "Autoritratto di Acerenza" presunta opera di Leonardo da Vinci, ritrovata nel 2008 a Salerno ma proveniente dalla Basilicata, XV sec. - Museo delle Antiche Genti di Lucania, Vaglio di Basilicata (Potenza) – Ph. © Ferruccio Cornicello

Part. dell’ “Autoritratto di Acerenza” presunta opera di Leonardo da Vinci, ritrovata nel 2008 a Salerno ma proveniente dalla Basilicata, XV sec. – Museo delle Antiche Genti di Lucania, Vaglio di Basilicata (Potenza) – Ph. © Ferruccio Cornicello

Leonardo e il presunto autoritratto di Acerenza. Critici e tecnici sempre più orientati verso l’attribuzione al genio toscano

di Redazione FdS

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Leonardo da Vinci: “Autoritratto di Acerenza” , tempera su tavola, XV sec. – Museo delle Antiche Genti di Lucania, Vaglio di Basilicata (Pz) – Ph. © Ferruccio Cornicello

E’ stata una stagione estiva intensa quella della piccola tavola in legno di pioppo (60 x 44 cm.) recante, dipinto a tempera, il ritratto di Leonardo da Vinci. E’ il misterioso “Autoritratto di Acerenza”, denominazione suggerita oltre che dalla località di provenienza anche da tutta una serie di elementi che farebbero propendere per la sua attribuzione al Genio toscano. Ritrovata a fine 2008 dallo storico Nicola Barbatelli nell’ambito della collezione privata di un nobile di Salerno che la ereditò da una famiglia patrizia di Acerenza (Potenza) credendola un ritratto di Galileo Galilei, la tavoletta – già al centro di numerose esposizioni – fra giugno e settembre 2013 è stata protagonista prima di un convegno tecnico tenutosi il 23 giugno a Lagonegro (Potenza) e poi, dal 6 luglio al 30 settembre, della mostra “Leonardo e Cesare da Sesto nel Rinascimento meridionale” tenutasi presso il Complesso Monumentale di Santa Maria del Rifugio e l’Abbazia della SS. Trinità a Cava de’Tirreni e curata da Carlo Pedretti, uno dei massimi leonardisti del mondo nonché Direttore del Centro Studi su Leonardo dell’Università della California, a Los Angeles, e dallo stesso ‘scopritore’ Nicola Barbatelli, Direttore del Museo delle Antiche Genti di Lucania (Vaglio di Basilicata).

In particolare il convegno tecnico di Lagonegro, patrocinato dall’Università Federico II di Napoli e dalla Seconda Università di Napoli, è stato l’occasione per fare il punto sulle analisi fisico-chimiche condotte finora e per presentare i risultati di un restauro virtuale condotto da Artedata per conto del Museo di Vaglio di Lucania, ormai sede definitiva del ritratto. Al convegno sono intervenuti diversi esponenti del mondo scientifico e universitario che operano quotidianamente nel campo dello studio delle opere d’arte come, fra gli altri, il dott. Andrea Rossi, titolare della ditta DI.AR, laboratorio di diagnostica per immagini, di Modena, il prof. Giovanni Paternoster del Dipartimento di Scienze fisiche, Università Federico II di Napoli, il prof. Orest Kormashov, direttore del dipartimento di Storia dell’arte, presso la Tallin University, in Estonia, il prof. Peter Hohenstatt dell’Università degli studi di Parma, leonardista e consulente per il Louvre, la National Gallery di Londra ed il Metropolitan Museum di N.Y. Per la parte del convegno dedicata al restauro virtuale dell’opera era invece presente il dott. Domenico Bennardi, direttore di Artedata, Laboratorio di ICT per i Beni Culturali, di Matera.

Dal convegno è emerso come gli studi tecnico-scientifici, integrati da quelli storico-artistici, dopo quasi 5 anni, stiano ormai decisamente orientando gli studiosi verso una convinta attribuzione dell’opera alla mano di Leonardo. Lo scorso marzo nel raccontarvi la storia di questo dipinto, eravamo partiti da alcuni suoi elementi più macroscopici, come il soggetto sicuramente raffigurante Leonardo, elemento deducibile dal confronto con altre opere analoghe, e la scritta PINXIT MEA (‘dipinto da me’) leggibile sul retro e tracciata in modo speculare secondo l’uso tipicamente leonardesco; effettivamente un po’ poco per vincere le posizioni degli scettici che consideravano il dipinto una probabile opera del Vasari o di chi – come il critico d’arte Vittorio Sgarbi – sosteneva la tesi secondo la quale si tratterebbe della riproduzione di originale vasariano ascrivile al tardo Ottocento.

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Copia fotografica dell’Autoritratto a sanguigna, 1515 – Torino, Biblioteca Reale – Ph. © Ferruccio Cornicello

Accanto al gruppo degli scettici si è però subito profilato quello dei possibilisti: ad es. il prof. Alessandro Vezzosi, direttore del ‘Museo di Leonardo’, a Vinci (Firenze),  che incaricato per primo di studiare il dipinto, ha affermato – pur con grande cautela – trattarsi di un dipinto originale e non di una copia, compatibile con l’ambiente leonardesco, ed ha concluso consigliando di approfondire la conoscenza di un ipotizzato viaggio di Leonardo al Sud, in parallelo alle necessarie indagini scientifiche: un giudizio importante ma ancora senza le coordinate necessarie per una sicura attribuzione alla mano di Leonardo. Ma ecco che stando a quanto più volte riportato da Nicola Barbatelli, finalmente le prime analisi tecnico-scientifiche (XRF su vari punti dello strato pittorico e datazioni con il metodo del radiocarbonio con spettrometria di massa con acceleratore su microframmenti di legno prelevati dal retro della tavola; studio per il riconoscimento del supporto ligneo; analisi Raman per il riconoscimento dei composti e dei minerali costituenti i pigmenti; Microscopia magnetica a scansione) hanno dimostrato che il reperto è ascrivibile alla seconda metà del XV secolo, datazione che ove venisse definitivamente comprovata l’attribuzione, ne farebbe l’autoritratto più antico di Leonardo oltre che l’unico a pittura. Altre prove tecniche e alcuni nuovi dati, come l’assemblaggio delle tavole e l’uso della sanguigna per il disegno preliminare, sembrerebbero realmente riportare alle metodiche utilizzate da Leonardo. Inoltre uno studio diretto sulla parte laterale del dipinto in prossimità della piuma che adorna il cappello, condotto dal prof. Luigi Capasso dell’Università di Chieti e dal Comandante del nucleo dattiloscopisti dell’Arma dei Carabinieri, Gianfranco De Fulvio, hanno rivelato l’esistenza di una impronta digitale sul film pittorico della tavola, ritenuta compatibile con quella rinvenuta sulle ombreggiature dei grani di ebano raffigurati nella Dama con l’ermellino, il capolavoro autografo di Leonardo custodito a Cracovia.

Gli studiosi Orest Kormashov e Kadi Polly, durante il convegno A Key to Leonardo”, tenutosi a Tallinn in Estonia nel febbraio 2010, si sono espressi nel senso di una possibile attribuzione a Leonardo proprio muovendo dai risultati scientifici della datazione radiocarbonica e dalle analisi sui pigmenti e dalle inedite testimonianze tratte dai confronti tra le varie descrizioni dei caratteri somatici del pittore toscano.

Nell’estate 2010, durante la mostra “Leonardo e il Rinascimento fantastico” tenutasi a Sorrento, il prof. Peter Hohenstatt, dell’Università degli studi di Parma, leonardista, consulente per il Louvre, la National Gallery di Londra, il Metropolitan Museum di N.Y., ha proposto una datazione che riporterebbe il dipinto alla fase degli studi sull’ottica, realizzati da Leonardo dopo il 1500 e comunque entro il 1510. Hohenstatt è tornato più approfonditamente sull’argomento in occasione della mostra “E’ Rinascimento – Leonardo Donatello Raffaello, capolavori a confronto” tenutasi a Vaglio di Basilicata da giugno a novembre 2010. Lo studioso tedesco ha proposto di riconoscere la tavola in un’opera menzionata in un documento che colloca un lavoro di Leonardo, in particolare un autoritratto, proprio nel Regno di Napoli. E’ un testo del 1815 dell’Abate Domenico Romanelli che individua nel patrimonio di proprietà della famiglia Ruffo di Baranello “un ritratto di Leonardo fatto da lui stesso”.

Aperto alla possibilità di un’attribuzione leonardesca anche Jan Royt, uno dei massimi studiosi dell’artista toscano in territorio ceco, che nel 2013 ha curato, presso lo Zbiroh Castle di Praga, la mostra Face of Leonardo da Vinci” organizzata in collaborazione con il il Museo delle Antiche Genti di Lucania, di Vaglio di Basilicata (Potenza).

Passando quindi ai grandi leonardisti di fama internazionale, si è avuta un iniziale scetticismo da parte di Carlo Pedretti, Direttore del Armand Hammer Center for Leonardo Studies presso l’Università della California, che nelle primissime ore aveva giudicato il dipinto un’opera settecentesca, mentre David L. Bershad, docente di Storia dell’Arte all’interno del Dipartimento su Rinascimento e Barocco nel canadese St. Mary’s University College di Calgary, partecipando nel 2010 a un importante convegno a Chieti, si è detto convinto che si tratti di un’opera originale di Leonardo sulla base dell’osservazione diretta e della documentazione scientifica prodotta dal team di esperti diretto dal prof. Luigi Capasso dell’Università “D’Annunzio” di Chieti, da lui definito “il massimo esperto in materia di esame scientifico delle opere di Leonardo da Vinci” . Un confronto fra titani che, nel gennaio 2013 ha visto il dietrofront di Pedretti  intervenuto a una conferenza presso il Museo delle Antiche Genti di Lucania, a Vaglio di Basilicata (Potenza). Basandosi finalmente sull’osservazione diretta dell’opera, l’eminente studioso si è detto possibilista circa la paternità di Leonardo, invitando però tutti ad un ulteriore ed approfondito studio “perché quando si tratta di Leonardo ci vuole una grande pazienza”.

In conclusione, gli studi sono ancora aperti, ma i presupposti per una attribuzione a Leonardo sembrano esserci tutti. Intanto, come si accennava all’inizio, sono stati presentati al convegno di Lagonegro (giungo 2013) i risultati di un restauro virtuale dell’opera curato da Artedata. Questa tecnica consiste nell’agire su un “clone digitale” dell’opera, senza necessità quindi di intaccarla materialmente; l’operazione permette un’analisi iconografica più nitida, senza l’intralcio degli attuali segni di degrado superficiale. Il restauro virtuale è stato condotto da uno staff coordinato dal dott. Domenico Bennardi, diplomato in restauro a Firenze e già autore del volume “Il Restauro Virtuale tra ideologia e metodologia”, oltre che autore di vari Restauri Virtuali tra i quali quello di un famoso disegno medievale conservato presso la Herzog August Bibliothek Wolfenbüttel. Nel seguente link (LEONARDO: RESTAURO VIRTUALE) trovate tutti i dettagli tecnici dell’operazione e l’esito finale della stessa.

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