Fra gli omerici paesaggi rupestri di Colle della Chiesa a Petilia Policastro

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Calabria – Le grotte di Colle della Chiesa, a Petilia Policastro (Crotone) – Ph. Francesco Cuteri – FdS: courtesy dell’Autore

“Dimoran per le cime, o in antri cavi,
Su la moglie ciascuno regna, e sui figli,
Nè l’uno all’altro bada in alcun modo.
Nei pressi della terra dei Ciclopi, nè troppo vicino
troppo, nè lontano, c’è un’isoletta
di foreste ombreggiata ed abitata
da un’infinito gregge di capre silvestri,
la cui pace da nessuno è turbata:
perchè il cacciatore, che per burroni e boschi
trascorre la vita, là non entra,
Nè v’abita aratore alcuno, o mandriano.
E’ vuota totalmente di esseri umani, e solo
le belanti caprette, incolta, essa alimenta.”

Omero, Odissea, vv.145-167

di Redazione FdS

Il Marchesato, antica area feudale oggi corrispondente più o meno alla provincia di Crotone, è una fra le zone della Calabria con insediamenti abitativi rupestri fra i più remoti. Particolarmente interessante in quest’area è il territorio di Petilia Policastro, caratterizzato dalla presenza di numerose grotte, alcune carsiche, altre create dalla mano dell’uomo, e molte con tracce abitative riconducibili a presenze monastiche di età bizantina, sebbene in diversi casi le cavità provengano da epoche ben più remote (neolitico). In particolare andiamo nel sito di Colle della Chiesa che, insieme a quello di Valle Cupa (nel territorio non troppo lontano del Comune di Casabona), si colloca in un’area costellata da centinaia e centinaia di grotte che da tempo si sta tentando di trasformare in un centro d’interesse storico fruibile sia sotto l’aspetto culturale sia turistico. A seguito di alcuni studi prodotti nei primi anni Duemila nell’ambito di un progetto di valorizzazione culturale dell’area sulla base di potenziali finanziamenti europei e presentati in un seminario tenutosi a Petilia Policastro, è emerso che il sito di Colle della Chiesa è, per evidenti tracce, di carattere abitativo e al tempo stesso di culto, mentre quello di Casabona è solo abitativo.

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Images by Francesco Cuteri [click to enlarge]

Secondo uno degli studiosi che si sono occupati specificamente del sito di Colle della Chiesa, il prof. Francesco Cosco, esperto di insediamenti rupestri nell’arco della Calabria Centro-Orientale (autore del volume “Civiltà rupestri e siti monastici nel Marchesato crotonese”), queste grotte devono considerarsi di pregevole valore storico e paesaggistico, quali siti originari posti lungo percorsi di varia natura, non secondari quelli pastorali, con passaggio, inoltre, durante l’alto medioevo, del monachesimo italo-greco che provvide anche a scavarne altre. Di questo passaggio si evidenzierebbero tracce inconfondibili riconducibili alla cristianità orientale, con presenza di croci, nicchie e inginocchiatoi scavati nella pietra; il tutto sarebbe inoltre dimostrato da un substrato toponomastico ed elementi che inequivocabilmente testimoniano quanto ipotizzato. Successivamente tali grotte, prosegue il Cosco, divennero siti utilizzati da scalpellini per intagliare la pietra ed infine nuovamente siti pastorali, quali ancora sono.

Nell’ambito di quello stesso seminario la prof.ssa Adele Coscarella, docente presso l’Università della Calabria, ha presentato un excursus relativo alla metodologia di ricerca della storia e delle origini degli insediamenti rupestri ed ha a sua volta puntualizzato come in Calabria non tutte le grotte siano state scavate o abitate da monaci, né per forza debbano essere attribuite a periodi neolitici, per cui ogni sito può avere una sua peculiare identità. 

Delle grotte di Colle della Chiesa si è tornato a parlare poi nel 2009 nell’ambito del IV Convegno Internazionale sulla Civiltà Rupestre tenutosi in Puglia a Savelletri di Fasano (Brindisi). Negli atti del convegno pubblicati a cura di Enrico Menestò sotto il titolo di ”Le aree rupestri dell’Italia centro-merdiionale nell’ambito delle civiltà italiche; conoscenza, salvaguardia, tutela”, nel saggio di Alessandro Di Muro, si legge che il villaggio rupestre di Colle della Chiesa, formato da circa 30 unità, fu ricavato sulla parete arenitica di un’altura alla confluenza del torrente Cropa nel fiume Tacina, nel luogo detto San Demetrio, forse riferibile ad una cappella di cui restano i ruderi nel pianoro sottostante. Le grotte distribuite sui due livelli digradanti che caratterizzano il colle, 7 sulla terrazza superiore, almeno 23 sul costone inferiore. La tipologia degli ambienti rupestri di Colle della Chiesa risulta variegata: le unità differiscono per dimensioni (ve ne sono di monocellulari e bicellulari divise da setti risparmiati nella roccia, oltre a due esempi di ipogei con tre ambienti che si aprono lungo un portico esterno), per icnografia (tendenzialmente circolare o tra-pezoidale), per la forma dei tetti (a capanna e a volta), ma anche per i modi di realizzare i giacigli, che potevano essere ricavati nella roccia o con il sistema delle lettiere lignee. Gli ingressi non presentano segni di chiusure in muratura. Singolare nel panorama rupestre policastrense è infine la presenza di una grotta sopraelevata come si deduce dai fori utilizzati per la scala di legno a pioli usata per accedervi, fori che si possono ancora vedere nella parete rocciosa.

Alcune grotte presentano numerosi fori su una medesima parete, tracce in negativo di una complessa struttura di scaffalature, probabilmente per l’essiccazione dei formaggi o per la conservazione di altri prodotti.L’individuazione in uno di questi ambienti di una croce incisa nella roccia, con evidente funzione apotropaica, testimonia l’importanza che, nel contesto della loro economia, gli abitanti di quei casali attribuivano ai prodotti lì conservati. La vicinanza tra la chiesa e il villaggio rupestre lascia ipotizzare una correlazione: così la formula Cappellam Sancti Demetrii cum casali et hominibus,terris, vineis et hortalibus,ricorrente nella documentazione relativa alla chiesa policastrense sin dal privilegio di Clemente III, potrebbe stare ad indicare il nucleo rupestre di Colle della Chiesa e gli uomini che vi abitavano, all’interno di un paesaggio agrario ben strutturato già alla fine del XII secolo, dove vigne ed orti costituivano gli elementi caratterizzanti, al limitare degli immensi serbatoi silvo-pastorali della Sila.

Ritornando al primo seminario tenutosi sull’argomento, il prof. Cesare Pitto, docente di Antropologia culturale presso l’università della Calabria, precisò che gli insediamenti rupestri del Marchesato presentano una peculiarità che va considerata come un fenomeno interessante tutto il territorio e cioè quello del vivere in grotta, che caratterizza l’epoca tardo-antica e l’alto medioevo ma può essere ancora più antico e più recente (tesi sostenuta anche dal Cosco). Ha quindi affermato che una sinergia di interessi può fare delle grotte un laboratorio archeologico e storico-antropologico per rendere fruibili ed operativi gli ambienti ed il paesaggio per finalità culturali e turistiche. Ci auguriamo che questa sinergia – non ancora trovata a distanza di anni da quel seminario e dal successivo convegno citato – venga attivata al più presto per rendere meglio fruibile questo antichissimo patrimonio di civiltà.

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